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Marc Bloch

Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra*

I.

Gli storici hanno seguito con il più vivo interesse i progressi compiuti nel corso di questi ultimi anni dalla psicologia della testimonianza. Questa scienza è appena sbocciata; non ha più di vent’anni; o per lo meno sono poco più di vent’anni che ha cominciato a costituirsi in disciplina indipendente. È giusto aggiungere che la critica storica, più vecchia, le aveva aperto la strada. I primi testimoni che furono interrogati in modo razionale erano documenti maneggiati da eruditi. In questo campo gli psicologi hanno dovuto assumere come punto di partenza le regole seguite in pratica, più che formulate in teoria, dai Papebroch, dai Mabillon, dai Beaufort e dai loro seguaci. Ma essi hanno sviluppato questi principi con i loro metodi. Soprattutto, non si sono limitati a sfruttare la materia terribilmente complessa che il passato, o la vita quotidiana, metteva a loro disposizione; hanno costruito veri e propri esperimenti; grazie a essi, sono riusciti a separare gli uni dagli altri i differenti problemi, a mettere un po’ d’ordine nella ricerca, a mettere in evidenza gli elementi delle future soluzioni [1] .

Come giusto compenso i risultati dei loro lavori, per quanto incompleti si presentino, arrecano già oggi agli storici un aiuto prezioso. Finora le nostre diffidenze erano soprattutto istintive; sempre di più si fonderanno sulla ragione. Il nostro dubbio diventa [164] metodico. Per ciò stesso troverà i suoi giusti limiti. Non esiste il buon testimone; non esiste quasi la deposizione esatta in tutte le sue parti; ma in quali punti un testimone sincero e che pensa di di­re la verità, merita d’essere creduto? questione infinitamente de­licata, cui non si può dare a priori una risposta certa, valida in ogni caso; occorre esaminare accuratamente ogni singolo tipo e decide­re caso per caso in base alle necessità della questione. Ma le spe­cifiche soluzioni non avranno una base fondata se non si ispire­ranno a principi generali; questi criteri, a chi richiederli se non al­le riflessioni sulla testimonianza? Di quali chiarimenti l’opera degli psicologi già oggi non illumina i grandi drammi della storia: l’af­fare dei Templari, per esempio, o quello di Gilles de Rais [2] , o infi­ne quella spaventosa tragedia in mille diversi atti che furono i pro­cessi di stregoneria!

C’e di più: la critica metodica della testimonianza sembra por­tare a una conseguenza molto grave, anche se abbastanza poco no­tata: essa ha inflitto un colpo molto duro alla storia pittoresca. Guil­laume de Saint‑Thierry, nella sua Vie de saint‑Bernard, racconta che questi, quando era monaco a Citeaux, ignorò per lungo tempo in qual modo era illuminata la cappella, in cui assisteva regolarmen­te alle funzioni; fu sorpreso nell’apprendere un giorno, che tre fi­nestre absidali, e non una soltanto, come aveva creduto fino a quel momento, vi riversavano la loro luce [3] . Davanti a questi e simili epi­sodi, l’agiografo meravigliato cade in estasi: che grande santo una tale indifferenza alle vanità di questa terra faceva presagire! Oggi sappiamo che, per ingannarsi a questo punto, sull’aspetto di cose che dovrebbero, sembra, esserci le più familiari, non v’è alcuna ne­cessità d’essere un dottore della Chiesa e un principe del mistici­smo. Gli allievi del professor Claparède, a Ginevra, hanno prova­to, nel corso di esperimenti famosi, di conoscere, nelle sue grandi linee architettoniche, l’entrata della loro Università, altrettanto male che Bernardo, un tempo, la cappella o il refettorio del suo convento [4] . In una deposizione normale, cioè mista di vero e di falso [165], niente. di solito, e più inesatto di ciò che riguarda ogni mini­mo dettaglio materiale; è come se la gran parte degli uomini giras­sero a occhi socchiusi per un mondo esterno che rifuggono dal guar­dare. Come prendere ormai sul serio, nei cronisti, i pezzi descrit­tivi, l’illustrazione dei costumi, dei gesti, delle cerimonie, degli episodi guerreschi, in una parola tutto questo armamentario che tanto seduceva i romantici, quando, intorno a noi, non un solo te­stimone è capace di ritenere correttamente nel loro insieme i minimi fatti sui quali si sono interrogati così avidamente i vecchi autori [5]  ? È una lezione di scetticismo che ci danno qui gli psicologi; ma occorre aggiungere che questo scetticismo non giunge a scalfi­re se non cose molto superficiali; la storia giuridica, o economica, o religiosa, non è toccata; quel che v’è di più profondo in storia po­trebbe ben essere proprio quel che v’è di più sicuro [6] .

Così, grazie alla psicologia della testimonianza, possiamo spe­rare di ripulire con mano più abile l’immagine del passato dagli er­rori che l’offuscano. Ma l’opera critica non è tutto per lo storico. L’errore non è per lui soltanto il corpo estraneo ch’egli si sforza di eliminare con tutta la precisione dei suoi mezzi; egli lo considera anche come un oggetto di studio sul quale si china allorché si sfor­za di capire la concatenazione delle azioni umane. Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le notizie false, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende ‑, hanno riempito la vita dell’umanità. Come nascono? da quali elementi traggono la loro consistenza? come si propagano, guadagnando in ampiezza a mano a mano che passano di bocca in bocca o di scrit­to in scritto? Nessun interrogativo più di questi merita d’appas­sionare chiunque ami riflettere sulla storia.

Ma in merito a esse la storia non ci arreca se non insufficienti chiarimenti. I nostri antenati non si ponevano affatto questo tipo di problemi; essi rigettavano l’errore quando l’avevano ricono­sciuto come tale; non s’interessavano al suo sviluppo. E per que­sto che le indicazioni che ci hanno lasciato non ci permettono di soddisfare le nostre curiosità, ch’essi ignoravano. Lo studio del [166] passato deve, in questo campo, basarsi sull’osservazione del pre­sente. Lo storico che cerca di capire la genesi e lo sviluppo delle false notizie, deluso dalla lettura dei documenti, penserà natural­mente a rivolgersi ai laboratori degli psicologi. Gli esperimenti che vi s’istituiscono quotidianamente sulla testimonianza, saranno bas­tevoli a fornirgli l’insegnamento che l’erudizione gli nega? Non credo affatto; e ciò per svariate ragioni.

Per esempio, prendiamo in considerazione il primo, se non mi sbaglio, in ordine di tempo, in ogni caso il più sorprendente fra di essi: l’attentato simulato che il criminologo Lizt organizzò nel suo seminario a Berlino [7] . Gli studenti che avevano assistito a questa piccola messa in scena e l’avevano presa sul serio furono interro­gati, gli uni la sera stessa, altri una settimana, altri ancora cinque settimane dopo il fatto. A partire dall’ultimo interrogatorio la ve­rità smise d’esser loro celata; essi seppero esattamente ciò che era avvenuto (dal momento che lo scenario era stato minuziosamente regolato in anticipo) e che ciò ch’era accaduto non era che una far­sa. In tal modo la falsa notizia fu bloccata, se così posso dire, in fase di crescita. Lo stesso per altre prove di questo tipo; il lasso di tempo che in ciascuna di esse divide il momento in cui i «sogget­ti» osservano da quello in cui le loro deposizioni sono raccolte va­ria senza dubbio secondo i casi, ma resta sempre dello stesso or­dine di grandezza. D’altra parte il numero di persone alle quali s’estende l’inchiesta si limita nella maggior parte dei casi a una cer­chia abbastanza ristretta. Di più: di solito non ci si rivolge che ai testimoni diretti; chiunque non ha visto di persona non compare affatto; i testimoni secondari, quelli che non parlano che per sen­tito dire, sono esclusi; nella vita reale invece, cosa sarebbe senza di essi ciò che un tempo si chiamava la «voce pubblica»? Negli esperimenti degli psicologi, la falsa notizia non raggiunge mai lo splendore dell’acme che solo una lunga durata e innumerevoli boc­che possono conferirle.

Manca soprattutto, a queste creazioni di laboratorio, l’elemento forse più essenziale nelle false notizie della storia. Queste, senza dubbio, nascono spesso da osservazioni individuali inesatte o da testimonianze imperfette, ma questo accidente d’origine non è tut­to; in sé, per la verità, non spiega nulla. L’errore non si propaga, [167] non si amplia, non vive, infine, che a una condizione: trovare nel­la società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In es­sa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti. Grandi stati d’ani­mo collettivi sono i soli ad avere il potere di trasformare in una leggenda una percezione distorta – avrò occasione più innanzi di ritornarvi su. Come potrebbero, degli esperimenti, per quanto ben condotti li si immagini, riprodurci questi profondi fremiti sociali?

Si possono presentare le osservazioni che ho appena abbozza­to in altra forma più ampia, e forse più precisa. La psicologia del­la testimonianza, come finora s’è tentato d’elaborarla, è rimasta confinata, per la forza stessa delle cose, nel dominio della psicolo­gia individuale. Ora, è alla psicologia collettiva che attiene prin­cipalmente la falsa notizia. V’è forse fra questi due rami della scien­za psicologica una differenza di natura, per quanto riguarda la so­stanza stessa del loro oggetto? Mi guarderò bene dal sollevare qui questo problema puramente filosofico, e forse puramente metafi­sico. Mi basta che di fatto ci sia fra loro una differenza sensibile a tutti gli spiriti; né i loro metodi, né i loro risultati coincidono esattamente. Quando si tratta di stati di coscienza collettivi, in particolare, lo studio sperimentale è praticamente inconcepibile. Così si spiega come i risultati dei lavori qui sopra ricordati, per quanto interessanti siano, restino dal nostro punto di vista singo­larmente limitati; le nostre conoscenze sulla percezione, la memo­ria, la suggestione, ne sono state ampiamente arricchite; per ciò stesso la critica storica ne ha ricevuto un appoggio molto efficace; ma dopo aver letto i resoconti di tanti esperimenti ben condotti, non sappiamo molto meglio di prima come si formi e viva una leg­genda [8] .

Le osservazioni precedenti si applicano agli esperimenti pro­priamente detti, opere artificiali dell’ingegnosità umana. Ciò che [168] ci ostacola, in ispecie, sono i limiti stessi che s’impongono all’azio­ne d’uno studioso, evidentemente del tutto incapace di modifica­re nel suo laboratorio la costituzione della società è di creare gran­di emozioni collettive. Ma ecco che in questi ultimi anni si è ve­rificata una sorta di vasto esperimento naturale. Si ha il diritto, infatti, di considerare come tale la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale d’una ricchezza inaudita. Le nuo­ve condizioni di vita, con un carattere così inusitato, con parti­colarità così caratteristiche, in cui tanti uomini si sono trovati all’improvviso gettati – la forza singolare dei sentimenti che agi­tarono i popoli e le armate – tutto questo sconvolgimento della vi­ta sociale, e, se si ha l’ardire di usare queste parole, questo ispes­simento dei suoi tratti, come attraverso una lente potente, devo­no, pare, consentire all’osservatore di cogliere senza troppa fatica i legami essenziali fra i differenti fenomeni. Certo egli non può, come in un esperimento nel senso ordinario del termine, far va­riare egli stesso i fenomeni, per meglio conoscere i rapporti che li uniscono; cos’importa, se sono i fatti stessi che mostrano queste variazioni, e con quale ampiezza! Ora, fra tutte le questioni di psicologia sociale che gli avvenimenti di questi ultimi tempi pos­sono aiutare a delucidare, quelle che si ricollegano alla falsa noti­zia sono in primo piano. Le notizie false! per quattro anni e più, ovunque, in tutti i paesi, al fronte come nelle retrovie, le si vide nascere e pullulare; esse turbavano gli animi, talora sovreccitan­do e tal altra abbattendo gli ardori; la loro varietà, la loro bizzar­ria, la loro forza stupiscono ancora chiunque abbia buona memo­ria e si rammenti d’aver creduto. Ha ragione il vecchio proverbio tedesco:

Kommt der Krieg ins Land, Dann gibt’s Luegen wie Sand [9] .

L’idea di studiare queste singolari effiorescenze dell’immagi­nazione collettiva è già venuta a più d’un autore, preoccupato di psicologia o di storia. Ci apprestiamo a esaminare i principali la­vori di cui le false notizie di guerra sono state l’oggetto.

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II.

La letteratura di guerra è immensa e, per molte ragioni, di dif­ficile spoglio. Di quella che conosco, quattro studi relativi alla fal­sa notizia mi sembrano degni d’essere considerati [10] .

Ecco anzitutto il libro del dottor Lucien Graux, Les Fausses Nouvelles de la Grande Guerre. Sono sette grossi volumi pubblica­ti dal 1918 al 1920.

Sono stati lanciati molto abilmente in libreria; ciò costringe a insistervi forse più a lungo di quanto, senza questo, sarebbe stato necessario. Il titolo è pieno di promesse; ma la lettura delude. Né per la documentazione, né per il modo di porre i problemi, questa vasta compilazione soddisfa lo storico.

1 documenti di cui s’è servito il dottor Lucien Graux – se si la­sciano da parte alcuni ricordi personali e alcune lettere ‑sono qua­si unicamente i giornali. Una lunga raccolta di centoni, tratti da questa fonte, ritagliati, sembra, giorno per giorno e disposti l’uno dopo l’altro, ecco tutta l’opera; tralascio le digressioni e gli svi­luppi retorici. Ora, la falsa notizia di stampa ha certo il suo inte­resse: ma a condizione che se ne riconoscano i caratteri tipici. Di solito essa rappresenta qualcosa d’assai poco spontaneo. Senza dub­bio talvolta capita che una voce, diffusa nel paese, o in un certo gruppo sociale, sia riportata, in piena buona fede, da un giornali­sta; vi sarebbe molta ingenuità nel negare ai reporters ogni inge­nuità. Ma nella maggior parte dei casi la falsa notizia di stampa è semplicemente un oggetto fabbricato; essa è forgiata dalla mano d’un professionista con uno scopo preciso, – per influenzare le opi­nioni, per obbedire a una parola d’ordine, – o semplicemente per abbellire il racconto, conformemente a questi curiosi precetti letterari [170] che così vivamente s’impongono ai più modesti pubblicisti e nei quali si prolungano tanti ricordi delle vecchie retoriche; Ci­ cerone e Quintiliano hanno più discepoli, negli uffici di redazio­ne, di quanto comunemente si creda [11] . Graux ha raccolto le infor­mazioni date dai diversi giornali sulle risposte fornite da Malvy all’ultima domanda del presidente dell’Alta Corte [12] , sulla morte di Bolo‑Pacha [13] , sull’udienza finale del processo Toqué [14] ; 1 e contrad­dizioni sono sorprendenti e divertenti; verosimilmente non sa­premo mai se il cappello di Bolo era marrone o nero, rotondo o flo­scio, se Malvy pronunciò con voce altisonante o flebile alcune pa­role, di cui, per esempio, il «Matin» e la «Petite République» dànno versioni molto diverse. Bisogna vedere in simili divergen­ze una nuova illustrazione di queste imperfezioni dell’umana te­stimonianza che gli psicologi hanno messo in luce? Non mi senti­rei d’affermarlo: perché può darsi che la gran parte di queste re­dazioni fossero state molto semplicemente stese in anticipo: il che spiegherebbe molto bene ch’esse riproducano imprecisamente av­venimenti previsti nelle loro grandi linee, ma i cui minuti partico­lari non potevano essere profetizzati [15] . Nulla sarebbe più istrutti­vo di uno studio serio, basato su esempi precisi, circa la stampa di guerra, le sue tendenze, i suoi procedimenti di composizione, la  [171] sua azione [16] . I brani scelti da Lucien Graux non ci forniscono nul­la di simile. La critica delle fonti vi è assente.

Le notizie false sono elencate confusamente, senz’altro ordine se non un filo cronologico abbastanza esile. Le retrovie e il fron­te si mescolano. Per la verità il fronte, nell’insieme, appare mol­to poco; la sua capacità di dar vita a straordinarie dicerie è mi­sconosciuta [17] le condizioni particolari che la vita nelle trincee im­poneva alla diffusione delle informazioni d’ogni tipo non sono mai descritte. In generale non è fatto alcuno sforzo per analizzare gli ambienti in cui nascevano e in cui si propagavano le voci. Che di­re di ricerche sulla leggenda napoleonica che lasciassero da parte il commercio ambulante, o sulle tradizioni medievali che ignoras­sero il ruolo giocato,in una società ancora poco affollata, dai gio­colieri, i pellegrini, i mercanti, i monaci vagabondi? Senza dub­bio che trascurano i problemi essenziali. E ciò che bisogna dire anche di questo libro sulle Fausses Nouvelles de la Grande Guerre, in cui il rifornitore, l’agente di collegamento, il sottufficiale ad­detto alla posta, “tutto il piccolo mondo errante delle strade, dei sentieri e dei viottoli» [18] , – il soldato in permesso, legame vivente fra l’anima leggendaria del fronte e quella delle retrovie, si mo­strano appena e da nessuna parte vedono la loro azione studiata seriamente.

Alla noiosissima opera di Lucien Graux, si contrappone piace­volmente il saggio di Albert Dauzat, Légendes, prophéties et supers­titions de la guerre [19] . Questo delizioso volumetto qui non ci riguar­da che per un aspetto. I riti superstiziosi sortiti dalla guerra o rin­verditi da essa meritano uno studio a parte; nel presente articolo non vi farò alcun riferimento. Dauzat riserva loro un notevole spa­zio. Alle false notizie propriamente dette non dedica che un cen­tinaio di pagine. Di fronte alle leggende o anche alle superstizioni [172], il suo atteggiamento ricorda in molti casi quello dei filosofi del XVIII secolo; come loro, preferisce vederle meno come dei frutti naturali dell’anima popolare che come delle finzioni abilmente in­ventate da uomini ingegnosi, coll’intento di avvicinare alle pro­prie idee l’opinione pubblica, o molto semplicemente – se si trat­ta di certi feticci come l’illustre coppia di Nenette e Rintintin – per lanciare una merce [20] . Se non si stesse a sentire altro che certi spiriti romantici, si dovrebbe credere che nella formazione delle leggende tutto è spontaneità e inconscio; è bene che di quando in quando uno scettico venga a rammentarci che vi sono stati in gi­ro per il mondo abili contafrottole che sono riusciti a imporle al­le folle. Dauzat si legge con piacere, come s’ascolta un brillan­te conversatore, che sgrana i suoi ricordi e li commenta non sen­za finezza; è sempre divertente, spesso fa riflettere. Non chiedia­mogli ricerche approfondite, basate su una seria critica delle fon­ti. Egli ha preferito sfiorare i problemi, piuttosto che scavarvi den­tro.

Ebbene, come stupirsi che gli immensi soggetti che il dottor Lucien Graux e Dauzat s’erano prefissi non abbiano potuto esse­re da loro trattati, nella loro ampiezza, con tutta la precisione che si è in diritto d’aspettarsi da lavori storici? Una vasta sintesi non è possibile se non dopo buone monografie che abbiano appronta­to il materiale. Quel che ci occorre, al momento, sulle false noti­zie della guerra, sono studi specifici, accurati e circoscritti: casi ti­pici presi isolatamente, o cicli di leggende, ben determinati, se­guiti nella loro genesi e nelle loro ramificazioni. E quanto hanno cercato di darci due autori, esperti nei buoni metodi: uno storico inglese, Oman, un sociologo belga, van Langenhove.

Presidente, nel 1918, della Société Historique Royale, Oman fu invitato a tenere, in seduta plenaria, l’allocuzione d’uso; egli scelse come argomento la falsa notizia, o piuttosto, per usare le sue parole, si sforzò «d’illustrare la psicologia della Diceria attraverso l’esame di incidenti che hanno avuto luogo durante la presente guerra” [21] . In questa breve dissertazione, accanto a osservazioni generali  [173] spesso acute, ma un po’ frettolose, si troverà uno studio più approfondito su una celebre leggenda: quella dei rinforzi russi.

Ci si ricorderà di quella voce che, verso la fine d’agosto 1914, si diffuse in Gran Bretagna e in Francia, come prende fuoco una striscia di polvere da sparo: i Russi, a decine di migliaia, giunge­vano a ingrossare le file degli alleati occidentali, secondo alcuni

sbarcando nei porti scozzesi, secondo altri a Marsiglia. Per quel che ne posso giudicare, era una falsa notizia delle retrovie; ignoro se, per certi aspetti, conquistò le armate; non credo ch’essa vi ab­bia avuto origine. Oman analizza molto bene lo stato d’animo che s’espresse in essa: ardente desiderio di veder rinforzare il fronte, per il quale si tremava, – prestigio della Russia, vagheggiata dal pensiero popolare e tratteggiata dalla stampa come un inesauribi­le serbatoio di uomini. Ma quale fu l’incidente primo donde nac­que l’errore? la spintarella, se così posso dire, che mise in moto le fantasie? le ipotesi che Oman, non senza esitazione, propone al ri­guardo – presenza a Edimburgo di ufficiali di stato maggiore rus­si, di riservisti russi, giunti dall’America, a Liverpool – non mi sod­disfano che a metà; o per meglio dire, ritengo che una sola ipote­si non potrebbe essere sufficiente. Oman pare ignorare che la falsa notizia attraversò la Francia come l’Inghilterra, e, pare, nello stes­so tempo. Qui sta, a mio avviso, il fatto cruciale.

Vi fu passaggio da un paese all’altro? Ricerche dettagliate con­sentirebbero senza dubbio di rispondere con qualche certezza; un confronto cronologico fra le testimonianze inglesi e francesi co­stituirebbe il nodo del dibattito; ci si dovrebbe anche impegnare per stabilire se la voce fece in Francia la sua comparsa anzitutto nelle regioni a contatto diretto con le armate britanniche. Non ho potuto compiere questo lavoro. Ma ho l’impressione che la leg­genda, ben lungi dall’aver passato la Manica, sia nata spontanea­mente sia in Francia che in Inghilterra, e, probabilmente, nello stesso tempo in molti punti sia del territorio francese che di quello inglese. La psicosi collettiva era ovunque la stessa; gli inciden­ti che in ogni caso particolare furono l’occasione di falsi resocon­ti, diversi nei particolari, risultarono verosimilmente simili nei lo­ro tratti essenziali: si trattava della vista di uniformi insolite, era una lingua sconosciuta parlata da soldati stranieri. Giuste perce­zioni al principio, ma mal interpretate – unanimemente stravolte per accordarsi agli ardenti desideri di tutti ‑, tale fu senza dubbio l’origine della falsa notizia russa, come di tante altre.

Eccomi infine allo studio di Fernand van Langenhove: [174] Comment naît un cycle de légendes, Franc‑ Tireurs et atrocités en Belgique [22] . Impossibile leggerlo senza emozione; in ogni tempo la rigorosità del metodo e la non comune intelligenza psicologica che ne tralu­ce ne avrebbero fatto opera di vaglia; ma quel che lo rende auten­ticamente ammirevole, è che è stato scritto nel 1917, da un belga. Se la leggenda dei franchi tiratori, invece di apparire allora come macchiata di sangue appena versato, fosse stata uno di quei vec­chi miti innocenti di cui sorridono gli studiosi del folklore, van Langenhove non avrebbe potuto parlarne con più onestà e più cal­ma. La profonda buona fede che ispira questo libricino non gli ha soltanto conferito, nel momento in cui è stato scritto, una forza persuasiva che l’arte oratoria più sofisticata non avrebbe potuto eguagliare; ma lo ha innalzato al di sopra delle circostanze in cui è nato; fra i lavori di psicologia collettiva, esso si colloca al primis­simo posto.

Van Langenhove non ha voluto consultare altro che fonti te­desche: testimonianze di soldati, articoli di stampa, rapporti uffi­ciali. La maggior parte di questi testi era già stata raccolta prima di lui, nella stessa Germania. Fin dai primi scontri, allorché si pro­pagarono fra le truppe assalitrici e nelle retrovie questi racconti atroci, che, secondo la dura espressione dell’ “Hannoversche Cou­rier”, facevano apparire «i Belgi d’entrambi i sessi come belve as­setate di sangue», in questa discordante sinfonia di chiacchiere e di imposture si poté notare che un tema si delineava, nell’insieme, con un tratto più netto: alla testa delle spie, dei franchi tiratori, dei massacratori di feriti, delle incendiarie, l’immaginazione dei soldati poneva i preti. 1 cattolici tedeschi si turbarono; questa leg­genda anticlericale che minacciava di sollevare contro di loro, nel loro stesso paese, odi tremendi, non poteva lasciarli indifferenti Di qui, inchieste come quelle che condusse l’ufficio Pax di Colo­nia, e il libro d’un gesuita, già noto per analoghe opere storiche, il padre Duhr: Der Lügengeist im Volkskrieg. L’amore per la verità assoluta non ispirava questi lavori: che la popolazione belga in mas­sa fosse colpevole oppure ingiustamente calunniata, la questione non era questa; bastava soltanto che il clero fosse riconosciuto in­nocente; una volta vendicato l’onore dei preti, nulla più importava [175]. Ma in un ciclo d’errori tutto è collegato; levarne una pietra, si­gnifica far crollare tutto l’edificio. Van Langenhove ha preso dal­le mani degli apologisti tedeschi i documenti ch’essi avevano rac­colto e che nel loro intento non dovevano servire che interessi strettamente confessionali; egli li ha utilizzati per un disegno più vasto. Classificandoli con metodo, sforzandosi di rintracciarne le filiazioni, sottoponendoli, in una parola, alle regole d’una sagace critica, ha saputo gettare, grazie a essi, una viva luce su tutto l’in­sieme di leggende che si proponeva di studiare.

Un libro simile, la cui forza sta tutta nella precisione dello stru­mento critico e nella finezza delle analisi, non si lascia riassume­re. Ma si può tentare di evidenziarne i risultati principali, che so­no d’una portata molto generale. Quando si raffrontano le molte­plici immagini proposte da van Langenhove, si vede comparire, poiché i loro lineamenti fondamentali si sovrappongono, come un disegno schematico della falsa notizia di «atrocità»; riprodurre questo schema, è ciò che qui vorrei tentare. Beninteso, mi riferi­sco solo alla falsa notizia sincera; nel ciclo, semplici menzogne han­no senza dubbio trovato il loro spazio; ma l’impostura cosciente di sé non presenta, agli occhi dello storico o dello psicologo, nulla di molto curioso [23] .

All’origine, c’imbattiamo in uno stato d’animo collettivo. Il soldato tedesco che entra in Belgio appena cominciata la guerra, e stato di colpo strappato ai suoi campi, alla sua fabbrica, alla sua famiglia, o per lo meno alla vita regolata della caserma; da questo [176] spaesamento improvviso, da questa brusca lacerazione dei legami sociali essenziali nasce un grande turbamento morale. Le marce, i cattivi alloggiamenti, le notti senza sonno affaticano all’estremo i corpi, che non hanno ancora avuto il tempo di assuefarsi a queste dure prove. Combattenti novelli, gli invasori sono ossessionati da terrori tanto più forti in quanto rimangono necessariamente ab­bastanza vaghi; «i nervi sono tesi, le fantasie sovreccitate, il sen­so della realtà scosso» [24] . Ora, questi uomini sono stati nutriti di dicerie relative alla guerra del 1870; fin dall’infanzia si sono loro ripetute senza tregua le atroci prodezze attribuite ai franchi tira­tori francesi; queste voci sono state diffuse dai romanzi e dalle im­magini; opere militari hanno loro conferito una specie di garanzia ufficiale; più d’un manuale che i graduati hanno nello zaino inse­gna come ci si deve comportare nei confronti dei civili ribelli; dun­que ve ne saranno. La resistenza delle truppe belghe, l’ostilità del­la popolazione belga stupiscono nel profondo il Tedesco medio; credeva di fare la guerra solo ai Francesi; nella maggior parte dei casi non è a conoscenza della risposta del governo di Bruxelles all’ultimatum del 2 agosto; se la conosce non la capisce; la sua sor­presa si muta facilmente in indignazione; crede volentieri capace di tutto il popolo che osa drizzarsi contro la nazione eletta. Ag­giungete infine che negli spiriti si prolungano, allo stato di ricor­di inconsapevoli, una folla di vecchi motivi letterari – tutti questi motivi che l’umana fantasia, in fondo assai povera, rimugina in­cessantemente dall’aurora dei tempi: storie di tradimenti, d’avve­lenamenti, di mutilazioni, di donne che strappano gli occhi ai guer­rieri feriti, che un tempo aedi e trovatori cantavano, che oggi il ro­manzo d’appendice e il cinema popolarizzano. Tali sono le di­sposizioni emotive e le rappresentazioni intellettuali che prepara­no la formazione leggendaria; tale è la materia tradizionale che for­nirà i suoi elementi alla leggenda.

Perché la leggenda nasca, sarà ormai sufficiente un avveni­mento fortuito: una percezione inesatta, o meglio ancora una per­cezione inesattamente interpretata. Ecco, fra molti, un esempio [177] caratteristico [25] . “Strette aperture, chiuse mediante placche mobi­li in metallo, sono praticate nella maggior parte delle facciate del­le case in Belgio”. Si tratta “di fori della muratura, destinati a fis­sare le impalcature per gli stuccatori o per i decoratori delle fac­ciate”, corrispondenti al dispositivo di ganci che, in altre regioni, svolge la stessa funzione. Questa consuetudine edilizia è, pare, ti­pica del Belgio; o per lo meno è estranea alla Germania. Il solda­to tedesco nota le aperture; non ne comprende la ragion d’essere; cerca una spiegazione. «Ora, egli vive fra i fantasmi dei franchi ti­ratori. Quale spiegazione immaginerebbe, che non gli sia suggeri­ta da questa idea fissa?” Gli occhi misteriosi che forano la faccia­ta di tante case sono delle feritoie. I Belgi, attrezzandosi da lunga data per una guerra di guerriglia e d’imboscate, le hanno fatte pra­ticare, come dice una brochure messa in vendita, ahimè!, a soste­gno della Croce Rossa, da “tecnici specialisti»: questo popolo non è solo omicida, ma ha premeditato gli assassini. Così un’innocen­te particolarità architettonica passa per la prova d’un crimine sa­pientemente maturato. Supponiamo adesso che in un villaggio co­struito in tal modo partano, non si sa da dove, alcune pallottole vaganti. Come non pensare che siano state tirate attraverso le “fe­ritoie” ? Senza dubbio lo si pensò in molti casi; e le truppe fecero prontamente giustizia delle case traditrici e dei loro abitanti [26] .

Altre congetture della stessa forza misero in moto rappresaglie altrettanto ben fondate. Ora (è un punto che pare esser sfuggito a van Langenhove) dal momento in cui l’errore aveva fatto versare sangue, esso era definitivamente convalidato. Degli uomini ani­mati da una collera cieca e brutale, ma sincera, avevano incendia­to e fucilato; ormai era per loro essenziale tener salda una creden­za assolutamente inossidabile nell’esistenza di “atrocità”, le qua­li soltanto potevano dare al loro furore una apparenza equanime; e permesso supporre che la maggior parte fra loro avrebbero sus­sultato per l’orrore se avessero dovuto riconoscere l’assurdità profonda dei terrori panici, che li avevano spinti a commettere tante azioni raccapriccianti; ma mai costoro riconobbero nulla di simile. Ancor oggi la Germania nella sua gran maggioranza è pro­babilmente persuasa che i suoi soldati sono caduti in gran nume­ro vittime degli agguati belgi: convinzione tanto più incrollabile [178] in quanto si nega a ogni controllo. Facilmente si crede ciò che si ha il bisogno di credere. Una leggenda che ha ispirato atti clamo­rosi e soprattutto azioni crudeli, è vicinissima a essere indistrutti­bile.

Tutte queste notizie false presero forma nel bel mezzo delle ar­mate, sotto il fuoco. Van Langenhove ha egregiamente mostrato come furono trasmesse verso l’interno del paese: di prima mano, anzitutto, attraverso le lettere dei combattenti e i rapporti dei fe­riti; in questi primi giorni di guerra, chi avrebbe osato contraddi­re un soldato colpito sul campo di battaglia? In seguito, di secon­da mano, attraverso i resoconti dei giornalisti e degli infermieri. Beninteso, passando dagli uni agli altri, non cessavano d’ampliar­si e arricchirsi; gli ambienti delle retrovie, soprattutto, più rifles­sivi, spesso più istruiti, le elaborarono in modo da collegarle me­glio fra loro e conferir loro una sorta d’aspetto razionale. Talora ci si meravigliava che questi Belgi, così brava gente all’apparenza, si fossero rivelati così perfidi; si trovò uno studioso per dimostra­re che tutte le atrocità dei franchi tiratori erano già virtualmente scritte, per chi sapesse leggere, nell’arte fiamminga [27] . Un’unità profonda già animava tutte queste leggende, nate al fronte da un comune stato d’animo; lo spirito della borghesia tedesca, metodi­co e un po, pedante, ne fece un sistema d’errori, ben costruito e fondato sulla storia [28] .

III.

Vorrei ora presentare alcune veloci riflessioni riguardanti le fal­se notizie della guerra e i problemi che si pongono al loro riguar­do, basandomi sulle opere che sono state analizzate e sulla mia esperienza personale.  [179]

Ecco anzitutto una falsa notizia, di cui io stesso ho potuto osservare con precisione la genesi. E di poca risonanza e di poca portata; una leggenda piccolina, modesta e pressoché irrilevante; ma – come sono sovente in ogni tipo di scienza i casi molto sem­plici – mi sembra assolutamente tipica.

Era il mese di settembre 1917. Il reggimento di fanteria di cui facevo parte occupava sul plateau del Chemin‑des‑Dames, a nord della cittadina di Braisne [29] , il settore chiamato Epine‑de‑Chevre­gny. Ignoravamo quali unità avessimo di fronte; occorreva saper­lo; infatti il comando che approntava in questa fase, nella stessa regione, l’attacco della Malmaison, non poteva permettersi delle lacune nelle informazioni sul piano di battaglia nemico. Ricevem­mo l’ordine di fare dei prigionieri. S’imbastì un colpo di mano ‑uno di questi sontuosi colpi di mano, come se ne organizzavano al­lora, con gran rinforzo d’artiglieria d’ogni calibro; e fra le rovine d’una piccola postazione tedesca, crollata sotto le bombe, la trup­pa d’assalto sorprese in effetti e riportò nelle nostre linee una sen­tinella. Ebbi occasione d’interrogare quest’uomo; era un soldato d’età già avanzata, riservista ovviamente, e, in civile, un borghe­se della antica città anseatica di Brema (in francese, Brême). In se­guito fu portato nelle retrovie sotto buona scorta; e pensammo tranquillamente che non ne avremmo mai più sentito parlare. Po­co tempo appresso, a poco a poco giunse alle nostre orecchie una storia curiosa; la raccontavano degli artiglieri, degli autisti addet­ti al vettovagliamento. Dicevano più o meno questo: “‘Sti Tede­schi! che stupendi organizzatori! avevano spie ovunque. Faccia­mo un prigioniero a Épine‑de‑Chevregny; chi troviamo? Uno che, in tempo di pace, s’era stabilito come commerciante a pochi chi­lometri di lì: a Braisne” [30] .

In questo caso l’accidente primo che fu all’origine della falsa notizia appare con evidenza.  È  il nome di Brême  mal percepito, o meglio, è – mediante un lavoro d’interpretazione inseparabile dal­la percezione pura e semplice – la sostituzione, nella mente degli ascoltatori profondamente ignoranti della geografia, al suono esatto [180] sprovvisto per loro d’ogni tipo di significato, d’un suono ana­logo, ma ricco di senso, dal momento che designava una cittadina a tutti nota. A questo primo sforzo d’interpretazione se ne ag­giunse ben presto un secondo; questo mercante, il quale, dopo aver tenuto bottega in Francia, riappariva all’improvviso nei panni d’un soldato nemico, non poteva essere se non una spia; e poiché ge­neralmente si ritenevano i Tedeschi capaci di tutte le malizie, la notizia così formatasi trovò facilmente credito e si diffuse a mac­chia d’olio. Invero, questa seconda conclusione era senza dubbio già implicita nell’errore di partenza. Che i Tedeschi avessero av­volto, prima della guerra, il nostro Paese con una rete prodigiosa di spionaggio, questo è ciò di cui nessuno da noi dubitava. Que­st’idea poteva basarsi su un numero malauguratamente troppo grande di sicure osservazioni; ma le informazioni esatte erano sta­te straordinariamente ingrandite e drammatizzate dalla voce po­polare; durante i mesi d’agosto e settembre 1914, il desiderio di spiegare con cause straordinarie le nostre prime disfatte aveva fat­to risuonare ovunque il grido di tradimento; poco a poco la cre­denza era diventata una sorta di dogma che quasi non annovera­va degli infedeli. A momenti, le truppe ne erano come ossessiona­te. Chi non ha allora visto prendere per segnali sospetti le luci più innocenti, o persino (della storia mi faccio garante io) le ombre al­terne prodotte sulle finestre d’un campanile dal volo irregolare d’una coppia di civette? Ognuno faceva la posta a quanto potesse confermare un pregiudizio così comune. Di solito, persone poco istruite non si preoccupano affatto di capire o di non capire un no­me geografico. Se qualcuno ha inteso Braisne invece di Brême , ve­rosimilmente è per il fatto che molti soldati inconsciamente ten­devano a deformare tutti i racconti che pervenivano alle loro orec­chie, per metterli d’accordo con un’opinione generalmente ac­cettata, che stuzzicava l’immaginazione romantica delle folle.

Una volta di più riscontriamo qui un fatto di grande rilievo nel­la cui direzione paiono condurci tutti i lavori relativi alle leggen­de di guerra. È una conclusione generale, che i futuri studi do­vranno senza dubbio assumere come idea direttrice al fine di ve­rificare se essa si applichi a tutti i casi. Si può formularla come segue. Una notizia falsa nasce sempre da rappresentazioni collet­tive che preesistono alla sua nascita; essa non è casuale se non in apparenza, o, più precisamente, tutto ciò che v’è di fortuito in es­sa è l’incidente iniziale, assolutamente casuale, che scatena il la­vorio delle capacità d’immaginazione, ma questa messa in moto [181] non ha luogo se non perché le immaginazioni sono già pronte e in silenzioso fermento. Un avvenimento, una percezione distorta per esempio, la quale non andasse nel senso in cui già propendono gli spiriti di tutti, tutt’al più potrebbe costituire l’origine d’un erro­re individuale, ma non una falsa notizia popolare e ampiamente diffusa. Se ho l’ardire d’utilizzare un termine cui i sociologi han­no dato un valore secondo me troppo metafisico, ma che è como­do e dopo tutto ricco di senso, la falsa notizia è lo specchio in cui «la coscienza collettiva» contempla le sue fattezze.

Le ragioni per cui la guerra è stata cosi feconda di notizie false sono per la maggior parte troppo evidenti perché valga la pena d’in­sistervi. Non si chiarirà mai fino a che punto l’emozione e la fati­ca distruggano il senso critico. Mi rammento che, quando, gli ulti­mi giorni della ritirata, uno dei miei superiori mi diede l’annuncio che i Russi bombardavano Berlino, non ebbi il coraggio di respin­gere questa deliziosa immagine; ne avvertivo vagamente l’assurdità e l’avrei di certo rigettata se fossi stato in grado di riflettervi; ma era troppo piacevole perché uno spirito depresso in un corpo affa­ticato avesse la forza di non accoglierla punto. Il dubbio metodico è di solito il segno d’una buona salute mentale; è per questo che soldati spossati, dal cuore agitato, non potevano praticarlo.

Il ruolo della censura è stato considerevole. Non ha solo imba­vagliato e paralizzato la stampa durante tutti gli anni di guerra, ma il suo intervento, sospettato persino allorché non si verificava af­fatto, non ha smesso di rendere incredibili agli occhi del pubblico financo le informazioni veritiere che lasciava filtrare. Come ha det­to molto bene un umorista: «Nelle trincee prevaleva l’opinione che tutto poteva essere vero tranne quello che si lasciava stampa­re» [31] . Donde – in questa penuria di giornali, cui s’aggiungeva sul­la linea del fuoco l’incertezza degli scambi postali, scarsamente re­golari e che passavano per sorvegliati – un ritorno prodigioso del­la tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti. Con un ardito colpo che il più audace degli sperimentatori mai avrebbe osato sognare, la censura, cancellando i secoli trascorsi, riportò il soldato del fronte ai mezzi d’informazione e allo stato d’animo del­le età antiche, prima del giornale, prima del foglio di notizie stam­pate, prima del libro [32] . [182]

S’è visto or ora come un giorno, in virtù dell’immaginazione che racconti di spionaggio avevano acceso, un borghese di Brême  proditoriamente stabilitosi a Braisne si sia trasformato in spia. Do­ve si verificò anzitutto questa trasfigurazione? non precisamente sulla linea del fuoco, ma un po’ più distante dal nemico, nelle bat­terie, nei convogli, nelle cucine. E da questa «retrovia» relativa che la voce rifluì verso di noi. Questo era il percorso che seguiva­no quasi sempre le false notizie. La ragione se ne vede con chia­rezza: le notizie false non nascono che là dove gli uomini, prove­nendo da gruppi differenti, possono incontrarsi. Non si potrebbe immaginare esistenza più isolata di quella del soldato degli avam­posti, per lo meno durante la guerra di posizione. Gli individui, è vero, non vivevano da soli; ma erano divisi in piccoli gruppi assai separati fra loro. Spostarsi, voleva dire, di solito, rischiare la mor­te; d’altra parte il soldato non aveva affatto il diritto di muoversi senza un ordine. La storia ha dovuto conoscere società così di­sperse, nelle quali il contatto fra le diverse cellule sociali non av­veniva che raramente e con difficoltà – in epoche variabili, attra­verso i vagabondi, i frati questuanti, i venditori ambulanti – più regolarmente alle fiere o alle feste religiose. Il ruolo degli ambu­lanti o dei vagabondi d’ogni tipo, viaggiatori occasionali il cui tran­sito sfuggiva a ogni previsione, al fronte era giocato dagli agenti di collegamento, dai telefonisti che riparavano le linee, dagli os­servatori d’artiglieria, tutta gente importante, che i graduati in­terrogavano avidamente, ma che avevano poco a che fare con i sol­dati semplici. I contatti periodici, molto più rilevanti, erano resi necessari dal bisogno del cibo. L’«agorà» di questo piccolo mon­do delle trincee furono le cucine. Qui, una o due volte al giorno, gli incaricati del vettovagliamento provenienti da differenti pun­ti del fronte s’incontravano e spettegolavano fra loro, o con i cu­cinieri; solitamente costoro sapevano molte cose, perché avevano il raro privilegio di poter scambiare quotidianamente qualche pa­rola con i responsabili dell’andamento del reggimento, persone for­tunate che risiedevano a volte in prossimità dei civili. Così, per un istante, intorno al fuoco all’aria aperta o alle cucine da campo, s’in­trecciavano, fra ambienti singolarmente dissimili, dei precari le­gami. Poi le corvées s’incamminavano per le piste o i sentieri e ri­portavano verso le linee, con le loro marmitte, le false informa­zioni bell’e pronte per una nuova elaborazione. Su una carta del fronte, un po’ indietro rispetto alle linee intersecantesi che dise­gnano con le loro giravolte senza fine le prime posizioni, si potrebbe [183] ombreggiare col tratteggio una zona continua; sarebbe la zona di formazione delle leggende [33] .

Tutto sommato, una società molto rarefatta, nella quale i lega­mi fra i diversi elementi che la componevano non avvenivano se non raramente e in modo imperfetto, non in modo diretto, ma so­lo attraverso intermediari, individui specializzati, così ci appare quella che si potrebbe chiamare la società delle trincee. Anche in questo, come per ciò che attiene alla preponderanza della tradi­zione orale, la guerra ci ha dato l’impressione di ricondurci a un passato molto arretrato. Ebbene, pare proprio che questa costituzione sociale abbia singolarmente favorito la creazione e l’espan­sione delle false notizie. Relazioni frequenti fra gli uomini ren­dono agevole la comparazione fra le diverse storie e per ciò stesso eccitano il senso critico. Invece, si presta fede senza esitare al nar­ratore che giunge a lunghi intervalli da paesi lontani o ritenuti tali attraverso perigliosi cammini [34] . Si trovano qui delle indicazioni di cui gli storici faranno bene a tener conto.

Studiare l’azione dei differenti ambienti nelle differenti fasi della guerra, sulla nascita, la diffusione, la trasformazione dei rac­conti, si presenta come uno dei compiti più importanti che s’of­frano oggigiorno alle persone curiose di psicologia collettiva. La guerra di posizione ha avuto le sue false notizie; la guerra di mo­vimento ha avuto le sue, che senza dubbio non erano dello stesso tipo. Gli errori delle retrovie e quelli del fronte non furono affat­to gli stessi. In ognuna delle armate alleate o nemiche si diffuse un folklore particolare. Si videro, è vero, alcune leggende dotate d’una vitalità molto forte attraversare i gruppi sociali più diversi; ma a ogni passaggio si coloravano di nuove tinte. Nulla sarebbe più istruttivo che seguirle nelle loro peregrinazioni. Fra di esse, le più notevoli furono forse quelle riguardanti certi individui, che gli at­ti o la situazione rendevano particolarmente adatti a colpire l’im­maginazione comune. Intorno a queste figure, caricate agli occhi della folla le une di gloria e le altre d’obbrobrio, una prodigiosa fioritura di rappresentazioni quasi mitiche ebbe il suo sviluppo. [184]

Per esempio il Kronprinz ebbe il suo ciclo, in Germania, pare, tan­to quanto in Francia. Chi scriverà la vita leggendaria del Kron­prinz tedesco [35] ?

Ma per il momento la necessità più impellente è di raccogliere i materiali. t tempo di aprire una seria inchiesta sulle false noti­zie della guerra; perché i quattro terribili anni sprofondano già nel passato e, più presto di quanto si creda, le generazioni che lì han­no vissuti a poco a poco cominceranno a scomparire. Chiunque ha potuto e saputo vedere deve fin d’ora mettere insieme le sue an­notazioni o stendere per iscritto i suoi ricordi. Soprattutto non la­sciamo la cura di queste ricerche a persone del tutto impreparate al lavoro storico. In questa materia, le osservazioni veramente pre­ziose sono quelle che provengono da persone use ai metodi critici e abituate a studiare i problemi sociali. La guerra, l’ho detto qui sopra, è stata un immenso esperimento di psicologia sociale. Con­solarsi dei suoi errori rallegrandosi del suo interesse sperimentale sarebbe mostrare un dilettantismo di cattivo gusto. Ma, dal mo­mento che ha avuto luogo, conviene utilizzarne gli insegnamenti, al meglio della nostra scienza. Affrettiamoci a mettere a profitto un’occasione, che bisogna sperare unica..



* [«Revue de synthèse historique», 1921, poi in M. BLOCH, Mélanges historiques, Paris 1963, 1, pp. 41-57]. Tr. it. In M. Bloch, Storici e storia, Torino, Einaudi, 1997, pp. 163-184.

[1] La «letteratura» della psicologia della testimonianza è già molto considerevole; e poiché è costituita principalmente da articoli di rivista sparsi in numerosi periodici, è difficile farne lo spoglio e seguirla. L’opera di j. VARENDONCK, La Psychologie du témoignage, Gand 1914, povera d’idee originali, fornisce una comoda guida e contiene una buona bibliografia. Cfr. gli articoli di A. Fribourg nella «Revue de synthèse historique», XII (1906), p. 262, e XIV (1907), p. 158. La rivista «Folklore», XXXI (1920), p. 30, ha pubblicato un interessante articolo di F. E. Bartlett intitolato: Some experiments on the reproduction of Folk-Stories (from the psychological laboratory, University of Cambridge). Non sono riuscito a consultare G. BELOT, Comment observent jeunes et vieux, in «Bulletin de la Société Alfred Binet», 1919.

[2] Cfr. S. REINACH, Gilles de Rais, in Cultes, mythes et religions, IV, p. 266; cfr. ibid., p. 319. Ch.‑V. Langlois crede, come Reinach, all’innocenza di Gilles de Rais; si veda la sua Notice sur M. Noël Valois, in Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions, 1918, p. 156.

[3] G. DE SAINT‑THIERRY, S. Bernardi Vita, I, e. IV, 20; J.‑P. MIGNE, Patrologia 1atina, CLXXXV, col. 238.

[4] “Revue de synthèse”, XIV, p. 158.  È giusto aggiungere che san Bernardo sembra co­munque esser stato piú distratto della maggior parte degli uomini; gli capitò, si dice, di co­steggiare il lago Lemano per un giorno intero senz’accorgersene; il fatto è ricordato dall’abate Elphège Vacandard nella sua Vie de Saint‑Bernard, I, Lecoffre, Paris 1895, p. 60, con un riferimento errato che non ho potuto identificare.

[5] Beninteso, un testimone d’altri tempi, come un testimone odierno, merita, in gene­rale, d’essere creduto quando descrive un oggetto particolare, facile da percepire, su cui la sua attenzione è stata, in anticipo, specialmente attirata, ma non quand’egli tratteggia l’in­sieme dell’ambiente materiale in cui si svolge l’azione che riferisce

[6] [Questo passaggio su san Bernardo e gli esperimenti del dottor Claparède si ritrova in termini molto simili in Apologie pour l’histoire, pp. 133 e 268].

[7] Il resoconto ne è stato dato da JAFA, Ein psycho1ogiscber Experiment in Kriminalsemi­nar der Universität Berlin, in «Beiträge zur Psychologie der Aussage», 1 (1903), p. 79; cfr. J. VARENDONCK, La Psychologie cit., pp. 42 sgg.

[8] Ciò che ho appena detto non riguarda, beninteso, che quelli, fra i lavori degli psico­logi, che poggiano su esperimenti costruiti da loro stessi. Gli storici, curiosi di conoscere meglio il meccanismo della falsa notizia, troveranno invece molto da attingere dalle osser­vazioni di certi psicologi su fatti sociali reali. Si consulterà con molto profitto, per esem­pio, una memoria molto considerevole di J. VARENDONCK, Les témoignages d’enfants dans un procès retentissant, in “Archives de Psychologie”, XI (1911), poi in id., La Psychologie cit., pp. 147 sgg.; queste poche pagine saranno lette con tanto maggior piacere in quanto vi si vedrà come sani metodi critici possano salvare la testa d’un innocente; e – anche se si trat­ta essenzialmente di testimonianze infantili e, conseguentemente, d’un aspetto un po’ par­ticolare del gran problema della testimonianza – ci s’imbatterà in piú d’una indicazione in­teressante sulla genesi degli errori collettivi.

[9] Citato da E. VAN LANGENHOVE, Comment naît un cycle de légendes, Francs‑Tireurs et atrocités en Belgique, Paris 1916.

[10] Gli autori di opere relative alla psicologia del soldato, Come L. HUOT e P. VOIVENEL, La Psychologie du soldat, Paris 1918, O. G. BONNET, L’Ami du soldat, Paris 1917, hanno, in generale, completamente trascurato l’aspetto della psicologia di guerra che qui c’interessa. Le indicazioni fornite da G. LEBON, Enseignements psychologiques de la guerre européenne, Paris 1916, sono del tutto insoddisfacenti. Un finanziere tedesco, William Levis Hertslet, pubblicò, per la prima volta, nel 1882, con il titolo Der Treppenwitz der Weltgeschichte («Lo Spirito della scala nella storia universale”), una sorta di corpus degli errori storici correnti. In seguito ne sono state fatte periodicamente nuove edizioni rivedute e arricchite. La no­na edizione, Berlin 1918, curata dal dottor Helmot, contiene un capitolo intitolato Der Weltkrieg; è molto breve e dei tutto insignificante. Il dottor Helmot vi segnala la compar­sa, nel 1917, d’una rivista intitolata: «Archiv für Kriegseelenkunde», pubblicata dal Se­minario di Scienza della Letteratura (Literaturwissenschaftliche Seminar) dell’università di Kiel; non ho potuto consultarla.

[11] [Questa frase si ritrova, in una formulazione pressoché identica, nella prima reda­zione della Apologie pour l’histoire, p. 267; e anche nella redazione definitiva, dove Ari­stotele ha preso il posto di Cicerone (p. 131)]

[12] Cfr. L. GRAUX, Les Fausses Nouvelles de la Grande Guerre, 7 voll., Paris 1918‑20, 1, p. 384, nota.

[13] Ibid., p. 414, nota 2.

[14] Ibid., VII, p. 375.

[15] Bolo doveva essere fucilato il 6 aprile 1917; vi fu un rinvio all’ultimo momento, e l’esecuzione rimandata non avvenne che il 17. Ora, se si deve credere a Graux (ibid., I, p. 414, nota 2), il 6 fu messa in vendita «un’edizione speciale che riportava tutti i particola­ri di quanto doveva accadere undici giorni piú tardi”. Sfortunatamente il fatto è citato sen­za riferimenti, il che rende difficile la verifica; un’edizione speciale, di quale giornale? Que­sta negligenza è spiacevole, perché sembra proprio che qui ci troviamo di fronte a una pro­va assolutamente nitida circa il costume della stampa di cui parlavo poc’anzi. Ovvio che un incidente simile non può essere considerato che come un caso estremo, un caso limite. Certamente un buon direttore di giornale avrebbe fatto scrivere in anticipo il resoconto per poterlo lanciare piú in fretta; ma prima di pubblicarlo, avrebbe almeno aspettato d’ave­re la conferma dell’avvenimento. Immagino che di solito le cose si verifichino in questo modo: i redattori, preoccupati di essere pronti il piú presto possibile, gettano giù il testo in precedenza; arrivano sul posto col loro «pezzo» già pronto; dopo aver assistito al fatto, lo modificano, se è il caso, nei punti importanti, ma verosimilmente senza mai metter ma­no al particolari secondari, considerati indispensabili al «colore» del racconto, ma la cui falsità non urterà nessuno, perché nessuno, o quasi, se ne renderà conto. Ecco, per lo me­no, quel che mi figuro, forse a torto. Sarebbe estremamente utile che un giornalista ci des­se uno studio serio e veritiero sui procedimenti del reportage; nulla sarebbe piú importante per la critica delle fonti, quale s’impone nella storia contemporanea.

[16] [L’esempio di Bolo, la riflessione sulle abitudini dei giornalisti e l’augurio di veder un giorno uno studio sulla stampa, sono ripresi in un passaggio molto piú incisivo, credo, nella Apologie pour l’histoire, pp. 131‑32 e 267].

[17] Ecco, in particolare, un passaggio che mi sembra del tutto inesatto: «... il soldato, gli ufficiali subivano l’effetto, benefico o nocivo, della falsa notizia, ma nella maggior par­te dei casi questa notizia falsa che alimentava i loro conversari era nata a poca distanza, nella terra appena smossa d’una buca di granata... Come dire che aveva ben poco a che ve­dere con quelle che si potrebbero definire le grandi direttive della guerra, ma ben di piú con considerazioni e questioni localizzate che si modificavano con facilità nel campo visi­vo dei soldato» (L. GRAUX, Les Fausses Nouvelles cit., II, p. 249). Ritengo che il «campo vi­sivo del soldato» fosse molto piú ampio di quanto creda Graux.

[18] JÉRôME THARAUD e JEAN THARAUD, Une Relève, Paris 1919, p. 3.

[19] A. DAUZAT, Légendes, prophéties et superstitions de la guerre, Paris s.d.

[20] Vedere, in particolare, il capitolo v (pp. 113 sgg.) intitolato: Légendes utilitaires reli­gicuses et politiques e p. 250. Bisogna che aggiunga che Dauzat non ha mai pensato di po­ter spiegare tutte le leggende in questo modo? Non ho inteso far altro che indicare una ten­denza di spirito.

[21] CH. W. OMAN, Presidential Address, in “Transactions of the Royal Historical Society”, serie IV, I (1918), pp. 1‑ 27. Una parte della memoria di Oman è dedicata alla leggenda su­perstiziosa, o forse puramente letteraria, degli «Anges de Mons»; cfr. A. DAUZAT, Légen­des cit., p. 32.

[22] F. VAN LANGENHOVE, Comment naît un cycle de légendes cit. Se ne troverà un’analisi (pubblicata prima dell’uscita stessa dei libro) di F. Passelecq, con il titolo: Un cycle de légendes allemandes, Francs‑Tireurs et atrocités belges, in «Le Correspondant», 25 dicembre 1915, p. 997.

[23] In compenso, niente è più curioso che vedere una menzogna prendere come punto di partenza un errore spontaneo. Un buon esempio di questa trasformazione d’un errore sincero in imPOstura è forse fornita, fuori dal Belgio, dalla storia dell’”aereo di Norimber­ga». La dichiarazione di guerra fatta pervenire il 3 agosto 1914 al presidente del Consiglio francese dall’ambasciatore di Germania invocava, fra gli altri pretesti, questo: un aviatore francese avrebbe «gettato delle bombe sulla ferrovia nelle vicinanze di Karlsruhe e di No­rimberga» (Livre jaune, p. 131). E risaputo che molto tempo dopo la municipalità di No­rimberga smentì quest’assurdità (cfr. F. ROCHE, Manuel des origines de la guerre, p. 275, no­ta 2). Che il governo tedesco, avendo avuto a disposizione tutti i mezzi di verifica, vi ab­bia mai prestato fede, nessuno lo penserà. Ma la menzogna senza dubbio non nacque tutta intera nel cervello d’un uomo di Stato particolarmente creativo; si può supporre ch’essa abbia avuto come origine una falsa notizia popolare. Non è impossibile, in effetti, che un aereo francese, nel corso d’una pacifica ricognizione, attuata ben prima della dichiarazio­ne di guerra, abbia, il i agosto 1914, sorvolato molto innocentemente Norimberga (cfr. «Le Temps» del 9 ottobre 1919). La cosa non è per nulla certa: è stata negata; una picco­la ricerca critica s’imporrebbe. Se dovesse far emergere l’esattezza del fatto, se ne potreb­be trarre una conclusione interessante. Non v’è dubbio che se gli abitanti di Norimberga hanno visto, il i agosto 1914, comparire nel loro cielo un aereo francese, essi hanno do­vuto temere fortemente che sganciasse delle bombe; di qui a credere che in realtà ne get­tasse, non v’è che un passo che spiriti sovragitati dalle emozioni d’una guerra vicina han no certamente compiuto. La falsa notizia è per forza giunta alle orecchie dei governanti a Berlino. Qui, è dovuta apparire poco verosimile; ma piuttosto che verificarla, s’è preferi­to servirsene. L’immaginazione è una qualità meno diffusa di quanto talvolta si creda; pa­recchi bugiardi ne hanno poca, e la menzogna probabilmente consiste molto spesso nel ri­produrre, sapendolo falso, un racconto sinceramente erroneo. [L’esempio dell’episodio dell’aereo di Norimberga, narrato in modo molto più condensato, è ripreso nella Apologie pour l’histoire, pp. 132 e 267]

[24] Cfr. F. VAN LANGENHOVE, Comment naît un cycle de légendes cit., p. 117.

[25] Ibid., pp. 185 sgg.

[26] [L’esempio delle aperture nei muri delle case belghe è ripreso, in modo più somma­rio, nell’Apologie pour l’histoire, pp. 137 e 271]

[27] Il professor B. Hindecke, di Königsberg, in un articolo intitolato Die belgischen Franktireurs und die Kunst Belgiens, in “Nationale Rundschau”, 1 (1914‑15). Cfr. F. VAN LANGENHOVE, Comment naît un cycle de légendes cit., pp. 251 sgg. Non ho potuto vedere l’articolo di Händecke.

[28] L’immaginazione popolare deforma sempre. Quali che siano state le «atrocità», ahimè!, troppo reali, perpetrate dai Tedeschi sul suolo francese, molte scorie leggendarie si sono mischiate ai racconti che ne furono fatti: tale, se non m’inganno, la leggenda delle “mani mozze”. Qui vi sarebbe argomento di studio molto interessante per uno spirito one­sto e coraggioso. Parimenti sarebbe opportuno redigere una buona volta l’elenco esatto dei crimini tedeschi, eliminando tutto ciò che è «falsa notizia» o anche solo dubbia informa­zione: quanta utilità non avrebbe un lavoro simile, non solo per una storia serena, ma an­che per la nostra propaganda cui, a pace fatta, resta ancora un utile compito da assolvere, in Alsazia‑Lorena, nei paesi amici o alleati, nella stessa Germania? La verità perde il suo vigore quand’è frammista agli errori

[29] Braisne, distretto di Soissons. Beninteso, si pronuncia senza far sentire la esse

[30] [Molto abbreviato, l’incidente della cattura del borghese di Breme e le condizioni della nascita e della formazione della falsa notizia sono riprese nella Apologie pour l’histoire, pp. 136 e 27 1.  È curioso constatare che il luogo geografico «l’Epine‑de‑Chevregny» è scomparso dal resoconto più recente].

[31] P. CHAINE, Les Mémoires d’un rat, p. 61, citato da L. Graux, Les Fausses Nouvelles cit., II, p. 277, nota 1.

[32] [Questo paragrafo si ritrova in termini pressoché identici nella Apologie pour l’his­toire, pp. 137‑38 e 272]

[33] [Le idee essenziali espresse in questo paragrafo sono riprese in modo leggermente di­verso nella Apologie pour l’histoire, pp. 138 e 272‑731

[34] Oppure se qualcuno prende talora come sospetto il dire di costui, questo dubbio è così assurdo e sprovvisto di metodo tanto quanto la più cieca fede. Così, al fronte si vede­va la stessa persona, alternativamente, accettare a bocca aperta i racconti più fantastici o respingere con disprezzo le verità più solidamente fondate; lo scetticismo non era altro che una forma della credulità

[35] Cfr. le indicazioni su alcune questioni da affrontare date da e. juwan in una nota intitolata: Folklore en temps de guerre, in «Revue des études anciennes», XVII (1915), p.73. Vedere altresí sul folklore militare un questionario steso dal professore svizzero E. Hoff­mann Krayer e riprodotto nella «Revue des Traditions populaires», XXX (1915), p. 107. Si troveranno alcune indicazioni sulle false notizie tedesche in A. PINGUAD, La Guerre vue par les combattents allemands, in “Revue des deux Mondes”, 15 dicembre 1916; Cfr. A. DAU­ZAT, Légendes cit., p. 103.