Servizio Prevenzione Protezione

Ultimo aggiornamento contenuto: 18.11.2015 16:15:12

Da tradurre

LE CONSEGUENZE DEGLI INCIDENTI

  1. La cosa peggiore che potrebbe capitare probabilmente in un incidente da laboratorio è che io possa rimanere damaged fisicamente.
  2. Non lo so, spero non a livelli gravi come la morte.
  3. Le conseguenze più gravi? Beh ovviamente i danni fisici di qualsiasi gravità ad una persona e la morte.
  4. Esse potrebbero essere gravi: una  persona può perdere la vita o può rimanere disabile anche.
  5. Se vogliamo essere proprio tragici possiamo arrivare anche alla morte, se proprio siamo sfortunati, però… malattie purtroppo, se non si sta attenti in un laboratorio chimico you risk abbastanza soprattutto malattie croniche. Però, questi non sono rischi di un laboratory  per studenti che vengono assolutamente curati in modo da evitare questi problemi, però sì, ci sono rischi anche più piccoli da tagliarsi un dito, starnutire perché si è inalato qualcosa non proprio simpatico ma che non ha queste conseguenze cosi drammatiche.
  6. Quello può portare anche alla morte di tutte le persone che lavorano in un laboratorio.
  7. Allora, brutte conseguenze possono essere - potrei dire -  lesioni personali, anche gravi nel caso in cui  macchine vengono utilizzate; non vorrei essere pessimista però avendo visto il laboratorio di ingegneria civile diciamo che ci sono dei carichi sospesi, quindi insomma da evitare di trovarsi sotto.
  8. Un grave incidente potrebbe essere la rottura magari di un contenitore che conserva una sostanza nociva, ad esempio gassosa, che quindi sostanzialmente diventa un rischio per tutto l’Ateneo perché questa se ne va in giro e può contaminare anche gli altri.
  9. Un incendio che coinvolge delle persone, ustioni per esempio alle persone a causa del materiale presente in laboratorio.

10.  Le conseguenze potrebbero essere anche abbastanza gravi, nel senso che, potrebbero causare anche la morte di qualche studente, quindi in questo caso secondo me  bisogna cercare di prevenire questo misfatto.

FROM YOUNG CARPENTER AT  BIG  DISABLED AT WORK

È un piacere ed un onore essere qua con voi a raccontare brevemente la mia storia, come diceva il sig. Sclip, from young carpenter  at   big  disabled at  work. Io faccio parte  of  ANMIL from 32 anni. L’ANMIL è, brevemente lo dico, l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro, cioè è la nostra associazione che tutela gli infortunati sul lavoro; siamo presenti in tutta Italia con le nostre sedi, anche qui in Friuli Venezia Giulia naturalmente, noi siamo circa 11mila soci in regione, io faccio parte of ANMIL di Udine. Ora vado brevemente a raccontarvi la mia storia.

Io ho frequentato the junior high school, poi un year di superiori nel 1979 come  meccanico expert. Non mi piaceva la scuola e in quegli anni là i genitori  dicevano: “Ok, non ti piace studiare, allora vai a lavorare”. Due anni dopo a 17 anni mi è capitato questo terrificante infortunio che adesso vado brevemente a raccontarvi.

Lavoravo in una piccola ditta del mio paese - io vengo appunto dalla provincia di Udine, da 15 Km a nord di Udine - in questo piccolo paese in campagna there c’era appunto questa micro impresa di carpenteria metallica. C’era il mio datore di lavoro, io e un altro ragazzo un anno più grande di me, noi eravamo in tre. Quel lunedì 6 aprile 1981 dovevamo andare a terminare una canopy da noi precedentemente costruita. Questa canopy non era altro che un prolungamento di un capannone, una fabbrica che produceva pavimenti in legno. Io arrivo appunto questo lunedì al lavoro, il mio datore di lavoro mi fa: “Flavio oggi andiamo a terminare questa canopy”. Io arrivo appunto questo lunedì in sede, il mio datore di lavoro mi fa: “Flavio oggi andiamo a terminare questa tettoia”. Egli carica nel furgoncino tutto il materiale e vari attrezzi  e fra questo materiale c’erano delle sbarre di ferro di lunghezza di circa 5 metri (era il ferro a “U” cosi chiamato) che ci sarebbero servite per terminare questa canopy. Caricato su tutto quanto, io e  il mio datore di lavoro siamo departed. Mio compagno non c’era perché si era fatto male, era caduto col motorino il giorno prima, probabilmente doveva andare lui al mio posto, invece ci sono andato io. Una volta arrivati alla fabbrica, dove appunto c’era questa canopy che avevamo in precedenza costruito, il mio datore di lavoro mi fa: “Flavio scarica giù tutto quanto dal furgone,  prendi le sbarre di ferro (c’è n’erano dieci circa) e le metti in piedi perpendicolari proprio, diciamo 5 metri di lunghezza”. La canopy era alta 4 metri, 4 metri e mezzo. [Il mio datore di lavoro] mi fa: “ Metti in piedi queste sbarre di ferro a distanza di metri l’una dall’altra, poi vai on the canopy, le tiri su sopra e poi mi chiami -  lui intanto faceva un altro lavoro - che tu me le tieni nella testata  e io weld them”  e  poi appunto lì ci dovevamo avvitare e rivettare delle lamiere.

Le misure di sicurezza non esistevano in quegli anni; io ero apprendista e non avrei neanche potuto salire sulla canopy, con una staircase. Ripeto, misure di sicurezza assolutamente zero. Io sono quindi salito. 30 anni era impensabile che un ragazzino di 17 anni,disobbediva a un ordine del  padrone. La cultura era questa. Comunque io vado su questa canopy, la percorro nella sua larghezza - 30 metri circa - in precarious equilibrium - aveva una certa pendenza ma neanche tanto; comunque io arrivo fino in fondo dove c’erano queste sbarre che appunto sporgevano per circa un metro;  io  dovevo afferrare ogni sbarra con entrambe le mani, tirarla su per metterla in parte sulla canopy. Io sono arrivato fino in fondo alla canopy e io afferro la prima sbarra con entrambe la mani. Come  tiro su la sbarra e mi giro, è stato un attimo, proprio una frazione di secondo, io ho visto una grande flash, una grande fiammata davanti a me e nello stesso tempo [ho sentito] un boato. In quel preciso istante, è difficile da spiegare, il mio corpo è stato attraversato da una forza devastante, una forza terribile che mi ha paralizzato completamente, cioè come una lama d’acciaio che mi ha trapassato e nello stesso tempo mi ha paralizzato, un formicolio devastante, tutto in una frazione di secondo. Io mi sono ritrovato disteso a un paio di metri, scaraventato indietro, disteso su questa tettoia che non riuscivo a muovermi, buio completo; ricordo che fino ad un attimo prima avevo il sole davanti, un attimo dopo buio: non vedevo niente, non riuscivo a muovermi, non capivo, ero completamente paralizzato, non capivo cosa mi era successo e sentivo questo bruciore, questo dolore fortissimo atroce  proprio in tutto il corpo. Non riuscivo a respirare, cioè ero in out of breath e sentivo che il cuore mi stava esplodendo dal petto, come quando voi fate una corsa all’impazzata che il cuore comincia a battere, sentivo che più cercavo di respirare, più non riuscivo a respirare. La morte era proprio lì che mi stava aspettando. Ho dei momenti di buio di quegli attimi, non nel senso che non vedevo, ma anche dei mancamenti, però io ricordo ancora le fasi salienti, cioè il dolore che era lancinante, quella è la cosa più imprinted nella mia mente dopo tanti anni. Io ho cominciato a sentire delle voci intorno a me e ho riconosciuta that of mio datore di lavoro, che mi diceva nel dialetto del Friuli: ”Stai calmo, noi siamo qui, stai giù, stai calmo, non agitarti, adesso vediamo il da farsi” e io con un filo di voce gli ho chiesto: ”Ma cosa mi è capitato?” e lui mi fa: “Hai toccato i fili dell’alta tensione”. La forza devastante, che aveva investito me, era una electric shok of 15 mila Volt (perciò alto voltaggio). Io avevo accidentaly toccato i fili della corrente elettrica con questa sbarra di ferro. La sbarra di ferro ha fatto ponte, così chiamato “arco”, e la grande forza che che  ha trapassato me erano i 15 mila volt, i quali avevano devastato completamente il mio corpo. I momenti erano  drammatici e hanno chiamato il medico del paese che è stato uno dei primi ad arrivare; nel frattempo essi hanno chiamato anche the first aid e un'ambulanza. I momenti erano  drammatici e hanno chiamato il medico del paese che è stato uno dei primi ad arrivare; nel frattempo essi hanno chiamato anche the first aid e un'ambulanza. Io nel frattempo ho incominciato pian piano a vedere qualcosa e ricordo che la prima cosa che ho visto, a parte il dolore, era che io stavo letteralmente "fumando", il fumo came out the vestiti  e sono riuscito a malapena, (perché non riuscivo a muovermi) a tirar su un pochettino le mani, a guardare le mie mani che erano tutte e due chiuse, nere, carbonizzate, cotte. Ho avuto proprio la netta sensazione e ho detto: “Qua se riesco a portarla fuori non sarò più quello di prima”.  I soccorsi sono arrivati , mi ricordo tanto bene che la situazione si era un po’ stabilizzata. Il mio corpo aveva resistito a questa forza terrificante; c’era un altro medico con un infermiere e uno degli infermieri aveva detto: “E ora, come facciamo a portare questo ragazzo giù dalla canopy ?”. Io ero paralizzato completamente, essi hanno chiamato il fork lift driver della fabbrica (sopra la canopy non c’era molto space per le manovre); egli è riuscito ad alzare il muletto fino sopra la tettoia, sopra il muletto egli ha messo due pancali, mi hanno messo sulla barella che stava messa sulle panche. Un infermiere era sopra the canopy con me e mi teneva; tutto was staggering con il rischio di cadere giù, ma non c’era altro modo per scendere. Comunque sono riusciti a calarmi giù e essi mi hanno portato in ospedale a Udine. Mi ricordo il tragitto, essi mi dicevano: “Flavio be calmo, non hai niente, tu hai solo delle bruciature, te la caverai ”, si  - dicevo - io so quello che stavo provando . Una volta arrivato in ospedale mi hanno portato nel reparto di chirurgia plastica e la situazione era caotica. Hanno iniziato a farmi delle domande; il medico mi chiedeva cosa era successo, essi mi facevano delle domande per vedere se io was  coscious perché appunto, quando io ho accennato che ho preso una scarica elettrica e poi hanno chiesto naturalmente al mio datore di lavoro cosa era successo, hanno detto: “E’ impossibile che sto ragazzo sia ancora vivo con una scarica del genere”.

Comunque, nel frattempo essi  hanno chiamato anche i miei genitori che erano entrambi a lavorare (questo io l’ho conosciuto dopo) e li hanno subito avvisati che la situazione era  drammatica e che c’erano poche speranze di salvare me, perché oltre ai danni esterni (le bruciature) i medici pensavano che ci fossero dei danni irreparabili interni, cioè che fosse bruciato anche l’interno (es. reni, midollo spinale), essi appunto non riuscivano ancora a capire come ero vivo.  Io "corro" perché diventa troppo lunga, io sono stato in ospedale due mesi e mezzo; l’equipe medica ha tentato di salvare il salvabile; oh vi dico subito: avevo 40-41 di febbre per due mesi, quando la febbre era "poca", perché cosa stava succedendo? Dove c’erano le bruciature, la carne è andata in cancrena, non riuscivano a fermarla, essi hanno tentato anche con i trapianti di pelle (essi toglievano la pelle dove era ancora sana e essi trapiantavano la pelle sana sugli arti bruciati), però  la cancrena stava avanzando e essi hanno preso la decisione drastica di amputare. Ho undergo quattro interventi in  un mese e mezzo. Essi mi hanno salvato la vita, poi si sono fermati quando hanno trovato la flesh sana perché i miei arti erano "carne lessa", cioè bruciati completamente. Io non vi dico cosa questi primi due mesi sono stati. Poi naturalmente quando essi si sono fermati con le amputazioni la febbre è calata, il fisico ha reagito e  dopo due mesi e mezzo mi hanno dimesso. Sì, essi mi hanno salvato la vita però a quale prezzo! Io mi sono trovato a casa (mi hanno portato naturalmente con l’ambulanza), avevo 17 anni e mezzo su per giù la vostra età,  con queste conseguenze: braccio sinistro, che si può vedere benissimo, amputato a quest’altezza qua, essi  hanno salvato per poco la mano destra perché avevano già deciso di amputare anche questa qua (essi mi hanno salvato la mano destra, però it era quasi completamente per oltre il 90% paralizzata, poi l’ho recuperata in seguito, non del tutto, con degli interventi) e poi le gambe, non so se si sente, sono tutte e due amputate a circa 15 centimeters sotto il ginocchio. Io mi sono ritrovato, a 17 anni e mezzo nel mio letto a casa con la mia vita precedente di adolescente (perché poi c’è stata l’altra vita) completamente distrutta. Non riuscivo più a fare nulla, io dipendevo completamente dalla mia mamma: lei  doveva  lavare, lei mi dava da mangiare. Il mio pensiero fisso era che era meglio se ero morto perché vivere cosi non mi interessava più.

Nel frattempo, ancora quando ero in ospedale, i chirurghi, gli ortopedici e l’assistente sociale dell’INAIL che veniva a trovare me regolarmente mi avevano informato che c’era un  centro  dell'INAIL vicino a Bologna (a Vigorso di Budrio) dove queste miracolose protesi  venivano fabbricate e essi  mi dicevano: “Flavio, questi tecnici ti  faranno le protesi”. Quella volta non c’era Internet; dovevi fidarti di quello che loro  ti dicevano. Mi dicevano che c’era questa mano mioelettrica che si muoveva e io dicevo: “ Cosa mi state dicendo, questa è fanta scienza!”. La verità è questa: la mano mioelettrica  ha il movimento banale, però quando lo si impara ad usare, è utile; però io non credevo a tutte queste cose, dicevo: “ Si, loro mi metteranno su delle protesi così!”. Però, non mi interessava più perché la mia vita non esisteva più. Sono stato tre mesi a casa in attesa di andare in questo centro.  L’autista con la macchina dell’INAIL è venuto e ha preso  me con la mia mamma, perché, io dipendevo totalmente da lei e siamo arrivati in questo centro vicino a Bologna, lì essi hanno messo le protesi anche on Zanardi (the Formula 1 pilot); lì è la mia seconda casa. Quando sono entrato in questo vialone e ho guardato un po’ in giro  vedevo che c’era la gente che camminava, c’erano dei bambini, degli anziani e vedevo queste protesi; ho visto questa protesi mioelettrica e ho detto: “Beh, almeno qualcosa  di vero c’è !”. Però non mi interessava niente di tutto ciò. Comunque sono stato 40 giorni in questo centro, essi mi hanno put rimesso in piedi; una delle prime cose che  i tecnici mi hanno detto, perché l'handicap non era solo fisico (quello visibile), il mio handicap più grosso era mentale, è stata: “Flavio, se tu non collabori noi possiamo farti tutte le protesi che vuoi, ma devi collaborare”. Io mi avvicinavo al diciottesimo anno di età, ho collaborated quel po', mi hanno rimesso in piedi, però non come adesso (adesso cammino anche 4 ore in montagna, le protesi sono più  avanzate) , stavo in piedi, non avevo comunque forza, non avevo equilibrio, i muscoli non esistevano più, io non c'ero più con la mia testa nel senso che la mia vita non mi interessava. Mi hanno portato a casa dopo 40 giorni, appunto con queste protesi, e mi sono ritrovato a casa e lì è incominciato,  il secondo e il vero dramma. Perché io mi sono ritrovato in un paese di campagna, stavo in piedi, I was doing something, ma la mia vita non esisteva più. I miei genitori, i miei amici mi stavano vicino, sempre l'assistente sociale dell'INAIL mi davano coraggio però io... non mi interessava più. Quando racconto la mia storia, lo dico sempre senza vergogna, tre volte  o forse più sono andato vicino al suicidio perché I didn't  accept myself più. Poi ad un certo punto - dieci anni mi ci sono voluti  - at 27-28 anni qualcosa è exploded  che ho accettato, io mi sono accettato myself, e  lì la mia seconda vita è partita. E' stata dura, non è stato facile, e poi ho cominciato a fare certe cose, ho avuto le mie satisfactions, un'autostima è cominciata, che poi mi ha portato a raccontarvi tutto questo, però credetemi è stato difficile. E ora vado a concludere per dirvi cosa?  Un attimo a me è bastato , quel momento di distrazione… Ho saputo in seguito che questa struttura che abbiamo costruito era illegale, perché il padrone della fabbrica conosceva il mio datore di lavoro e, come si dice nel dialetto del Friuli: "Cumbinin! Fasin!". Poi il mio processo è durato quasi 22 anni tutto con l'iter burocratico e tutto quello che concerne. Non c'è solo l'infortunio, il mio danno terribile, ma c'è anche tutto il resto: lo stravolgimento della famiglia, la mia mamma è dovuto stare a casa dal lavoro. A me è bastato quell'attimo su quella canopy e la mia vita precedente di adolescente è stata cancellata completamente. Perciò il  messaggio che voglio dare a voi è di fare molta attenzione, non solo quando sarete a lavorare, ma come diceva giustamente prima la dell'INAIL direttrice regionale, fate molta attenzione anche a casa, al percorso casa-lavoro, lavoro-casa, che si chiama "in itinere". Moltissimi infortuni succedono in casa, a causa di disattenzione, per fretta, malattie professionali, ci sono tanti tipi di infortuni, perciò fate molta attenzione. E questi eventi, come la settimana europea della salute e sicurezza sul lavoro are molto importanti, perché la basis di tutto  è cambiare la  cultura lavorativa, perché gli infortuni sono per la gran parte solo una questione di cultura sbagliata del lavoro, specialmente molto per noi in Friuli che abbiamo questa mentalità "abbiamo sempre fatto così", No! Se si è sempre fatto così sbagliando non va bene, se non ci sono le protezioni... perché a me è bastato un attimo e la vostra vita può completamente essere stravolta. Io avrei tante altre cose da dire, ma capisco che il tempo è tiranno, io spero di avervi trasmesso qualcosa, qualcosa di importante che vi rimanga dentro. Un ultima cosa: pensate qualche volta non a come io sono ora, ma pensate a quel ragazzo che aveva 17 anni e come la sua vita upsetted; ecco magari pensateci un momentino quando fate qualcosa, se vi è rimasto dentro qualcosa, io vi ringrazio e avrei concluso.

I COSTI DELL’INSICUREZZA

Francesco Venier, docente UniTS

 

745mila infortuni, 1296 morti sul lavoro nel 2012 l’anno migliore nel paese migliore in Europa e nel mondo per la sicurezza sul lavoro sono ancora dati inaccettabili. Sono dati che costano al nostro paese il 3% del PIL, un po’ di più probabilmente, al mondo che come dicevo prima è in una situazione ancora peggiore costano più del 4% del Prodotto Interno Lordo. Ora PIL è un concetto astratto cosa c’entro io con il Pil ho un’azienda sono dirigente di un ente pubblico in fondo questi sono dati che preoccupano i governi anche in un’impresa in un ente pubblico questi dati poi si trasformano e sono di fatto il risultato di una somma di danni economici reali diretti, indiretti e intangibili che riguardano tutte le aziende tutti i conti economici. È brutto parlare di queste cose in termini economici perché il vero danno è un danno umano, un danno sociale, un danno derivante dalle opportunità perse è un danno derivante dal dolore delle famiglie dall’infrangersi di sogni ed obiettivi di una vita di tante vite, di milleduecentonovantasei vite solo nel 2012 e questo però è un danno anche economico. Danno economico che potremmo considerare un costo della non sicurezza, in questo momento in Italia la sicurezza sul lavoro è presa molto seriamente da un punto di vista giuridico e direi anche da un punto di vista aziendale purtroppo non c’è ancora una cultura della sicurezza, la vera culutra della sicurezza è ciò che può difendere più di tutto gli operatori perché sappiamo bene che i primi a non tutelarsi adeguatamente sono le persone sul posto di lavoro che però non esimono il datore di lavoro dalle sue responsabilità, che sono oggettive e dai suoi rischi anche economici. Un operaio che non è adeguatamente vestito che non è adeguatamente formato e informato e non solo un operaio anche un white collar che ha un piccolo incidente sul lavoro può generare enormi costi economici e può naturalmente generare enormi costi sociali e personali. Non solo alla società in generale ma anche al clima e alla cultura in cui l’organizzazione è inserita. Allora agire su questi costi agire su questa cultura è importante oggi. I costi della sicurezza sono chiari sono la formazione, sono l’adeguamento delle infrastrutture degli impianti dei macchinari dell’ambiente di lavoro della salubrità dell’ambiente di lavoro. Oggi si parla di sistema integrato HS quindi salute sicurezza ambiente, perché sono tutti aspetti collegati tra loro oggi sta nascendo una nuova figura professionale il manager dell’HSE cioè un manager che ha come compito come negli anni 70’ 80’ il manager della qualità, ha portato cultura della qualità senza la quale le aziende italiane diciamo occidentali non potrebbero sopravvivere il manager dell’HSE è deputato a portare in azienda la cultura della sicurezza. La cultura della sicurezza esce da un ambito puramente tecnico, burocratico noioso visto come costo entra in un ambito manageriale entra nella logica della strategia dell’intera azienda perché i costi della sicurezza che sono relativamente certi sono sicuramente inferiori, si parla di un rapporto di 2.2 a 1, la stima è molto dettagliata di cui adesso non sto a farvi a darvi conto perché sono facilmente rinvenibili anche online 2,2/1 come minimo il vantaggio, il ritorno dell’investimento sulla sicurezza, costo di 1 per la sicurezza corrisponde a un ricavo, alle volte un minor costo di 2,2 in Italia. In altri paesi questo multiplo va da 4,5 a 1 dove naturalmente la situazione della sicurezza è ancora peggiore di quella del nostro paese. Quindi cultura della sicurezza vuol dire formazione, costi della non sicurezza vuol dire giornate di lavoro perse vuol dire assicurazioni o comunque compensi per responsabilità civile da pagare vuol dire danni personali morali, psicologici e costi sociali di conseguenza vengono pagati sempre dalle nostre tasse per ristabilire condizioni della qualità della vita accettabili da parte del lavoratore che è incorso nell’infortunio o peggio nell’invalidità. Io credo che questo sia almeno sufficiente per porsi almeno una domanda: ho messo in atto tutto ciò che è in mio dovere, in mio potere per evitare al massimo grado i rischi legati al contesto di lavoro cui io sono responsabile?

 

testata dolorosa

Rincorrersi all’università lo si può fare ma negli spazi ampi. Quando si imbocca un corridoio che non si conosce che è molto stretto e anche non tanto chiaro e porta a una stretta scaletta che sale. Il soffitto diventa sempre più basso e al termine della scaletta trovate una porticina che non porta da nessuna parte, perché di là c’è soltanto un vano tecnico, non entrate. È successo che due ragazzi che si rincorrevano il primo si è reso conto che la porticina era piccola, si è abbassato ed è passato velocemente dentro. L’altro non si è accorto assolutamente che il soffitto mentre saliva le scale si stava avvicinando alla sua testa probabilmente l’avrà guardato e non ha visto la porta. La porta ha uno stipite in ferro, quel ferro ha preso esattamente la base della fronte e lo ha scalpato fino alla fine. Ha lasciato l’osso vivo, posso immaginare cosa avranno pensato i genitori: a che università lo abbiamo mandato? L’università degli indiani?

allenarsi alla percezione del rischio

Andrea Pernarcic, ANMIL

Io sono un ex vigile del fuoco, sono un insegnante AIFOS e sono un infortunato sul lavoro. Nel 1997 in una fabbrica di una persona a me cara un mio amico, durante una lavorazione della gomma plastica ho avuto un incidente un infortunio sul lavoro che mi ha creato un problema in questo caso molto visibile alle mani. Devo dire che se non fossi stato un Vigile del fuoco molto probabilmente io non ci sarei, per un motivo molto semplice. I Vigili del Fuoco intervengono sempre dopo che l’incidente in qualche maniera è avvenuto. Quando è capitato il mio, otto persone in azienda sono svenute vedendo quello che era rimasto delle mie mani e di conseguenza in qualche maniera io ero l’unico in quel momento a poter gestire l’emergenza in prima persona, solo che non potevo farlo. Nel senso che avendo le mani in una condizione diciamo impossibile da poter utilizzare ho dovuto utilizzare tutta l’esperienza e in qualche maniera l’addestramento fatto come Vigile del Fuoco per spiegare alle persone che stavano accanto a me come salvarmi la vita. Quindi quando si parla che gli studenti sono la prima risorsa per poter in qualche maniera intervenire, ed è proprio vero, perché tante volte quando avviene l’incidente può succedere che ci sia una persona esperta ma in quel momento non possa spiegare, non possa agire direttamente. Nel mio caso io avevo due emoraggie estese ad entrambe le braccia, emoraggie arteriose quindi avevo circa 8 minuti per poter intervenire prima di svenire e quindi ho dovuto segnalare e dare indicazioni precise per fare tutto quello che è stato il recupero fino all’ospedale. Voi pensate che l’azienda era distante circa 6km dal primo Pronto soccorso nel momento in cui è avvenuto l’incidente io avevo due persone su cui potevo contare, uno era il caporeparto di quest’azienda del magazzino, che è stata la persona che mi ha seguito fino in ospedale e che mi stringeva, mi sono fatto mettere dei lacci emostatici delle corde semplici da legare sugli avanbracci che ogni 5 minuti rilasciavamo per far circolare il sangue in modo che entrasse in circolo. L’altra persona era il titolare dell’azienda che guidava la macchina fin ad arrivare al pronto soccorso. La terza persona che in qualche maniera non faceva parte della parte operativa dell’azienda, ma era una delle segretarie, è stato il nostro ricetrasmettitore la persona alla quale io ho detto lei prenda i miei dati dica il mio nome, il mio cognome il mio gruppo sanguigno, le allergie che ho quello che è successo e il fatto che noi da questa zona ci stiamo muovendo verso il pronto soccorso. Queste cinque informazioni mi hanno salvato la vita. Perché mentre noi stavamo arrivando in macchina al pronto soccorso, il pronto soccorso avevo già allertato gli ospedali civili di Brescia quindi l’elisoccorso si era già alzato in volo e stava arrivando a prendermi al pronto Soccorso di Montichiari. Le sale operatorie che stavano iniziando delle operazioni hanno interrotto immediatamente le attività e le due equipes si sono rese disponibili a fare l’intervento in emergenza. Questo a grandi linee è stato il mio percorso. Io quando ho avuto l’infortunio avevo 21 anni, quindi una vita, una carriera anche non solo nel ramo del Vigili del Fuoco ma in moltissime altre attività che svolgevo e che da un giorno all’altro si sono interrotte. Che cos’è l’infortunio? L’infortunio sul lavoro è la distruzione totale di una vita senza nessuna possibilità di tornare indietro perché bisogna costruire una nuova realtà un nuovo stato di normalità, cioè la persona che esce dall’ospedale finite diciamo le cure e inizia la riabilitazione deve immedesimarsi in una persona nuova, perché molte cose di quello che c’era prima non ci sono più non le potrà più fare. Il corso che abbiamo visto, il video corso se vogliamo, di sensibilizzazione e va benissimo per in qualche maniera far capire che ci sono dei rischi correlati a qualsiasi attività che voi fate all’interno non solo nell’Università ma anche nell’ambito lavorativo; devono avere un tipo di allenamento mentale, perché come per i vigili del fuoco che si allenano fanno le scale, utilizzano gli impianti, gli idranti cioè fanno tutta una serie di procedure. Il fatto di dare alla segretaria l’informazione di cosa fare, cosa dire al telefono al pronto soccorso è una procedura. La stessa cosa dovrebbe avvenire all’interno di quello che è il percorso formativo sulla prevenzione e quindi creare una sorta di procedura, addestrare alla percezione dei rischi.

 

 

 

passando attraverso una porta

Gli studenti sono dei giovani e come tutti i giovani non è che soltanto studino, ogni tanto si divertono. A volte il divertirsi troppo porta a esagerare, soprattutto si fanno degli scherzi e si cerca di evitare gli scherzi. Ricordo di una ragazza che era inseguita da un suo compagno di corso che aveva appena subito un suo scherzo, correva, correva, correva per non farsi raggiungere e non sapeva se il compagno la stava ancora rincorrendo. Improvvisamente si è girata per vedere se il leone era ancora dietro e la stava per prendere. In quel momento ha fatto qualche metro in più ed è andata a sbattere contro una porta vetrata che purtroppo non ha retto all’urto. C’è passata attraverso. Si è fatta parecchio male perché un pezzo di vetro le ha reciso profondamente un tendine della mano e non si è più rinsaldato perfettamente per cui quel dito non ha più la mobilità che aveva prima, uno scherzo purtroppo finito male.

 


Informazioni aggiornate al: 25.11.2014 alle ore 12:51