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Voltaire,
Lettres Anglaises, 1733
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OTTAVA LETTERA Il Parlamento Ai membri del Parlamento d’Inghilterra piace paragonarsi il più possibile agli antichi Romani. Non molto tempo fa, alla Camera dei Comuni, il signor Shipping iniziò il suo discorso con queste parole: La Maestà del popolo inglese sarebbe offesa ecc. La singolarità dell’espressione provocò un grande scoppio d’ilarità ma egli, senza scomporsi, ripeté in tono fermo le medesime parole, e nessuno rise più. Confesso che non vedo nulla di comune tra la maestà del popolo inglese e quella del popolo romano, e ancor meno tra i loro governi. Vi e a Londra un senato, di cui alcuni membri sono sospettati, sebbene certamente a torto, di vendere all’occasione i loro voti, come si faceva a Roma: ecco tutta la somiglianza. Per il resto le due nazioni mi sembrano assolutamente diverse, sia nel bene che nel male. A Roma non si è mai conosciuta l’orribile follia delle guerre di religione: questo abominio era riservato a devoti predicatori di umiltà e di pazienza. Mario e Silla, Pompeo e Cesare, Antonio e Augusto non si battevano certo per stabilire se il flamen [1] dovesse portare la camicia sopra l’abito o l’abito sopra la camicia, e se i pollastri sacri dovessero mangiare e bere, ovvero mangiare soltanto, per poterne trarre gli auspici. In altri tempi gli Inglesi si sono fatti impiccare reciprocamente alle loro assise e si sono distrutti in furiose battaglie per questioni del genere; la setta degli episcopali e quella presbiteriana hanno stravolto per un certo tempo quelle teste cosi serie. Immagino che simili sciocchezze non accadranno loro più; mi sembra che stiano diventando saggi a proprie spese, e non vedo in loro alcuna voglia di scannarsi d’ora in poi per dei sillogismi. Tra Roma e l’Inghilterra c’è poi una differenza più essenziale, tutta a vantaggio di quest’ultima: ed è che a Roma il frutto delle guerre civili fu la schiavitù, e in Inghilterra la libertà. La nazione inglese è l’unica al mondo che sia riuscita a regolamentare il potere dei re opponendo loro resistenza, e che faticosamente abbia alfine instaurato quel saggio governo in cui il principe, onnipotente per fare del bene, ha le mani legate per fare il male [2], in cui i signori sono grandi senza insolenza e senza vassalli, e il popolo prende parte al governo senza confusione. La Camera dei Pari e quella dei Comuni sono gli Arbitri della nazione, il re è il superarbitro. Questo equilibrio mancava ai Romani: a Roma i grandi e il popolo erano sempre divisi, senza avere un potere intermediario che potesse metterli d’accordo. Il Senato di Roma, che aveva l’ingiusto e punibile orgoglio di non voler spartire nulla coi plebei, non conosceva altro espediente per allontanarli dal governo che tenerli sempre occupati nelle guerre straniere. Essa considerava il popolo come una bestia feroce da scagliare contro i vicini, per paura che divorasse i suoi padroni. Così, il maggior difetto del governo dei Romani fece di essi dei conquistatori: è perché erano infelici a casa propria che divennero padroni del mondo, finché alla fine i loro contrasti li resero schiavi. Il governo d’Inghilterra non è fatto certo né per un così grande splendore, né per una fine così funesta; la sua meta non è la brillante follia di fare conquiste, ma d’impedire che ne facciano i loro vicini. Questo popolo è geloso non soltanto della propria libertà, ma anche di quella degli altri. Gli Inglesi si accanirono contro Luigi XIV unicamente perché lo accusavano di ambizione. Gli hanno fatto la guerra a cuor leggero, sicuramente senza alcun interesse. È costato molto, senza dubbio, instaurare la libertà in Inghilterra; è in mezzo a mari di sangue ch’è annegato l’idolo del potere dispotico; ma gli Inglesi non ritengono affatto di aver pagato un prezzo troppo alto per acquistare delle buone leggi. Gli altri popoli non hanno avuto meno torbidi, non hanno versato meno sangue di loro; ma il sangue da essi sparso per la causa della loro libertà non ha fatto che cementare la loro servitù. Ciò che in Inghilterra diventa una rivoluzione, negli altri paesi non è che una sedizione. In Ispagna, in Barberia, in Turchia [3], quando una città impugna le armi per difendere i suoi privilegi, subito dei soldati mercenari la soggiogano, dei carnefici la puniscono, e il resto della nazione bacia le proprie catene. I Francesi pensano che il governo di quest’isola sia più tempestoso del mare che la circonda [4], ed è vero; ma è il re a provocare la tempesta, quando vuole impadronirsi del vascello di cui è soltanto il primo pilota. In Francia le guerre civili sono state più lunghe, più crudeli, più foriere di crimini che in Inghilterra; ma di tutte quelle guerre civili, nessuna ha avuto per oggetto una saggia libertà. Ai tempi detestabili di Carlo IX e di Enrico III [5], si trattava solamente di sapere se si sarebbe divenuti gli schiavi dei Guisa [6]. Quanto all’ultima guerra di Parigi [7] ; non merita che fischi: mi sembra di vedere degli scolari che si rivoltano contro il prefetto del loro collegio e finiscono con l’essere frustati. Il cardinale di Retz, con molto ingegno e coraggio male applicati, ribelle senza motivo, fazioso senza progetti, capo-partito senza seguaci, tramava per tramare, e pareva far la guerra civile per il proprio piacere. Il Parlamento non sapeva né cosa volesse né cosa non volesse; decretava la leva di truppe, e revocava il proprio decreto; minacciava, e chiedeva perdono; metteva taglie sulla testa del cardinale Mazzarino [8], e subito dopo veniva a complimentarlo in gran pompa. Le nostre guerre civili sotto Carlo VI [9] erano state crudeli, quelle della Lega [10] furono abominevoli, ma quella della Fronda è stata ridicola. Ciò che i Francesi rimproverano maggiormente agli Inglesi è il supplizio di Carlo I, che fu trattato dai suoi vincitori come lui li avrebbe trattati in caso di vittoria. Dopotutto, guardate da un lato Carlo I [11] vinto in regolare battaglia, fatto prigioniero, giudicato, condannato a Westminster, e dall’altro l’imperatore Enrico VII [12] avvelenato dal suo cappellano in comunione, Enrico III assassinato da un monaco emissario della furia di tutto un partito, trenta crimini premeditati contro Enrico IV [13], di cui parecchi eseguiti, e l’ultimo, che alla fine ha privato la Francia di quel gran re. Valutate questi attentati, e giudicate. [1] Sacerdote [2] Gustave Lanson ha notato che Voltaire traduce qui, male interpretandola, la formula inglese “the king can do no wrong”, che in realtà vuol significare 1’irresponsabilità politica del sovrano, coperta dalla responsabilità ministeriale; vi sono però precedenti dell’uso qui fattone da Voltaire, per es. nel Thélémaque di Fénelon (il re di Creta “a une puissance absolue pour faire le bien, et les mains liées, dès qu’il veut faire le mal” e nel discorso tenuto dal Reggente Filippo d’Orleans, dinanzi al Parlamento di Parigi nel 1715, cui assiste to stesso Voltaire: « Je veux être libre pour le bien, et avoir les mains liées pour, le mal”. Al termine di questo capoverso, nelle edizioni delle Lettere filosofiche dal 1739 al 1752, si trova la seguente nota, successivamente soppressa: « Occorre qui stabilire accuratamente i termini. La parola Re non ha dappertutto lo stesso significato. In Francia e in Spagna ,significa un uomo che per diritto di sangue è giudice supremo inappellabile di tutta la nazione; in Inghilterra, in Svezia e in Polonia il primo magistrato ». [3] Allusione alle rivolte di Catalogna (1714), d’Egitto (1726), di Tunisi e di Smirne (1728). [4] È un’immagine usata da Bossuet nella Oraison f unèbre de la Reine d’Angleterre (1663). [5] Carlo IX, incoronato a dieci anni nel 1560, morì nel 1574; regna sotto la reggenza di Caterina de’ Medici, che ordina l’orribile strage di S. Bartolomeo. Gli succedette, lasciando la corona di Polonia, Enrico III, sotto il qualie proseguirono le ferod lotte di religione, nel mezzo delle quali cadde pugnalato nel 1589 per mano del domenicano Jacques Clément. [6] Nelle guerre di religione la potente famiglia dei Guisa era a capo del partito cattolico [7] La guerra della Fronda (1648-52) [8] Giulio Mazzarino (1602-61), nato in Abruzzo, cittadino francese dal 1639 e cardinale dal 1641, fu il potente primo ministro francese durante la minore età di Luigi XIV. [9] Carlo VI, nato nel 1368, divenne re a meno di dodici anni. [10] La Lega santa o cattolica, formatasi in Froncia sotto la guida del Guisa, durante le guerre di religione, nel 1756. [11] Carlo I d’Inghilterra fu detronizzato da Cromwell nel 1648, venne processato nel Westminster Hall dal 20 al 27 gennaio 1649 e salì sul patibolo II 30 gennaio. [12] Enrico VIl, incoronato imperatore nel 1311 a Milano, morì due anni dopo a Buonconvento presso Siena, secondo una voce per veleno propinatogli dal confessore, ma in realtà per la ricaduta di un’antica malattia. [13] Enrico IV, re di Francia dal 1594 dopo essersi convertito dal calvinismo al cattolicesimo, pose termine alle guerre di religione ed , emano nel 1598 1’Editto di Nantes, che concedeva liberta di culto ai protestanti. Fu colpito a morte dal pugnale di Ravaillac nel 1610 |