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Marc Bloch

Critica storica e critica della testimonianza [1]

Miei cari amici,

come sapete, sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro battaglie cui non ho as­sistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia na­scita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una cono­scenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, pa­ragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esem­pio; dell’elettricità. Non sappiamo nulla, su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Quando questi rac­cont. ci mancano, la nostra ignoranza è totale e senza rimedio. Tut­ti noi storici, i più grandi come i più piccoli, rassomigliamo a un povero fisico cieco e impotente che non fosse informato sui suoi esperimenti altro che dai resoconti del suo aiuto laboratorio [2] . Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul pas­sato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccoglia­mo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà.

Ma è sufficiente riunire queste testimonianze e poi cucirle l’una con l’altra? No di certo. Il compito del giudice istruttore non si confonde con quello del suo cancelliere. I testimoni non sono tut­ti sinceri, né la loro memoria sempre fedele: tanto che non si po­trebbero accogliere le loro deposizioni senza alcun controllo. Come [12] si comportano dunque gli storici, per trarre un po’ di verità da­gli errori e dalle menzogne, e per mettere da parte, fra tanto lo­glio, un po’ di buon grano? L’arte di discernere nei racconti il ve­ro, il falso e il verosimile si chiama critica storica. Essa ha le sue regole, che è bene conoscere, spero di mostrarvelo. Ecco le prin­cipali.

Cominciamo dalla più semplice, la più elementare delle regole. Forse alcuni di voi hanno avuto fra le mani dei testi eruditi. Vi sie­te mai chiesti perché questi libri hanno delle note a piè di pagina? Queste note! queste povere note! Non potreste immaginarvi quan­to se ne è detto di male. Pare che vi siano dei lettori così sensibi­li che queste note basterebbero a disgustarli di un’opera, per quan­to valida possa essere, – occhi distratti che non sono in grado di seguire il testo, perché sono attratti di continuo verso il fondo del­la pagina [3] . Prima di criticare, sarebbe stato meglio tentare di com­prendere. A cosa servono le note? a dare quelli che noi chiamia­mo i riferimenti. Un fisico descrive un esperimento; l’ha fatto lui stesso; egli è per se stesso il suo testimone; non ha bisogno di ci­tarsi; basta la sua firma, in testa al libro o alla fine dell’articolo. Uno storico riferisce un evento passato; non lo ha visto; egli par­la basandosi su dei testimoni; è necessario ch’egli li nomini, anzi tutto per prudenza, per mostrare che ha dei garanti, e soprattut­to per correttezza, per permetterci di verificare, se è il caso, l’uso che ha fatto dei loro resoconti. Citare i propri testimoni, o, come qualche volta si dice «citare le proprie fonti» (l’espressione, che non è molto felice, è accettata) è il primo dovere dello storico. So­lo dello storico? Vediamo. Un compagno vi riferisce che uno dei vostri amici ha commesso non so qual sciocchezza. Prima di cre­dergli, pregatelo di citarvi le sue fonti. Talvolta scoprirete che non ne aveva altre se non la propria immaginazione. O se ne aveva non erano degne di fiducia. Oppure le aveva interpretate male. Ri­schiate a vostra volta di farvi eco di un pettegolezzo qualunque. Prima di parlare, chiedetevi se potreste citare le vostre fonti. Fi­nirà che non aprirete bocca.

Immaginiamoci lo storico davanti ai documenti che ha raci­molato e che citerà con diligenza. Guardiamolo lavorare. A meno che una lunga abitudine all’erudizione non ne abbia educato lo spi­rito sostituendo in lui una seconda natura all’istinto, il suo primo impulso sarà quello di accettare alla lettera e di riportare fedelmente [13] il racconto che i suoi testi gli forniscono. Il fatto è che, es­sendo un essere umano, egli è pigro per natura. «La maggior par­te degli uomini, piuttosto che ricercare la verità, che è loro indif­ferente, preferisce adottare le opinioni che vengono loro riferite già bell’e pronte”. Sono più di duemila anni che Tucidide ha pro­ferito questo disincantato giudizio, che non ha smesso di essere vero. Occorre uno sforzo, per controllare. Non ce n’è bisogno, per credere. Così gli storici sono stati molto a lungo prima di elabora­re un metodo che oggi non giungono ad applicare se non eserci­tando su se stessi una costante disciplina. Lo spirito critico meri­terebbe la nostra ammirazione e il nostro rispetto, non foss’altro che per essere, in se stesso, sforzo, fatica, dubbio per il risultato, piuttosto che pigrizia soddisfatta di sé.

Talvolta, i documenti stessi costringono al dubbio e alla ricer­ca del vero. Ciò avviene quando si contraddicono. Il 23 febbraio 1848 la folla parigina manifestava in Boulevard des Capucines sot­to le finestre di Guizot, che aveva lasciato il potere. Un reggimento di fanteria sbarrava la strada. Mentre gli ufficiali parlamentavano fu tirato un colpo, che diede inizio alla sparatoria; e a sua volta la sparatoria scatenò l’insurrezione per cui doveva sprofondare la mo­narchia di Luglio. Chi tirò il colpo [4] ? Alcuni testimoni dicono: un soldato. Altri, un manifestante. Non possono avere ragione en­trambi. Ecco lo storico costretto a scegliere. Eppure vi sono da qualche parte dei bravi studiosi che non possono ammettere che alcuno dei loro documenti abbia torto e, in un caso come questo, supporrebbero di buon grado che nel medesimo istante, da en­trambe le parti, abbiano fatto fuoco un soldato e un manifestan­te. Non imitiamo il loro spirito troppo conciliante. Quando due informazioni si contraddicono, la cosa più certa, fino a prova con­traria, è di supporre che almeno una delle due sia sbagliata. Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vo­stro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la con­clusione che due per due fa quattro e mezzo.

Due diversi testimoni offrono la stessa versione d’uno stesso avvenimento. Lo studioso alle prime armi si rallegra per una con­cordanza Così felice. Lo storico sperimentato diffida e si chiede se per caso uno dei due testimoni non abbia semplicemente copiato l’altro. In una celebre pagina delle sue memorie il generale Marbot [14] narra come, la notte dal 7 all’8 maggio 1809, traversò su una barca le acque agitate del Danubio, allora in piena, sbarcò sulla ri­va sinistra occupata dal nemico, fece alcuni prigionieri nei bivac­chi austriaci e tornò sano e salvo con essi. C’e chi ha pensato a di­mostrare con eccellenti ragioni che questo bel racconto, come tan­ti altri, è uscito tutto intero dall’immaginazione del suo eroe. Tuttavia sussisteva un dubbio. Se davvero la famosa traversata del Danubio è un romanzo inventato di sana pianta, questo romanzo non può averlo concepito altri che Marbot. Lui solo aveva inte­resse a una menzogna che serviva alla sua gloria. Tuttavia due au­tori, il generale Pelet e De Segur, hanno dato della sua pretesa pro­dezza un resoconto simile al suo. Si tratta di due testimoni che depongono a suo favore. Vediamo quel che valgono. De Segur sarà scartato quasi subito; dal momento che scrive dopo il generale Pe­let, non ha fatto altro che copiarlo. Il generale Pelet ha steso le sue memorie prima che Marbot avesse redatto le sue. Ma era uno dei familiari di Marbot. Nessun dubbio che abbia sovente inteso nar­rare dalla sua viva voce le sue imprese perché il vecchio guerriero si compiaceva nel rievocare il passato che ornava con arte e si apprestò a trarre in inganno i posteri, abbindolando i suoi con­temporanei. Dietro de Segur abbiamo fatto apparire il generale Pelet. Dietro il generale Pelet è lo stesso Marbot che si celava e che abbiamo scoperto. Credevamo di avere tre testimoni; ed ecco che non ne abbiamo più di uno [5] . Per impedire a due accusati di ac­cordarsi, il giudice li rinchiude in celle differenti. Meno fortuna­to di lui, lo storico non sarebbe in grado di prevenire comunica­zioni che si accontenta di rintracciare. Come ci riesce? E quello che vedremo.

Due vetture si scontrano sulla strada. Uno dei conducenti è fe­rito. Si forma un crocchio. Un agente stende il verbale. Tre di voi erano presenti. Nella calca, non si incontrano. Osservano, se ne vanno e, tornati a casa, redigono ognuno una descrizione dell’in­cidente. Io raccolgo questi tre testi e li metto a confronto. Certo non saranno perfettamente identici. Voi non avrete visto esatta­mente le stesse cose, non foss’altro perché non eravate proprio al­lo stesso posto. Ogni memoria avrà le sue défaillances, ma non ri­guardo agli stessi aspetti. D’accordo sui fatti essenziali, differite nel particolari. Dove il succo sarà il medesimo, varierà l’espres­sione. Fate adesso l’ipotesi che uno dei resoconti cada nelle mani [15] d’una persona poco scrupolosa, che lo copi, lo firmi con il suo no­me e l’invii alla stampa. Allorché apparirà, vedendolo in ogni pun­to simile al vostro, non avrete il minimo dubbio che non sia pro­prio il vostro. Due testimonianze saranno perfettamente identi­che, senz’essere sospette, solo se si riferiscono ad un avvenimento molto semplice e molto preciso. Non c’è che un modo di dire: “è mezzogiorno”. Ma ci sono maniere differenti di raccontare la bat­taglia di Waterloo. Se due relazioni della battaglia di Waterloo si ripetono parola per parola, o anche solo si rassomigliano da vici­no, arriveremo alla conclusione che una delle due è stata la fonte dell’altra. Come distinguere la copia dall’originale? I falsari sono traditi dalla loro goffaggine. Se non capiscono l’originale, i loro fraintendimenti li scoprono. Allorché cercano di camuffare le lo­ro imitazioni, la rozzezza dei loro trucchi li perde. Come quel can­didato che copiava a rovescio le frasi che leggeva sul compito del suo Vicino, cambiando il soggetto in attributo e l’attivo in passi­vo. E sufficiente il suo stile per farlo scoprire.

Ritorniamo ai nostri tre resoconti d’uno stesso evento e con­frontiamoli da storico. Due di loro affermano un fatto che il ter­zo nega. Ci schiereremo senza pensarci dalla parte del numero? Niente affatto. La critica storica non ha a che fare con ragioni arit­metiche. Dieci persone mi assicurano che al Polo Nord il mare è libero dai ghiacci, l’ammiraglio Peary, che è gelato senza interru­zione. Presterei fiducia a Peary, e gli crederei anche se i suoi av­versari fossero cento o mille; perché lui solo fra tutti ha visto il Po­lo. Un vecchio assioma latino dice “Non numerantur, sed ponde­rantur”. Le testimonianze si pesano, non si contano.

Sul portale della nostra cattedrale si vede l’Arcangelo, con la bilancia in mano, separare con gesto sicuro gli eletti dai dannati. Lo storico non mette a destra i buoni testimoni e a sinistra i cat­tivi. Ai suoi occhi non ci sono buoni testimoni cui affidarsi una volta per tutte, rinunciando a ogni controllo. Una deposizione, se su certi punti è attendibile, non è per forza scevra da ogni errore. Non ci sono testimoni del tutto cattivi. Un resoconto molto ca­rente può contenere informazioni utili. Ecco, supponiamo, la de­scrizione d’una battaglia da parte d’uno degli ufficiali che vi par­teciparono. Siate pur certi che, anche nei casi meno favorevoli, non si rivelerà falsa da cima a fondo. Vi sono fatti che nessuno può ignorare o tacere. Il meno sincero fra gli Austriaci non negherà che ad Austerlitz la Francia sia stata vittoriosa. D’altra parte, per quan­to amico del vero sia il nostro autore, per quanto fedele sia la sua [16] memoria, avrà i suoi punti deboli. Non avrà visto tutto da sé. Non sarà venuto a conoscenza di certi episodi che di seconda mano, me­diante i rapporti forse sospetti d’un fratello d’armi o d’un aiutan­te di campo. La sua attenzione durante lo scontro non si sarà man­tenuta uguale in ogni momento e i suoi ricordi, di solito esatti, non saranno senza lacune. Una testimonianza non costituisce un tutto indivisibile che occorra dichiarare veridico o falso. Per farne la cri­tica, conviene scomporla nei suoi elementi, che saranno saggiati l’uno dopo l’altro. Il poeta della Chanson de Roland ha ragione quando dice che Roland fu ucciso a Roncevaux e torto quando nar­ra che l’eroe cadde sotto i colpi dei Saraceni.

Nel 1493 Cristoforo Colombo, sbarcando a Palos, annunciò che era approdato sulle rive dell’Asia. Nel igog il dottor Cook, sbarcando non so più in qual porto d’Europa o d’America, an­nunciò che aveva scoperto il Polo Nord. Nessuno dei due diceva il vero. Ma Cook mentiva, mentre Colombo si ingannava. Una te­stimonianza può peccare per mancanza di sincerità o per mancan­za di precisione. Gli storici, come i giudici, di fronte a ogni testi­mone, si pongono due questioni: cerca di nascondere la verità? Si sforza di riprodurla, è in grado di arrivarvi ?

Amore del guadagno o della gloria, odi o amicizie, o semplice­mente il desiderio di far parlare di sé: è facile immaginare le di­verse passioni che hanno spinto gli uomini a inventare storie men­daci o a fabbricare ogni specie di documenti. Alcuni falsari, per la loro abilità o la loro pazienza, si sono attirati l’ammirazione degli eruditi. I bugiardi ingegnosi come Marbot sanno dare a racconti in cui non c’è nulla di vero, mediante l’apparente precisione dei dettagli, un’aria di autenticità. Il lettore esclama: «Non si inven­tano cose Così» e tranquillizzato da quest’assurdo aforisma supe­ra ogni diffidenza. Lo studioso tedesco che fabbricò la storia fenicia di Sanchoniathon, da lui stesso redatta in ottimo greco da cima a fondo, avrebbe potuto guadagnare con minor pena, impe­gnando in altri campi le sue facoltà non comuni, una reputazione più lusinghiera [6] . Se cercate la ragione di una falsificazione, la tro­verete sovente in una precedente menzogna. Capita che uno in­ganni una seconda volta, per evitare di ammettere un primo in­ganno. Vrain‑Lucas fabbricò un giorno una lettera in cui Galileo, scrivendo a Pascal, si lamentava della sua vista che s’andava continuamente [17] indebolendo. Qualcuno si stupì. Documenti sicurissi­mi non provavano forse che Galileo era diventato del tutto cieco alcuni anni prima della nascita di Pascal? Credete che Vrain‑Lu­cas si confondesse per Così poco? Si mise a tavolino, o meglio al suo banco di lavoro, e qualche giorno dopo produsse un nuovo au­tografo da cui veniva fuori che Galileo, perseguitato, si era fatto passare per cieco senza esserlo [7] . Il falso genera il falso.

I falsi sono forse più facili da svelare delle inesattezze, perché le loro cause sono più evidenti e più generalmente conosciute. La maggior parte degli uomini non si accorgono quanto siano rare le testimonianze rigorosamente esatte in tutte le loro parti. Due so­no i tipi di carenze che bisogna temere: quelle del ricordo e quell­e dell’attenzione. La nostra memoria è uno strumento fragile e imperfetto. E uno specchio segnato da macchie opache, uno spec­chio diseguale che deforma le immagini che riflette. Per ciascun testimone occorrerebbe – il giudice può sforzarvisi – determinare non solo il valore, ma anche la particolare forma della sua memo­ria. Chi è capace di descrivere senza errori un paesaggio o un mo­numento che ha visto due o tre volte non è in grado di citare cor­rettamente un numero. Per lo storico come per il magistrato non v’è nulla di più importante delle date. Ahimè! sono poche le cose che i comuni mortali ricordano peggio. Non solo la nostra mente perde per strada, come una borsa scucita, una parte dei ricordi che ha immagazzinato; di persona, dinanzi ai fatti stessi, non coglie che una piccola parte di questi fatti. Si ritiene a volte che una de­posizione sia tanto più attendibile in quanto riguarda oggetti che il teste ha avuto occasione di vedere più spesso. E attendersi trop­po dalla nostra capacità d’osservazione. Noi non notiamo le cose di tutti i giorni. Non facciamo attenzione che alle cose che ci col­piscono. Quasi tutti andiamo in giro mezzi ciechi e mezzi sordi per un mondo esterno a noi che non vediamo e non intendiamo se non attraverso una sorta di nebbia. Se io chiedessi a quelli fra voi che sono stati miei allievi durante l’anno che sta finendo di farmi una descrizione della sala in cui ci riunivamo molte ore la settimana, sono convinto che la gran parte delle vostre risposte conterrebbe­ro sviste incredibili. L’esperimento è stato fatto da altre parti: a Parigi in scuole elementari, a Ginevra all’università. Esso è stato probante. Eccone un altro che potrete tentare voi stessi, e del quale [18] vi suggerisco l’idea per occupare i momenti liberi nei giorni di pioggia durante le vacanze. Chiedete a qualcuno di vostra cono­scenza che possiede un orologio da uomo, come e fatta sul suo oro­logio la cifra 6: se è in caratteri arabi, o romani, se la punta del V è girata verso l’alto o verso il basso, se il cerchietto del 6 è aperto o chiuso, ecc., spesso la persona interrogata vi risponderà con pre­cisione, e senza esitare. Ora sulla maggioranza degli orologi da uo­mo il 6 non c’è, poiché il suo posto è occupato dal quadrante dei secondi. Leggiamo il numero che non c’è, senza notare la sua as­senza. Prima di accogliere una testimonianza, cerchiamo di deter­minare quali sono i fatti che hanno dovuto attirare l’attenzione del testimone e quelli invece che gli sono potuti sfuggire. Un me­dico presta le sue cure a un ferito. Gli faccio delle domande sia sul­la ferita ch’egli esamina ogni giorno, sia sulla camera del malato che vede anch’essa quotidianamente, ma sulla quale non getta cer­to che sguardi distratti. Io gli crederei sul primo punto più che sul secondo [8] .

Ovviamente è attraverso il confronto reciproco delle testimo­nianze che si arriva a scoprire la verità. Vi ho parlato poco fa del­la versione che Marbot ha dato della sua traversata del Danubio. Conoscendo Marbot, abbiamo fatto attenzione e abbiamo cerca­to di controllare. Documenti affidabili ci fanno conoscere giorno per giorno la marcia delle armate nella primavera del 1809. Essi ci informano che nel punto della riva sinistra in cui Marbot preten­de di essere sbarcato, non c’erano truppe austriache nella notte dal 7 all’8 maggio. D’altra parte sappiamo che il Danubio non era an­cora entrato in piena l’8 maggio. Marbot si è vantato d’aver fatto prigionieri m un sito ch’egli indica, sfidando la furia di un fiume che scorreva in realtà con acque tranquille, degli Austriaci che quel­la sera erano da tutt’altra parte. Per colmo di sfortuna, si è per giunta smentito da solo. t stata scoperta una domanda che il 30 giugno i 8og egli rivolgeva al maresciallo Berthier per ottenere una promozione. In questa carta, elencando con cura i suoi servizi, co­me era richiesto, egli non ha menzionato da nessuna parte il pro­digioso exploit che, compiuto alcune settimane prima, sarebbe sta­to, se fosse stato vero, il più strepitoso dei suoi titoli. Contrad­detto dagli altri e da se stesso, ecco Marbot dimostrato colpevole d’aver alterato la verità.

 [19] È  stato detto un gran male della critica storica. La si è accusa­ta di distruggere la poesia del passato. Gli studiosi sono stati trat­tati come spiriti aridi e piatti, e li si e accusati di mancare di ri­spetto alla memoria degli uomini antichi, poiché non accettavano a occhi chiusi storie che delle generazioni si sono passate da un’età all’altra. Se lo spirito critico ha tanti detrattori, e senza dubbio perché è più facile biasimarlo o schernirlo, piuttosto che seguirne i duri comandamenti. Si è per gran tempo creduto che le epopee del medioevo racchiudessero il racconto, più o meno deformato ma esatto nel suoi tratti essenziali, di eventi storici. Sappiamo og­gi che non è affatto Così. Mai il destriero Bayart ha portato, at­traverso le grandi foreste delle Ardenne, i figli d’Aymon. Un giul­lare ha inventato l’amicizia di Ami e di Amile. Mai Aymerillot ha espugnato Narbonne. Questi antichi poemi non sono che finzio­ne: oggi ne siamo certi. Forse per questo hanno smesso di com­muoverci? Ieri ci chinavamo su di essi ricercando nel loro spec­chio appannato l’indistinto riflesso di avvenimenti incerti. Li con­sideravamo delle cattive cronache. Ecco che non sono più altro che delle belle storie! Adesso che sappiamo leggerli, essi ci offrono una immagine dai contorni netti: quella dell’anima eroica e bambina del secolo che li vide nascere, turbolenta e avida di misteri. Ciò che fa la bellezza delle leggende e la loro propria verità, è tradur­re fedelmente i sentimenti e le credenze del passato. Sapere che sono delle leggende, ce le fa gustare ancor meglio. E poi – dirò qui fino in fondo il mio pensiero – se è vero che la critica ha qualche volta fatto svanire certi miraggi che erano seducenti, dopo tutto, tanto peggio ! Lo spirito critico è la pulizia dell’intelligenza. Il pri­mo dovere è lavarsi.

Elaborate soprattutto dagli storici e dai filologi, le regole del­la critica della testimonianza non sono un gioco da eruditi. Esse si applicano al presente come al passato. Forse alcuni di voi si tro­veranno rivestiti, in futuro, dei temibili poteri del giudice istrut­tore. Altri saranno chiamati, dalla nostra legge democratica, alle funzioni di giurato. E anche quelli che non pronunceranno mai, in nessun palazzo di giustizia, né alcuna sentenza né alcun ver­detto, dovranno e devono già, a ogni momento, nella vita di tutti i giorni, raccogliere, confrontare, pesare delle testimonianze. Ri­cordatevi, allora, dei principi del metodo critico. Contro lo spiri­to di maldicenza saranno per voi l’arma più potente. Contro lo spi­rito di sfiducia anche. Il disgraziato che dubita di continuo di tut­to e di tutti non è di solito altro che un credulone troppo spesso [20] ingannato. L’uomo accorto, che sa la scarsità delle testimonianze esatte, è meno pronto dell’ignorante nell’accusare di falsità l’ami­co che si inganna. E il giorno in cui in società dovrete partecipare a qualche grande dibattito, che si tratti di sottoporre a nuovo esa­me una causa giudicata troppo in fretta, di votare per un uomo o per un’idea, non dimenticate mai il metodo critico. E una delle vie che conducono nella direzione del vero.



[1] [Opuscolo pubblicato dal liceo D’Amiens, con la seguente presentazione: «Distribu­zione solenne dei Premi, anno scolastico 1913-1914. Il 13 luglio 1914, la distribuzione dei premi agli alunni del liceo D’Amiens è stata fatta solennemente nella Sala delle Feste, sot­to la presidenza di Moullé, prefetto de La Somme, assistito da Izenic, ispettore d’Accade­mia e da Didier, preside del liceo. Essendo stata aperta la seduta alle io, Bloch, professo­re di storia, ha pronunciato il seguente discorso: [...]”]. Testo digitale tratto da M. Bloch, Storici e storia, Torino, Einaudi, 1997, pp. 11-20

[2] [Immagine equivalente ripresa in Apologie pour l’histoire, pp. 99 e 240]

[3] [Cfr. Apologie pour l’histoire, pp. 124‑25 e 261].

[4] [L’esempio della fucilata del 1848 è ripreso in modo molto più breve nella Apologie pour l’histoire, pp. 134 e 269]

[5] [L’esempio di Marbot è ripreso nella Apologie pour l’histoire, pp. 140 e 201].

[6] [L’esempio dello studioso tedesco è ripreso, in una versione molto simile, nella Apologie pour l’histoire, pp. 129 e 264).

[7] [L’esempio di Vrain‑Lucas è ripreso, in una versione molto diversa, nella Apologie pour l’histoire, pp. 130 e 265]

[8] [L’esempio della testimonianza del medico è ripreso, in una forma un po’ diversa, in Apologie pour l’histoire, pp. 134 e 269]