|
È
evidente che l'uso della tecnologia di rete ha immediate
ricadute positive sui modi della produzione e
circolazione della letteratura scientifica anche in
campo umanistico. Esiste però un insieme di problemi
propri della produzione scientifica di argomento
umanistico, per esempio in filologia, archeologia,
storia, ed è qualcosa che ha a che fare con la
disponibilità in formato digitale della fonte –
archivio, testo, serie, immagine – e con il modo in cui
il valore informativo della fonte può cambiare a seconda
del supporto mediante cui è presentata. Altri problemi
riguardano la forma
e la
costruzione del testo e dell'argomento, che
possono subire mutamenti anche profondi a seguito
dell'adozione di tecniche espositive di tipo ipermediale.
Ma, se
lasciamo da parte questi aspetti, che riguardano la
metodologia della ricerca e la tecnica argomentativa, i
problemi strutturali legati ai modi della raccolta e
disseminazione dei prodotti della ricerca sono pressoché
analoghi per qualsiasi campo di ricerca. Questo non
significa affatto, come pure è stato sostenuto, che la
rete telematica "per la prima volta in assoluto"
permetta all'autore di essere editore e distributore di
se stesso: una condizione che chiunque sa come sia
esistita fin dall'inizio dell'èra Gutenberg e che è
venuta meno solo a partire dal '700 in poi, con
l'emergere delle figure del libraio-editore
professionale e dell'autore indipendente. Semmai,
perciò, la rete riporta il rapporto autore-lettore e il
meccanismo produzione-distribuzione a come per lungo
tempo essi si sono configurati a partire dalle origini
della stampa a caratteri mobili. Per i prodotti della
ricerca in campo umanistico, va aggiunto, la transizione
digitale è forse ancora più importante che nei settori
cosiddetti "scientifici". Se per alcuni di questi la
rapidità di circolazione e la facile
accessibilità costituiscono requisiti indispensabili
per l'avanzamento delle conoscenze, in campo umanistico
la velocità con cui un prodotto è messo a disposizione
della comunità non è così importante. Si tratta di
prodotti con tempi di produzione e assimilazione molto
più lenti, che si misurano spesso in anni e i cui
contenuti è indifferente – dal punto di vista della
circolazione delle conoscenze – che siano disponibili al
pubblico entro un mese o sei mesi: semmai sono i tempi
delle valutazioni concorsuali o dell'avanzamento dei
progetti a stabilire il maggior o minore grado di
urgenza della pubblicazione. Se non sussiste
un'immediata necessità di immissione nel circuito della
pubblicazione, in compenso esiste uno specifico problema
di costi di stampa. Dato che il prodotto tipico della
ricerca scientifica in campo umanistico è la monografia,
il libro, è chiaro il vantaggio di disporre di una
tecnologia che permette di risparmiare anche l'80 % dei
costi di pubblicazione. Va ricordato che le prime prese
di posizione significative a favore della pubblicazione
elettronica all'interno della comunità internazionale
degli storici sono derivate proprio dalla constatazione
della crisi delle university presses americane,
sempre meno in grado di sostenere i costi di produzione
delle monografie accademiche.
Quando
si ragiona di prospettive di pubblicazione elettronica
online della produzione accademica bisogna
distinguere almeno due livelli, ciascuno di grande
importanza nel proprio ambito e con un sotto-livello
correlato. Il primo è quello che riguarda la produzione
e valutazione ex ante del prodotto scientifico;
il livello correlato concerne l'utilità e dunque l'identificabilità
della pubblicazione digitale a fini concorsuali e di
carriera, ossia la sua valutazione ex post. Il
secondo è quello dei modi e delle forme della
circolazione, con il livello correlato della uniforme
descrizione con metadata a fini di archiviazione
e recupero. La transizione al digitale implica problemi
diversi, anche se strettamente legati, per i due
livelli, introducendo elementi profondi di discontinuità
rispetto a prassi e rapporti gerarchici consolidati sia
negli ambienti accademici sia in quelli editoriali. La
transizione ha dunque enormi potenzialità in termini di
riassetto degli equilibri tradizionali. Lasciamo da
parte per il momento il problema, pure centrale, della
selezione di qualità dei materiali da pubblicare e
concentriamoci sull'aspetto della
pubblicazione/archiviazione
Le
scelte operate dal mondo della grande editoria
tradizionale di fronte alle tecnologie di rete sono
state esitanti, contraddittorie e sostanzialmente
incapaci di adottare idee nuove, nemmeno in forma
sperimentale. In tali scelte rientrano certe timide
sperimentazioni da
parte di grandi editori di formati di e-book,
che possono aver consentito un certo risparmio di costi
garantendo la copertura offerta dal prestigio
dell'editore, ma che perlopiù si presentano come
microcosmi chiusi, impermeabili a nuovi linguaggi e di
fatto legati all'impostazione delle monografie
tradizionali: in altre parole, sono spesso solo false
partenze sul piano dell'uso del mezzo informatico o
telematico. L'idea stessa dell'open access ne è
sempre rimasta estranea (comprensibilmente, per
strutture operative come le case editrici tradizionali).
Altri esempi sono quelli offerti dai periodici
elettronici tradizionali, la cui migrazione sulla rete è
avvenuta in forme diverse, ma con un risultato
paradossale, ossia l'enorme aumento dei costi per
l'utenza e la minore disponibilità del pregresso, con un
vantaggio derivante dall'impiego delle tecnologie di
rete tutto sommato limitato e comunque di molto
inferiore alle potenzialità.
Decisamente più significativa appare perciò la strada
intrapresa da altre esperienze di pubblicazione
accademica digitale in rete in campo umanistico, nelle
quali il concetto dell'open access è stato fin
dall'inizio il principio-guida. Mi riferisco a quelle
esperienze, sviluppate fin dai primi anni '90, che per
certi versi hanno posto l'Italia di fatto
all'avanguardia mondiale nella ricerca e nello sviluppo
del mezzo telematico come strumento di comunicazione
scientifica (Arachnion,
Cromohs-Eliohs,
Reti medievali,
Scrineum,
operanti su base disciplinare nell'ambito
rispettivamente delle scienze filologico-antichistiche,
storico-moderne, storico-medievali e diplomatistiche).
Si tratta di iniziative che, in Italia e all'estero,
anche se in forma disordinata e volontaristica, hanno
decisamente precorso il movimento per gli open
archives (la OAI è nata nel 1999), creandone anzi il
presupposto. Ricordo a questo proposito che il primo
open archive nato nel 1991 a Los Alamos è stato il
frutto di un bisogno avvertito dagli scienziati di
quella comunità e che solo ben dieci anni dopo si è
trasferito all'interno di un open archive
istituzionale come quello di Cornell (2001). Le
iniziative italiane appena citate sono scaturite da
esigenze tra le quali ha certamente prevalso il
desiderio di sperimentazione delle nuove tecnologie nel
lavoro di ricerca e di scrittura, più che non
l'aspirazione a sottrarsi alle logiche gerarchiche dei
processi di pubblicazione. Si tratta di esperienze tra
loro molto diverse: riviste, biblioteche digitali,
contenitori dalla struttura e funzionalità molto
composite e che si sono sviluppate con strategie
differenziate. Pur nel loro destino emblematicamente
dissimile – la prima, Arachnion, ha chiuso dopo 4
numeri e poco più di un anno di vita (maggio 1995-maggio
1996), le altre due si sono molto sviluppate in quantità
e qualità, ma con una differenza di ritmo dipesa da
diverse scelte strategiche –, esse hanno avuto e
continuano ad avere un ruolo importantissimo di
battistrada, sia per la ricerca di soluzioni sempre più
avanzate rispetto al lentissimo adattamento del quadro
normativo, sia per la spinta verso traguardi nuovi
rispetto ai quali è stato possibile realizzare
convergenze molto efficaci con il mondo dell'editoria e
della biblioteconomia universitaria, sia per
l'effetto-traino che in una certa misura ne è derivato e
che è attestato dalla nascita di nuove iniziative
online dal carattere affine. Al momento presente si
può dire che la loro continuità di presenza in rete e la
validità delle successive soluzioni via via adottate a
tutela del valore di pubblicazione – la registrazione
legale e l'assegnazione di ISSN, la prassi del deposito
legale secondo le modalità tradizionali, in seguito il
deposito volontario presso la Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze e infine l'attivazione di rapporti
contrattuali con la Firenze University Press che
prevedono sia le prassi di deposito a cura dell'editore
sia il print on demand a pagamento su richiesta
dell'autore a cui il contratto lascia interamente la
proprietà intellettuale del prodotto – ne garantiscono,
insieme alle procedure di peer review a garanzia
di qualità del materiale pubblicato, l'autorevolezza e
la solidità come strumenti di pubblicazione e
comunicazione del prodotto scientifico. Tutto questo è
avvenuto nel più rigoroso rispetto del principio del
free access, che ha sempre costituito un
fondamentale elemento di ispirazione, tale da
configurare, tra l'altro, oggettiva coincidenza con le
idee-guida della OAI.
ll
vivace dibattito contemporaneo intorno alla
realizzabilità di uno spazio di open archive
nelle varie forme possibili dovrebbe portare all'avvio
di una sinergia tra le esigenze del mondo della ricerca
accademica e quello del mondo bibliotecario accademico a
partire dal comune riconoscimento dei principi contenuti
nelle dichiarazioni di
Budapest
del febbraio 2002 (prima versione: dicembre 2001) e di
Berlino
dell'ottobre 2003. Da questo punto di vista, un momento
molto importante è stato offerto dal convegno di Firenze
«L'Archivio E-Prints dell'Università di Firenze:
prospettive locali e nazionali» (10 febbraio 2004).
L'impressione è che l'affermazione di open archives
nella loro complessa articolazione possa dispiegare le
proprie enormi potenzialità solo attraverso il
rafforzamento di queste sinergie, con attenzione a
salvaguardarle da possibili contrasti settoriali
(bibliotecari, informatici, accademici), e la loro
estensione a più ampi ambiti istituzionali (livello
d'ateneo) e concettuali-operativi (dalla disseminazione
all'archiviazione e alla valutazione). Si tratta
probabilmente di saper trasformare i passaggi di vita
istituzionale, pur in presenza di vincoli economici
pesanti, in altrettante occasioni per sviluppare
prospettive di forte contenuto innovatore. E di creare e
mantenere la cooperazione tra almeno tre agenzie:
governance d'ateneo, servizi bibliotecari e
informatici, circuito produzione-distribuzione dei
prodotti della ricerca (dal dipartimento all'editoria
d'ateneo).
In
questo modo, sulla base delle esperienze di
Firenze,
Bologna e
Trento,
non sarebbe difficile immaginare un'architettura in
grado di unificare materiali di varia origine (ricerca,
didattica, organizzazione) all'interno di una unica
modalità di accesso, archiviazione e reperimento.
Probabilmente tale architettura potrebbe essere
facilmente integrata all'interno di un sistema di
anagrafe della ricerca (intesa nel senso più ampio
dell'espressione) e costituire uno strumento
fondamentale non solo per la comunicazione scientifica o
l'efficienza della didattica, ma anche per quell'attività
divenuta ormai essenziale come la valutazione interna ed
esterna. Addirittura, l'occasione offerta dalla
creazione di un sistema di anagrafe della ricerca
potrebbe costituire l'occasione ideale per attivare
l'impianto di un sistema istituzionale di e-prints
d'ateneo e di open archive.
A
questo punto non può non ripresentarsi il problema che
sopra abbiamo indicato e subito messo da parte, ossia
quello delle procedure di valutazione di qualità ex
ante, altrimenti note come peer review.
L'esistenza di un open archive, in altre parole,
non dovrebbe affatto far passare in secondo piano o,
peggio, cancellare l'esigenza di preliminari valutazioni
di qualità dei prodotti della ricerca, esattamente come
questo non deve avvenire nell'ambito delle procedure
tradizionali di pubblicazione all'interno di riviste o
collane di monografie gestite dai dipartimenti. Una
soluzione potrebbe essere l'attivazione di sezioni
dell'archivio di pubblicazioni elettroniche, ciascuna
connotata da procedure particolari di selezione (pre-prints,
edizioni online, post-prints, reports
e papers, materiali didattici, strumenti di
lavoro per didattica e ricerca, particolari strumenti di
e-learning) o anche – come è avvenuto a Firenze –
l'assorbimento entro l'open archive di iniziative
online preesistenti e autonome, con proprie
procedure consolidate di peer reviewing.
Evidentemente l'articolazione disciplinare dell'open
archive consentirebbe anche di mettere in atto
ulteriori differenziazioni metodologiche nei processi di
valutazione/inclusione dei prodotti della ricerca. Il
vantaggio sarebbe evidente: uniformazione delle
procedure di accesso, standardizzazione delle modalità
descrittive, unificazione di risorse scientifiche o
didattiche altrimenti disperse in
server
dipartimentali non comunicanti entro un
medesimo ambiente informativo, conferimento di
responsabilità scientifica a responsabili d'area
scientifico-disciplinare e di settore dell'archivio.
Per concludere, infine, sarebbe indispensabile
contestualizzare il problema di un open archive
rispetto ad una terza finalità implicata entro questo
ambito di riflessione, ossia quella della valutazione
della ricerca ex post da
parte del Nucleo di Valutazione o di appositi organi
interni o esterni di valutazione. In questo senso,
l'accesso alle pubblicazioni prodotte dalle varie realtà
di un ateneo – progetti, convegni, gruppi di studio,
singoli ricercatori, ma anche dottorati di ricerca,
lauree specialistiche, master, scuole di
specializzazione, centri interdipartimentali o
interuniversitari, scuole estive, workshops –
potrebbero ottenere non solo visibilità immediata in
quanto pure e semplici entries di un database
bibliografico, ma soprattutto in quanto contenuti resi
disponibili mediante il sistema di data e
service provider costituito proprio dall'open
archive.
Le
analisi di esperienze in corso, come quella avviata
dalla fine del 2003 all'università di Trento, tendono a
sottolineare la scarsa disponibilità dei ricercatori di
settore umanistico ad avvalersi di sistemi di
self-archiving e open archive. Ciò
corrisponde probabilmente non solo a motivi strutturali
connaturati con le tipicità proprie della comunicazione
del prodotto di ricerca umanistica, ma semmai alla
stessa maggiore difficoltà con cui il web publishing
ha preso piede in seno alle discipline umanistiche, a
sua volta dipendente forse da un più forte senso di
incertezza circa l'effettivo riconoscimento del valore
delle pubblicazioni. L'esistenza di un sistema d'ateneo
collegato a diverse esigenze (valutazione, avanzamento,
finanziamento) potrebbe d'altra parte funzionare da
incentivo sufficientemente efficace da spingere in
primis chi si orienta alla pubblicazione su
periodici o in collane dipartimentali a optare per l'open
archive, non foss'altro per l'ovvio e immediato
risparmio di fondi.
In
definitiva, esperienze consolidate di pubblicazioni
online, esigenze di risparmio in seno a strutture
accademiche, necessità di realizzare sistemi di anagrafe
e valutazione della ricerca potrebbero ragionevolmente
costituire, se adeguatamente recepite dalle istituzioni
universitarie, altrettanti impulsi alla creazione di un
ambiente di libera pubblicazione e circolazione dei
prodotti della ricerca, consentendo al tempo stesso di
superare i vincoli economici, gli ostacoli creati
dall'editoria commerciale e le fondate riserve intorno a
discutibili e in fondo inadeguati parametri di
valutazione quale l'IF. "La speranza – ha scritto
recentemente Alessandro Figà Talamanca – è che l'avvento
dell'editoria elettronica, per sua natura poco costosa e
direttamente gestibile dai ricercatori, finisca per
mettere fine all'oligopolio dei grandi editori
commerciali mediato dall'ISI. Anche per questo non
bisogna dare troppo credito all'ISI o all'IF" (A. Figà
Talamanca, L'Impact factor, in «Università
notizie», n. 2, marzo-aprile 2004, pp. 5-11, v. p. 6). |