|
Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1951, Prefazione, pp. 7-16 Guido Abbattista Introduzione a Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1951, Prefazione, pp. 7-16 A proposito di Chabod, la Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, solo due parole introduttive per sottolineare alcuni elementi di interesse metodologico generale. Non ho la pretesa di dire cose della minima originalità su un tema per il quale il rimando è obbligatorio quanto meno al saggio di Walter Maturi su Chabod storico della politica estera italiana apparso sulla “Rivista storica italiana” nel 1960, e alle pagine del “Profilo” di Gennaro Sasso dedicate alla genesi della Politica estera. Qui si troveranno discusse le questioni essenziali: il rapporto con Meinecke, l’influsso del Kaegi del Kleinstaat, la critica della volontà di potenza attraverso Burckhardt, la riflessione sul destino dell’Europa e sul ruolo della cultura, l’importanza metodologica dello studio della politica estera italiana in una prospettiva autenticamente europea, il rapporto indubbiamente vivissimo con il Croce della Storia d’Italia (1928) e della Storia d’Europa (1932) e quello col Volpe dell’Italia in cammino (II edizione, 1931), e poi i problemi sostanziali di giudizio sulla politica estera dei moderati e su quella di Crispi. Le origini dell’opera risalgono al 1936. Allora Chabod aveva 35 anni. Era stato un anno in Germania dove aveva conosciuto Meinecke, nel 1925-26 (la Staaträson era uscita nel 1924), e ne aveva scritto nel 1927. Nel 1928 era divenuto redattore dell’Enciclopedia italiana e nel 1930 era stato ammesso come allievo dell’Istituto italiano per l’età moderna e contemporanea di Roma, allora sotto la direzione di Gioacchino Volpe. Gli anni ‘30 lo vedranno impegnarsi negli studi su Machiavelli e nelle ricerche di storia politico-istituzionale e religiosa del ducato di Milano nell’età di Carlo V, mentre stavano iniziando gli studi sull’idea di Europa e di nazione che nel decennio successivo porteranno alla preparazione dei materiali universitari, poi raccolti in volume nel secondo dopoguerra. Nel 1931-32 intanto era apparso lo studio su Giovanni Botero (poi edito come volume nel 1934). Nel 1935 Chabod ottenne la prima cattedra universitaria, a Perugia, dove restò solo tre anni, per passare poi a Milano. Fu in quel triennio che ricevette da Volpe l’incarico di collaborare ad un progetto di Storia della politica estera italiana dal 1861 al 1914 promosso dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), presieduto da Alberto Pirelli, e di cui gli altri autori avrebbero dovuto essere Walter Maturi e Augusto Torre. Si trattò quindi di un significativo cambiamento di campo di lavoro per uno storico che fino ad allora si era concentrato sulla storia italiana del Cinquecento e che ora veniva ad occuparsi di temi legati alla modernità, in particolare di quella politica estera che, scrivendo a proposito di Meinecke nel 1927, gli era sembrata divenire un polo di richiamo particolarmente forte per una storiografia europea evidentemente alle prese col problema della ‘potenza’. A questo progetto Chabod, che ne assunse la responsabilità relativamente agli anni 1870-1896, lavorò dal 1936 al 1943, ottenendo grazie all’ISPI libero accesso all’Archivio Storico del Ministero degli Esteri. Come egli riconobbe, fu questa circostanza che gli assicurò la indispensabile base documentaria per la realizzazione dell’impresa. Ma l’incarico si rivelò una grande esperienza metodologica, risvegliando nel giovane storico la consapevolezza della necessità di incrociare le fonti ufficiali con quelle personali e private e alimentando una sensibilità di cui si trova traccia continua, per esempio, nelle Lezioni di metodo storico. Grande attenzione dunque per i documenti privati – per esempio le carte di Visconti Venosta, di casa Savoia, di Mancini, di Nigra – che sarebbero stati destinati all’edizione a stampa dei Documenti Diplomatici Italiani. Ma attenzione anche per i documenti esteri, come quelli francesi, indagati presso il Quay d’Orsay, quelli austriaci, quelli tedeschi, che Chabod non poté invece consultare, e infine quelli inglesi, rimasti esclusi dal lavoro. La “Prefazione” alla Storia, che sarebbe poi uscita nel 1951 (anno al quale risale la “Prefazione” stessa), chiarisce come il volume edito non fosse consacrato alla narrazione fattuale e cronologica: “la narrazione distesa e continua – precisava Chabod – verrà fatta nel corso di una serie di volumi, quattro presumo, che seguiranno”. Il volume del 1951 doveva invece rispondere all’esigenza di chiarire i presupposti culturali, morali e ideologici della politica estera italiana nel periodo considerato. Chabod insomma sottolineava il proprio punto di vista che non voleva essere quello dello storico della diplomazia, del tecnico, dello storico delle relazioni internazionali, ma dello storico a tutto tondo. La politica estera gli risultava comprensibile solo come parte di un unico processo storico, ai cui caratteri di fondo era consacrato il volume del 1951. E qui Chabod usava parole istruttive contro la eccessiva compartimentazione e tecnicizzazione della ricerca: Per vero, se nelle maggiori e più significative tendenze della storiografia moderna, in Italia come fuori d’Italia, s’è avvertita e s’avverte tuttora certa insofferenza, a non dir fastidio della cosiddetta storia diplomatica, ciò è dovuto, per molta parte, all’essere tale storia condotta, non sempre senza dubbio (esempi insigni in contrario non mancano), ma pur troppe volte ancora, se anche tecnicamente in modo eccellente, tuttavia con una certa angustia sostanziale di visione: nel migliore dei casi, ancora e sempre, in pieno Novecento, s’osserva il permanere di una valutazione che ci riconduce alle origini della storiografia moderna, ai criteri – allora legittimi e fecondi di novità – puramente politico-diplomatico-militari degli scrittori fra Cinquecento e Seicento. Il punto di vista che a questo Chabod intendeva contrapporre era quello dello storico genuino. È solo con un autentico sguardo storico, per esempio, che risultava possibile ridimensionare il concetto astratto e spesso pretestuoso di “interessi permanenti” di un paese, che non serviva ad altro che a ritagliare una sfera separata della politica estera quale, in realtà, non poteva affatto darsi. Compito dello storico doveva essere quello di valutare nelle situazioni storicamente date quali fossero gli interesse prevalenti, senza pregiudizi, senza postulare necessità inerenti, o condizionamenti strutturali, geografici, fisici, immutabili: Vero è anche che, ai tempi nostri, s’è cercato di costituire un saldo fondamento fisico a quelle supposte permanenze; e ricoprendo con nomi nuovi e pomposi cose di vecchio buon senso, ma spesso soffocando il buon senso e le vecchie cose buone sotto il peso di sciocchezze moderne, s’è scoperta la geopolitica. Dal fatto, tanto ovvio anch’esso ch’è banale il ripeterlo e antico quanto il pensare umano, dell’importanza fondamentale che la posizione geografica di un paese ha agli effetti dei suoi rapporti con 1’estero, si è cercato di far nascere un nuovo determinismo su basi geografiche, un meccanicismo fatalistico per cui la natura condizionerebbe la storia di un paese. Evidente mi pare qui, col richiamo ai “moderni dottrinari”, coloro che hanno cercato di ridurre le vicende di uno Stato a un insieme di leggi fisse, il riferimento ai teorici delle geopolitica: come il tedesco Ratzel (Anthropogeographie, 1882-1891, e Politiche Geographie, 1897), il pangermanista svedese Kjelen, la Geopolitik di Haushofer e della cosiddetta “Scuola di Monaco” centrata sul concetto di Lebensraum, ma forse anche all’americano A. T. Mahan e all’inglese H. Mackinder col suo concetto della Heartland, la massa centrale eurasiatica come chiave di volta del dominio mondiale (1904 sgg.). Ma il rimando implicito è forse anche alla rivista italiana “Geopolitica. Rassegna mensile di geografia politica economica, sociale, coloniale” (su cui c’è una tesi di laurea inedita di Marco Antonsich, “La coscienza geografico-imperiale del regime fascista: Geopolitica (1939-1942)”, Milano, Univ. Cattolica, 1990-91) e al genere di studi che attorno ad essa si andavano compiendo per iniziativa di Umberto Toschi, autore nel 1937 di un importante manuale di ispirazione ratzeliana (con l’idea delle "leggi di sviluppo" spaziale degli Stati), Luigi De Marchi, autore dei Fondamenti di geografia politica: basi geografiche della formazione e dello sviluppo degli stati e dei problemi politici attuali, Padova : CEDAM, 1929 (II ed. 1938), Elio Migliorini, autore di La terra e gli Stati. Lezioni di geografia politica, Napoli, Liguori Editore, 1945. Ma altrettanto evidente appare la preoccupazione per un’altra fallacia storiografica, collegata alla precedente: quella consistente nel considerare tanto permanenti e immutabili certi criteri e priorità nella politica estera da considerarli sicure guide del giudizio storico su epoche ed eventi del passato; donde la critica di Chabod all’atteggiamento di certi storici i quali, persuasi che l’interesse politico prevalente dell’epoca in cui essi scrivevano fosse un Assoluto, e facendo delle loro preoccupazioni politiche un criterio di valutazione storiografica anche per il lontano passato, condannarono per esempio come vana, dispersiva e innaturale la politica italiana di Carlo VIII e di Luigi XII, mentre unica naturale politica per la Francia sarebbe dovuta essere la politica renana: trasposizione illegittima di preoccupazioni francesi dell’Ottocento e del Novecento nel mondo di fine Quattrocento. Ciò che quindi egli voleva sottolineare è il carattere non tecnico della storia delle relazioni internazionali, niente affatto limitata a rapporti tra Stati, bensì aspetto particolare dell’esistenza di singoli Stati nel quale viene a pesare l’intero retaggio di caratteri, aspirazioni, ideologie, non però dato una volta per tutte, ma così come si traduce in condizioni storiche precise. Chabod rivendicava quindi l’importanza delle ideologie contro i tecnicismi dei diplomatici, la necessità di integrare politica estera con politica interna in tutti i suoi aspetti. Perciò, egli concludeva: Impossibile [...] a chi voglia studiare la politica estera italiana non rendersi conto, prima, che cosa fosse quest’Italia nella sua formazione unitaria, non riconoscere i molti elementi che le avevano dato vita e la cui presenza si faceva – oh quanto chiaramente! – avvertire anche nelle varie impostazioni e soluzioni vagheggiate per la politica estera. Soltanto su questo sfondo gli eventi internazionali possono poi assumere il loro giusto rilievo. Queste le ragioni del volume introduttivo, di Premesse, dedicato a “Le passioni e le idee” e a “Le cose e gli uomini”, destinato quasi a introdurre sulla scena tutti gli elementi del dramma: Rendersi, dunque, conto di quali forze ideali e morali, di quali interessi, di quali aspirazioni si componesse la vita dell’Italia unita: forze, interessi, aspirazioni che avrebbero condizionato, di volta in volta, lo stesso procedere diplomatico, così come sulla situazione internazionale dell’Italia avrebbero pesantemente gravato – più forse che per altri paesi – atteggiamenti, manifestazioni e agitazioni all’interno. La rumorosa, violenta esplosione di malcontento e di proteste, nell’estate del 1878, dopo il Congresso di Berlino, o le accresciute manifestazioni anticlericali nel 1881 – la prima e le seconde strettamente collegate con tradizioni, passioni e tendenze dell’anima italiana d’allora – significarono qualche cosa anche per la posizione dell’Italia di fronte all’Europa; e le preoccupazioni di politica interna giocarono assai più che non si sia spesso creduto nella conclusione della Triplice Alleanza. Ne seguiva una fondamentale lezione di metodo, consistente nello sforzo di esatta valutazione degli elementi in gioco in un dato momento storico, senza la pretesa di formulare giudizi a posteriori sulla base di acquisizioni, conoscenze, informazioni sopraggiunte solo a distanza di tempo, anche molto tempo: È troppo comodo giudicare a distanza di cinquanta o sessant’anni, allo storico che, post facta, può conoscere intenzioni e mosse anche segrete delle varie parti che agiscono sulla scena internazionale, cioè dei vari Stati; troppo comodo, quando non ci si chieda anche se, allora, quel che si poteva sapere degli intendimenti di un altro governo e le impressioni che s’avevano e i giudizi comuni non giustificassero, invece, un atteggiamento poi risultato sbagliato. Da errori simili nemmeno i grandissimi fra gli uomini di Stato, nemmeno un Cavour e un Bismarck, furono immuni; e a ragion maggiore gli altri. Un ammonimento anche nei confronti della sopravvalutazione di permanenze, strutture (o, come dice Chabod, “cosiddette strutture”), quando siano sganciate dall’analisi concreta delle contingenze storiche: saper infine vedere gli uomini, le singole personalità con i loro pensieri ed affetti: la storia, almeno fino ad oggi, e stata fatta dagli uomini e non da automi, e dottrine e cosiddette strutture, che in sé e per sé dal punto di vista della valutazione storiografica sono pure astrazioni, acquistano valore di forza storica solo quando riescono a infiammare di sé 1’animo degli uomini – dei singoli come delle moltitudini –, quando diventano una fede, una religione interiore capace anche di creare i martiri; quando cioè ideologie o rapporti sociali diventano un fatto morale, che schiera attorno al programma di questo o quel partito politico, dietro a questa o quella bandiera i molti che solo ora – per quell’improvvisa accensione di una nuova fede – sentono come ingiustizia da combattere quel che per dinnanzi essi stessi o i loro padri avevano riguardato come una fatalità a cui rassegnarsi o addirittura accettato come un fatto normale e ovvio – sia che l’ingiustizia appaia nell’essere 1’Italia divisa e serva dello straniero, sia che appaia in un determinato ordinamento economico e sociale. Una rivalutazione esplicita, in questo, Chabod faceva dell’uomo e dell’azione umana in generale, ma anche del ruolo delle personalità, soprattutto trattandosi di politica internazionale. Scritte nel 1951, queste perorazioni erano un chiaro monito contro certo riduzionismo storiografico e contro l’applicazione di metodi quantitativi e clinometrici. So bene che molta parte della storiografia moderna disdegna 1’uomo, come tale, e, confondendo i pettegolezzi mondani con la ricostruzione morale e spirituale di una personalità, aborre dal cosiddetto psicologismo, per correr dietro alle dottrine pure, alle pure strutture o a quell’ultimo meraviglioso portato di certa storiografia recentissima, le tavole statistiche, le percentuali, le medie, i grafici – tutte cose utilissime entro certi limiti, ma nelle quali, con qualche diagramma e qualche media statistica, si vorrebbe racchiuso il segreto della storia. A leggere simili cose, mi vien fatto sempre di pensare al bravo generale Cartier de Chalmot, da Anatole France effigiato mentre è intento a porre la sua divisione in schede: ogni fiche è un soldato, ogni fiche è una realtà; e il bravo generale manovra, dispone, comanda, studia piani tattici, imperturbabile nella convinzione che la realtà sia lì, nelle sue fiches, mai assillato, nemmen per un attimo, dal dubbio che, sul terreno, quella vera realtà che sono i suoi fanti in carne ed ossa possa reagire agli ordini in modo affatto imprevisto. Parecchi studiosi di storia sono oggi dei generali Cartier de Chalmot: e lasciamoli, dunque, al loro comandar le truppe manovrando fiches. Chabod intendeva dunque fondare il proprio lavoro su premesse metodologiche molto nette e forti: restituire il proprio ruolo all’individuo, all’uomo concreto, storico, considerato sia come individualità sia come collettivo, ridare il posto che le spetta alla libertà di scelta, alla razionalità, alla capacità decisionale: data la situazione geografica di uno Stato, non esiste 1’arbitrium indifferentiae, ma bene la scelta fra l’una e 1’altra via – e la scelta è opera dell’uomo, cioè libera; così, in una certa situazione storica nemmeno al maggiore degli uomini di Stato sarà concesso di agire a suo capriccio, ed egli dovrà sempre muovere dalla realtà che gli sta innanzi – ma questa realtà gli consente poi sempre le scelte e i modi differenti di procedere oltre. Dove è appunto la indistruttibile libertà della storia e il segreto del suo sempre imprevedibile dispiegarsi futuro. È questa la medesima posizione che, come Sasso ha chiaramente evidenziato, Chabod espresse a proposito del legame tra aspetti della politica estera italiana nel periodo crispino e genesi del fascismo e, più in generale, del problema della necessità nei processi storici: una posizione che, nel rifiutare visioni rigide, deterministiche, fatalistiche o aperte all’influsso della casualità, contro Meinecke e a favore di Croce lo portava a mettere in risalto il problema della capacità, della responsabilità individuale. E però attenzione per la capacità creativa e razionale dei protagonisti non voleva certo dire sottovalutare le grandi forze, l’elemento collettivo dato dai sentimenti e dalle idee e dalle grandi svolte, come ad esempio quella determinata dalla crisi francese dopo il 1870, con quanto essa significò per Chabod – così in sintonia con il Croce della Storia d’Europa – in termini di crisi delle idee liberali e democratiche e dell’ideale del piccolo Stato, e di inesorabile affermazione di nuove concezioni di stampo realistico, nazionalistico, militaristico, espansionistico e di miti come quello nefasto della potenza, della grandezza, dell’accentramento, che sembravano preludere al travolgimento della civiltà europea tutta. Allo stesso modo, ben presente nelle Premesse è un altro grande tema: quello del rapporto tra classi dirigenti e masse popolari. Qui egli ben vedeva – e invitava di conseguenza a spostare l’attenzione dal “pericolo rosso” al pericolo “nero, di reazione clericale e conservatrice – ben vedeva il rischio di un distacco crescente tra le une e le altre e l’inizio di quello che definiva il “doloroso dissidio”, la divaricazione cioè tra patriottismo e internazionalismo, tra partiti risorgimentali e socialismo. Un tema di cui vivissima è la coscienza che si tratti del conflitto su cui “s’imperniò gran parte della storia italiana dalla fine del secolo XIX al 1922”. Una dimostrazione chiarissima, come si vede, da parte di Chabod della crociana contemporaneità di ogni storia. Si è già detto come il volume del 1951, su “Passioni e idee” e su “Uomini e cose”, fosse stato concepito come una introduzione a quattro ulteriori volumi di storia narrativa, che, com’è noto, l’autore non realizzò. È vero che quanto apparve nel 1951 si offre alla lettura con una completa autosufficienza. Ma come quei precetti, quelle premesse così forti avrebbero veramente guidato la ricostruzione fattuale e cronologica ? A questa domanda non possiamo rispondere nemmeno oggi, nonostante la riscoperta di alcuni frammenti dell’opera che avrebbe dovuto seguire e che è stato merito di Edoardo Tortarolo aver riportato alla luce e pubblicato. Di frammenti veri si tratta, che tutt’al più possono dare l’idea di come Chabod avrebbe inteso lavorare, non restituirci pienamente ciò che mai è stato portato a compimento.
Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1951, Prefazione, pp. 7-16 (7) PREFAZIONE Le origini di questo lavoro risalgono, ormai, lontano. Nel 1936, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, per iniziativa di Alberto Pirelli, suo presidente, di Pier Franco Gaslini, segretario generale, e di Gioacchino Volpe, affidò infatti il compito di scrivere, su base documentaria nuova, una Storia della politica estera italiana dal 1861 al 1914, al compianto Carlo Morandi – alla cui memoria rivolgo il mio pensiero –, a Walter Maturi, ad Augusto Torre e a me, che assunsi l’impegno per il periodo dal 20 settembre 1870 al marzo 1896. L’aiuto che avemmo dall’Istituto fu, sotto ogni riguardo, prezioso: e sia, perciò, espressa qui la mia viva gratitudine ad Alberto Pirelli e ad Alessandro Casati, a Gioacchino Volpe, a Pier Franco Gaslini, a Gerolamo Bassani, attuale segretario generale dell’I.S.P.I. E anzitutto: per quell’aiuto ci fu possibile ottenere libero accesso all’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, esplorandolo compiutamente, con un lavoro continuo durato oltre sei anni, fra il 1936 e il 1943; ci fu possibile, cioè, assicurare al nostro lavoro la indispensabile base documentaria, necessaria premessa che era stata all’origine stessa dell’iniziativa. Questa base documentaria non è rimasta, tuttavia, la sola. Sempre più nel corso delle ricerche emergeva la necessità di integrare i carteggi ufficiali con quei carteggi personali, privati, i quali -per la storia d’Italia non meno che per la storia degli altri paesi – ne costituiscono l’indispensabile complemento, quello che solo, talora, permette di veder chiaro e preciso negli sviluppi di una situazione e nell’atteggiamento di un governo. Certi giudizi e certi perché non si troveranno mai in nessun carteggio ufficiale. Quindi, non solo necessità di estendere le ricerche ad altri archivi pubblici, dove pure sono (8) depositati carteggi e diari o, comunque, documenti interessanti direttamente la politica estera italiana (valgano, come solo esempio, le carte Visconti Venosta e Depretis dell’Archivio Centrale dello Stato, a Roma); ma anche, quando fosse possibile, ad archivi privati. Pure qui la fortuna mi fu amica: ché, nella quasi totalità, i discendenti o congiunti di antichi ministri e ambasciatori mi apersero, con signorile larghezza, i loro archivi. Anche questo materiale, raccolto-oso direcon paziente ricerca di vari anni, verrà da me inserito nella gran raccolta a stampa dei Documenti Diplomatici Italiani, di cui escono ora i primi volumi. Chiamato a far parte della Commissione che a tale pubblicazione attende, curerò infatti l’edizione dei Documenti fra il 1870 e il 1896; e confido che l’inserimento in essa di documenti di archivi privati-per la prima volta, nel confronto con le analoghe raccolte straniere -, gioverà assai ad offrire un quadro quanto più possibile completo, non solo dell’azione, sì anche degli intendimenti che all’azione mossero gli uomini di governo italiani in quel periodo. E siano, dunque, ricordati con gratitudine il compianto marchese Giovanni Visconti Venosta di Sostegno, che mise a mia disposizione le carte di Emilio Visconti Venosta; e il compianto senatore Francesco Salata, che mi consentì di valermi delle sue copie di fascicoli di documenti dell’Archivio di Vienna, che a me non era stato possibile consultare in loco. Sia espresso il mio ringraziamento al Capo della Casa di Savoia, che, con grande liberalità, mi ha consentito di valermi dei documenti dell’archivio personale di Vittorio Emanuele II. E sono grato alla marchesa Dora Daniele di Bagni, per le carte Mancini; a donna Maria Pansa, per il diario del consorte, Alberto; al conte Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, per le carte Nigra. Agli archivi italiani, pubblici e privati, occorreva infine affiancare, per quanto fosse possibile, gli archivi esteri. Anche quando la pubblicazione ufficiale per gli atti del periodo 18711896 era già avvenuta, la ricerca appariva necessaria: non potendosi nelle grandi raccolte pubblicare tutto, era ovvio che molta parte del materiale riguardante direttamente l’Italia giacesse ancora inesplorata negli archivi -siccome mi doveva pienamente confermare la ricerca negli archivi del Quai d’Orsay, e il confronto fra il materiale ivi da me raccolto e quello – pochissimo – pubblicato nei Documents Diplomatiques Français per gli anni dal 1871 al 1876. Né v’è da insistere (9) sul fatto che nella Grosse Politik tedesca le tracce della corrispondenza diretta fra Berlino e Roma sono nulle, fino al 1880. Riuscito vano il tentativo di ottenere il permesso di consultare le carte degli archivi tedeschi, mi fu invece possibile la ricerca completa, per tutto il periodo fino al 1896 nell’Archivio di Vienna; e nell’Archivio del Quai d’Orsay, qui nei limiti di tempo prescritti dalle disposizioni vigenti. Dei documenti inglesi spero di poter prendere visione per l’ulteriore corso del lavoro e i problemi specifici che in esso si presenteranno. E anche qui desidero concludere ringraziando i funzionari dei vari archivi, segnatamente i funzionari dell’Archivio del Ministero degli Affari Esteri, a Roma; l’ambasciatore Raffaele Guariglia e il prof. Ruggero Moscati, che mi hanno trasmesso i documenti e le notizie dall’archivio di Vittorio Emanuele II, di cui mi valgo; i colleghi ed amici che mi hanno dato prezioso aiuto, nel corso delle ricerche o durante la collazione delle bozze sugli originali, per i documenti e i testi a stampa: la prof. Maria Avetta e la prof. Emilia Morelli, l’on. prof. Roberto Cessi, i proff. Giorgio Cencetti, Luigi Bulferetti, Carlo Cipolla, Armando Saitta, i dott. Rosario Romeo e Giuseppe Giarrizzo che si sono anche addossato l’onere della compilazione dell’indice dei nomi del presente volume*, con cui ha inizio la pubblicazione della Storia animosamente assunta dall’editore Laterza. Il quale presente volume non è, né intende essere, dedicato già all’analisi, cronologicamente condotta, dei problemi specifici e delle varie fasi della politica estera italiana fra il 1870 e il 1896. Se certo vi sono accenni a tali problemi – e talora, anche, più che accenni, destinati d’altronde ad essere ripresi e svolti compiutamente a tempo e luogo -, ciò avviene soltanto per chiarire le linee fondamentali, direi l’impostazione stessa della ricerca. La narrazione distesa e continua verrà fatta nel corso di una serie di volumi – quattro, presumo – che seguiranno. Perché, prima di tessere l’ordito minuto di quella politica, prima di immergermi nella parte più specifica, più tecnica direi (10) del mio assunto, mi è sembrato indispensabile chiarire quali fossero le basi, materiali e morali, su cui quella parte specifica tecnica necessariamente posava, quale il complesso di forze di sentimenti ond’era avvolta ed entro cui doveva muoversi, in quel momento storico, anche la iniziativa diplomatica. Vale a dire, passioni e affetti, idee e ideologie, situazione del paese, uomini, tutto ciò in una parola, che fa della politica estera nient’altro che un momento, un aspetto di un processo storico assai più ampio e complesso, abbracciante tutta quanta la vita di una nazione, e non consente compartimenti stagni, e il momento dei rapporti con l’estero lega strettamente e indissolubilmente all’altro, della vita morale, economica, sociale, religiosa all’interno. La politica estera di uno Stato – quale esso sia – non si compendia nelle sole trattative diplomatiche, nei carteggi fra il ministro degli Esteri e gli ambasciatori, così come – e questo è pacifico, più universalmente ammesso-la politica interna non si riassume nella corrispondenza dei prefetti col ministro, e nemmeno soltanto nella lotta dei partiti valutati esclusivamente in correlazione ai problemi interni, senza nessi con le ripercussioni di eventi internazionali, e con le vicende di altri partiti in altri paesi. Presumere di chiudersi nell’uno o nell’altro di questi due astratti compartimenti, e, ben chiusi dentro, presumere di cogliere il significato e il valore delle vicende, sarebbe un tentativo simile a quello di chi ritenesse di provvedere all’illuminazione delle grandi metropoli odierne con qualche lume a petrolio. Per vero, se nelle maggiori e più significative tendenze della storiografia moderna, in Italia come fuori d’Italia, s’è avvertita e s’avverte tuttora certa insofferenza, a non dir fastidio della cosiddetta storia diplomatica, ciò è dovuto, per molta parte, all’essere tale storia condotta, non sempre senza dubbio (esempi insigni in contrario non mancano), ma pur troppe volte ancora, se anche tecnicamente in modo eccellente, tuttavia con una certa angustia sostanziale di visione: nel migliore dei casi, ancora e sempre, in pieno Novecento, s’osserva il permanere di una valutazione che ci riconduce alle origini della storiografia moderna, ai criteri – allora legittimi e fecondi di novità – puramente politico-diplomatico-militari degli scrittori fra Cinquecento e Seicento. È ben vero che, per coonestare un simile modo di valutare, s’invocano i cosiddetti “interessi permanenti” di un paese, (11) sorta di divinità ascosa che dovrebbe star al disopra di tutto quanto costituisce la vita concreta di un popolo, lotte politiche, ideali e ideologie, cozzar di passioni, per costituire il presupposto e lo scopo della politica estera, la stella polare a cui tener l’occhio fisso durante la navigazione perigliosa, senza curar il resto. Ma se il dire che l’interesse di uno Stato deve costituire il motivo centrale delle preoccupazioni e dell’azione dei politici di quello Stato, è dir cosa perfin banale talmente è ovvia – e ben ribadita da una tradizione secolare anche in sede dottrinaria, cominciando dal Machiavelli e dal duca di Rohan –, l’aggiungere il “permanente”, non fa che porre in piena luce le strettoie fra cui ci si dibatte nel vano sforzo di costituire una sfera “politica estera”, indipendente da tutto il resto e sovrastante la sfera della cosiddetta politica interna. Gli interessi permanenti sono una pura astrazione dottrinaria: di simili interessi, immutabili e fissi, nessuna storia di nessun paese ha mai offerto esempio, quando ne offre invece, a iosa, di più o meno repentini “capovolgimenti delle alleanze”, di clamorosi spostamenti nei rapporti fra le varie potenze, fine di quel che si denomina sistema politico ed inizio di un nuovo sistema a sua volta destinato poi a scomparire. Per il politico assai prima che per lo storico, il difficile sta nel valutare esattamente quali siano, in “un” determinato momento, gli interessi preponderanti; perché a credere alla necessità e fatalità per esempio di certi contrasti, può capitare come ai politici della Germania guglielmina che ritenevano impossibile l’accordo tra Inghilterra e Russia, e poi si vide come le cose andassero a finire. Continuo movimento, processo storico sempre differenziato mai misurabile sul metro del passato, anche la vicenda dei rapporti internazionali non conosce le permanenze immutabili. Vero è anche che, ai tempi nostri, s’è cercato di costituire un saldo fondamento fisico a quelle supposte permanenze; e ricoprendo con nomi nuovi e pomposi cose di vecchio buon senso, ma spesso soffocando il buon senso e le vecchie cose buone sotto il peso di sciocchezze moderne, s’è scoperta la geopolitica. Dal fatto, tanto ovvio anch’esso ch’è banale il ripeterlo antico quanto il pensare umano, dell’importanza fondamentale che la posizione geografica di un paese ha agli effetti dei suoi rapporti con l’estero, si è cercato di far nascere un nuovo determinismo su basi geografiche, un meccanicismo fatalistico per cui la natura condizionerebbe la storia di un paese. Quel (12) che conti il “sito” sapevano già assai bene i teorici e i pubblicisti di molti secoli fa; e ne parlarono largamente poniamo i cinquecentisti, assai più accorti tuttavia nel lasciare ampio campo libero alla virtù umana, non schiava nemmeno del sito: ma i moderni dottrinari han creduto di poter ridurre quel campo aperto, in un vano anelito alla scoperta di leggi fisse a cui far sottostare le vicende di un paese. Né si riflette che uno Stato ha sempre avuto dinnanzi a sé almeno due vie diverse da seguire: e il difficile – al politico nel decidere, allo storico poi nel comprendere – è’ tutto qui e soltanto qui, quale scegliere in quel determinato momento, in quella precisa situazione. Del che pure son piene le storie, dai tempi di Carlo VIII – a non risalir più su -, dalla mainte disputation alla sua corte fra i sostenitori dell’impresa d’Italia e le gens saiges et experimentéz che la trovavano invece très deraisonnable e non volevano saperne des lumées et gloires d’Italie; o dai tempi di Carlo V e delle contese, anche qui, tra i fautori e gli avversari della sua politica italiana. Polemiche e contrasti poi trapassati assai arbitrariamente anche nella storiografia, ad opera di studiosi i quali, persuasi che l’interesse politico prevalente dell’epoca in cui essi scrivevano fosse un Assoluto, e facendo delle loro preoccupazioni politiche un criterio di valutazione storiografica anche per il lontano passato, condannarono per esempio come vana, dispersiva e innaturale la politica italiana di Carlo VIII e di Luigi XII, mentre unica naturale politica per la Francia sarebbe dovuta essere la politica renana: trasposizione illegittima di preoccupazioni francesi dell’Ottocento e del Novecento nel mondo di fine Quattrocento. Oppure – esempio tipico – la lunga polemica in terra tedesca, dal von Sybel al von Below e oltre, contro la italienische Kaiserpolitik del Medioevo, che sarebbe stata anch’essa una innaturale, deplorevole dispersione di forze tedesche verso il sud, causa di logoramento della monarchia germanica, della mancata creazione di un saldo Stato nazionale germanico, e ostacolo ad una più naturale e fruttuosa Ostpolitik: anche qui con una indebita trasposizione di preoccupazioni e problemi germanici dell’Ottocento e del Novecento ai secoli X-XIII. Tanto facilmente si è indotti a qualificare da permanenti, eterni, interessi ed aspirazioni del momento politico in cui si vive! Ora, è bene nel momento della scelta che sulle decisioni propriamente di carattere internazionale pesa – almeno dai tempi della Rivoluzione Francese in poi – tutta la vita di un (13) popolo, nelle sue aspirazioni ideali e nelle ideologie politiche, nelle condizioni economiche e sociali, nelle possibilità materiali come nei contrasti interni d’affetti e di tendenze. E qui la storia diplomatica pura – come storia tecnica di relazioni fra governi – ha il suo limite. I diplomatici puri, fermi ancora all’ideale degli arcana imperii dell’Antico Regime, possono bensì sdegnarsi per le intrusioni “indebite” nel calcolo diplomatico di elementi nient’affatto diplomatici, e soprattutto delle ideologie politiche; possono sognare un nuovo Stato di Utopia ove questi impuri contatti non avvengano: tali chimere vengono regolarmente spazzate via dalla storia, che non conosce gli schemi astratti di una politica estera e di una politica interna, nettamente distinte l’una dall’altra, come non conosce “primati” dell’una o dell’altra, ma vede l’una e l’altra strettamente associate, fuse insieme, talora fattori di carattere più specificamente interno riverberandosi con maggior forza sull’atteggiamento verso l’estero, talora invece fattori di carattere internazionale più modellando anche le vicende interne, a cominciare dalla stessa lotta fra i partiti. Del che, s’altra mai, è classico esempio proprio la storia dell’Italia unita. Impossibile, perciò, a chi voglia studiare la politica estera italiana non rendersi conto, prima, che cosa fosse quest’Italia nella sua formazione unitaria, non riconoscere i molti elementi che le avevano dato vita e la cui presenza si faceva – oh quanto chiaramente! – avvertire anche nelle varie impostazioni e soluzioni vagheggiate per la politica estera. Soltanto su questo sfondo gli eventi internazionali possono poi assumere il loro giusto rilievo. Così come sarebbe opportuno – sia lecito auspicarlo – che coloro i quali attendono a ricerche specifiche sui problemi della cosiddetta politica interna, non dimentichino che essi sono, a loro volta, strettamente allacciati con quelli esterni e ne subiscono variamente l’influsso: siccome capita invece di osservare anche troppo di frequente, quando si leggono ricostruzioni storiche in cui l’Italia appare un po’ come una nuova Luna, mondo a sé, perfettamente isolato, capace di regolare da sé solo la sua vita; e perciò anche s’ascoltano ammonimenti sul come si sarebbero dovute svolgere le cose, poniamo nel Risorgimento (e, naturalmente, non si sono svolte così), senza che mai sembri affiorare almeno il dubbio se nell’Europa, costituita com’era allora, sarebbero state possibili, anche solo per l’Italia, certe soluzioni; senza che mai il ricordo del ‘48-’49 e del fallimento generale della rivoluzione europea serva a (14) mettere in guardia, almeno, sulla necessità di tener ben presente, anche nel giudizio sulla sola storia d’Italia, quel che, allora, fosse possibile in Europa. Rendersi, dunque, conto di quali forze ideali e morali, di quali interessi, di quali aspirazioni si componesse la vita del l’Italia unita: forze, interessi, aspirazioni che avrebbero condizionato, di volta in volta, lo stesso procedere diplomatico, così come sulla situazione internazionale dell’Italia avrebbero pesantemente gravato – più forse che per altri paesi – atteggiamenti, manifestazioni e agitazioni all’interno. La rumorosa, violenta esplosione di malcontento e di proteste, nell’estate del 1878, dopo il Congresso di Berlino, o le accresciute manifestazioni anticlericali nel 1881 – la prima e le seconde strettamente collegate con tradizioni, passioni e tendenze dell’anima italiana d’allora- significarono qualche cosa anche per la posizione dell’Italia di fronte all’Europa; e le preoccupazioni di politica interna giocarono assai più che non si sia spesso creduto nella conclusione della Triplice Alleanza. Tutto ciò – che significa cogliere oltre che atteggiamenti e fatti, anche impressioni e stati d’animo, oltre che l’azione del governo anche le opinioni – consente altresì di rendersi meglio conto del perché di certo agire di governanti, anche se a distanza di tempo quell’agire sia poi apparso erroneo. È troppo comodo giudicare a distanza di cinquanta o sessant’anni, allo storico che, post facta, può conoscere intenzioni e mosse anche segrete delle varie parti che agiscono sulla scena internazionale, cioè dei vari Stati; troppo comodo, quando non ci si chieda anche se, allora, quel che si poteva sapere degli intendimenti di un altro governo e le impressioni che s’avevano e i giudizi comuni non giustificassero, invece, un atteggiamento poi risultato sbagliato. Da errori simili nemmeno i grandissimi fra gli uomini di Stato, nemmeno un Cavour e un Bismarck, furono immuni; e a ragion maggiore gli altri. E basti, al riguardo, quel grosso errore di prospettiva politica che consisté, ancora dopo il ‘70, nell’attribuire al Bismarck sempre il segreto pensiero di annettere l’Austria tedesca al Reich: grosso errore, ma condiviso da molti, italiani e stranieri, politici e giornalisti, e la cui generalità occorre dunque tener presente, quando ci si trovi dinnanzi, per esempio, alla frase del Crispi al Bismarck, nel colloquio del 17 settembre 1877. In tutto questo, saper infine vedere gli uomini, le singole personalità con i loro pensieri ed affetti: la storia, almeno fino (15) ad oggi, è stata fatta dagli uomini e non da automi, e dottrine e cosiddette strutture, che in sé e per sé dal punto di vista della valutazione storiografica sono pure astrazioni, acquistano valore di forza storica solo quando riescono a infiammare di sé l’animo degli uomini – dei singoli come delle moltitudini -, quando diventano una fede, una religione interiore capace anche di creare i martiri; quando cioè ideologie o rapporti sociali diventano un fatto morale, che schiera attorno al programma di questo o quel partito politico, dietro a questa o quella bandiera i molti che solo ora – per quell’improvvisa accensione di una nuova fede – sentono come ingiustizia da combattere quel che per l’innanzi essi stessi o i loro padri avevano riguardato come una fatalità a cui rassegnarsi o addirittura accettato come un fatto normale e ovvio – sia che l’ingiustizia appaia nell’essere l’Italia divisa e serva dello straniero, sia che appaia in un determinato ordinamento economico e sociale. Tanto più necessario questo cercare gli uomini quando s’abbia a trattare, come nel caso nostro, di storia politica e, soprattutto, di storia dei rapporti politici internazionali: laddove, cioè, non soltanto la personalità generale del singolo politico o diplomatico, le sue idee e il suo programma, ma il suo stile d’azione costituisce elemento mai trascurabile nelle vicende. Il modo di impostare e condurre innanzi una certa politica, il modo di avvicinare e trattare le singole questioni, il modo di reagire -in una parola, lo stile-, per uomini come i nostri che sono uomini d’azione e non teorici da tavolino valgono almeno quanto i cosiddetti programmi generali. Per meglio dire, impossibile distinguere, in una determinata azione politica, quella che è la sostanza e quello che è il modo di mettere innanzi la sostanza: come nell’artista, così nel politico – quest’altro artista, che procede per intuizioni e non per logica astratta, e, quand’è veramente tale, lo è per grazia di Dio e non per dottrina – forma e contenuto fanno tutt’uno, e a voler valutare solo il secondo, trascurando la prima, si fa uno studio di ideologie e non di azione politica. Perciò, dunque, cercar di cogliere gli uomini che diressero o furono i maggiori esecutori di una politica anche nelle diversità del loro stile, diversità ricche di conseguenze concrete. So bene che molta parte della storiografia moderna disdegna l’uomo, come tale, e, confondendo i pettegolezzi mondani con la ricostruzione morale e spirituale di una personalità, aborre dal cosiddetto psicologismo, per correr dietro alle dottrine pure, alle pure strutture o a quell’ultimo meraviglioso (16) portato di certa storiografia recentissima, le tavole statistiche, le percentuali, le medie, i grafici – tutte cose utilissime entro certi limiti, ma nelle quali, con qualche diagramma e qualche media statistica, si vorrebbe racchiuso il segreto della storia. A leggere simili cose, mi vien fatto sempre di pensare al bravo generale Cartier de Chalmot, da Anatole France effigiato mentre è intento a porre la sua divisione in schede: ogni fiche è un soldato, ogni fiche è una realtà; e il bravo generale manovra, dispone, comanda, studia piani tattici, imperturbabile nella convinzione che la realtà sia lì, nelle sue fiches, mai assillato, nemmen per un attimo, dal dubbio che, sul terreno, quella vera realtà che sono i suoi fanti in carne ed ossa possa reagire agli ordini in modo affatto imprevisto. Parecchi studiosi di storia sono oggi dei generali Cartier de Chalmot: e lasciamoli, dunque, al loro comandar le truppe manovrando fiches. Con il che, non s’intende certo, nemmeno qui, ritornare alla cinquecentesca virtù del principe solo artefice di storia. Ma sì affermare che, in una determinata situazione, l’opera del singolo uomo di Stato interviene sempre incidendo sul corso degli eventi: o che, mediocre, si lasci infine sommergere dagli eventi, o che, grande, riesca invece a incanalarli in un certo modo, a farli svolgere con un ritmo anziché con un altro, a condurli verso certi sbocchi anziché verso altri, rallentando o spronando, e in ultima analisi facendo sì che nella situazione ch’egli lascerà ai suoi successori rimanga impressa anche la sua orma – maggiore o minore, questo è di volta in volta il segreto della storia. Come, data la situazione geografica di uno Stato, non esiste l’arbitrium indifferentiae, ma bene la scelta fra l’una e l’altra via – e la scelta è opera dell’uomo, cioè libera; così, in una certa situazione storica nemmeno al maggiore degli uomini di Stato sarà concesso di agire a suo capriccio, ed egli dovrà sempre muovere dalla realtà che gli sta innanzi -ma questa realtà gli consente poi sempre le scelte e i modi differenti di procedere oltre. Dove è appunto la indistruttibile libertà della storia e il segreto del suo sempre imprevedibile dispiegarsi futuro. Questa Prefazione fu scritta per la prima edizione nel 1951, quando l’autore pensava di far seguire, a questo volume di « premesse », altri quattro volumi di indagine più specifica e tecnica sulla politica estera italiana dal 1870 al 1896. Pur non avendo avuto un seguito, quest’opera vive a sé, poiché illustra gli aspetti insieme etico-politici ed economico-sociali i un intero periodo della storia nazionale (N. d. E.). * Il par. III del primo capitolo della prima parte riprende, ma qua e là ritoccato e parecchio ampliato, l’art. II pensiero europeo della Destra di fronte alla guerra franco-prussiana, pubbl. ne “La Comunità Internazionale”, gennaio-aprile 1946 |
||