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INTRODUZIONE ALLA VALUTAZIONE, OVVERO ERRARE HUMANUM EST, PERSEVERARE DIABOLICUM.

· Come sia un passepartout, un tormentone, una parola-chiave

· Come ne sia nato uno specialismo, anzi, molti specialismi

· Come nasca da un problema perenne e, se vogliamo, banale: giudicare della bontà di quel che ci viene proposto e che usiamo (vale anche per un CD, un ristorante, un libro in libreria, il sapone per la lavastoviglie, un programma televisivo, la lista dei vini, un’automobile, i banchi del mercato del pesce o della frutta, i pacchetti vacanze offerti dai tour operator, le agenzie immobiliari). Le agenzie immobiliari: ecco, qui si tocca un problema molto serio e delicato e ben conosciuto a chi lavora i questo campo, quello della valutazione del patrimonio immobiliare o, per dirla più semplicemente, la valutazione delle case. Esiste per questo una disciplina specifica, oggetto di insegnamento: l’estimo. Sono gli “estimatori” che vengono chiamati in causa quando si decide, per esempio, di assegnare o cambiare le aliquote fiscali alle diverse zone delle aree urbane. I catasti, fondamentale fonte degli storici moderni e contemporanei, sono questo: strumenti di rilevazione patrimoniale a fini di perequazione fiscale.

Ogni operazione di valutazione avviene secondo procedure e sussidi tecnici: anche quando scegliamo un ristorante o un albergo invece di un altro compiamo un’operazione tecnica di valutazione (spesso soprattutto ex-ante, in parte anche ex-post) in cui intervengono vari strumenti: le guide specializzate, l’esperienza, il consiglio degli amici, il materiale pubblicitario, le preferenze personali, e ora anche Internet, che spesso riunisce tutti questi elementi in un unico flusso informativo. Ex-ante e ex-post: sono le due modalità fondamentali di valutazione, che generalmente interagiscono e cooperano al risultato finale secondo un semplice meccanismo di feedback: le mie informazioni cambiano a seconda della risposta che ottengo nella pratica, con l’esperienza. Se non cooperano si verifica la classica situazione ben descritta dal motto riportato nel titolo: errare humanum est, perseverare diabolicum.
Oggi esiste un settore temibile e in espansione della valutazione: quello relativo alle attività universitarie, che è una sottospecie della valutazione dei sistemi complessi (un sistema complesso: un sistema multifunzione, di produzione, ma anche di servizio, di servizio verso l’esterno, ma anche verso l’interno, e dove le strategie di gestione e le scelte avvengono per un misto di centralismo e di autonomia, di autocrazia e di partecipazione e comunque per l’interazione di diversi agenti cooperanti o in competizione, tali che risulta molto difficile effettuarne una descrizione quantitativa univoca e rigorosa). Per carità: si tratta di un terreno delicatissimo e scivoloso, sul quale non voglio vantare competenze che non ho. Si parla di “economia e gestione dei sistemi complessi” in economia, si parla di analisi di sistemi complessi in fisica o anche di “fisica dei sistemi complessi”, si parla di sistemi complessi in chimica, biologia, scienze sociali. I sistemi universitari sono tipici sistemi complessi e ormai è diventato un fatto accettato che debbano essere oggetto anch’essi di valutazione:, esiste un Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario http://www.cnvsu.it/, istituito dall'articolo 2 della legge 19 ottobre 1999, n. 370 e disciplinato da due decreti varati nel corso dell’anno 2000 come organo istituzionale del Ministero dell'Università e della Ricerca scientifica e tecnologica. Esistono in ogni università i Nuclei di valutazione istituiti dalle stessa legge appena citata, che all’art. 1, “Nuclei di valutazione interna degli Atenei” recita: “1. Le università adottano un sistema di valutazione interna della gestione amministrativa, delle attività didattiche e di ricerca, degli interventi di sostegno al diritto allo studio, verificando, anche mediante analisi comparative dei costi e dei rendimenti, il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, la produttività della ricerca e della didattica, nonché l'imparzialità e il buon andamento dell'azione amministrativa. Quali sono in pratica i compiti del Nucleo di valutazione d’Ateneo ? Valutazione della Didattica; Valutazione della Ricerca; valutazione dell'attività Amministrativa; Valutazione dei Corsi di Dottorato di Ricerca; Valutazione dell'offerta formativa; Informazioni rilevanti sull'Ateneo ai fini della valutazione istituzionale.
La valutazione, a seconda di chi la effettua, ha come obbiettivo quello di controllare e accrescere la qualità, individuando certi standard, accertandone l’esistenza, raccomandandone l’adozione o, addirittura, sanzionarne l’assenza e imporne il conseguimento, oppure soltanto consigliando a agenti e utenti l’adozione di comportamenti conseguenti. Nel caso del sistema universitario nazionale la tendenza alla quale stiamo assistendo, per ora sotto forma di dichiarazioni programmatiche, ma in prospettiva sicuramente come prassi politico-amministrativa, è a correlare lo stanziamento di fondi pubblici agli esiti dei processi di valutazione. Questo è un aspetto della valutazione che ci riguarda molto da vicino: riguarda il nostro modo di essere e operare all’interno dell’università. A nessuno farebbe piacere essere valutato in base a criteri sballati, criticabili, discutibili, inattendibili e in forza di questi ricevere meno finanziamenti di altri.
Per venire ad un campo più prossimo al nostro, un editore, quando giudica un manoscritto che gli è stato sottoposto per la pubblicazione, effettua una operazione di valutazione; non la può sempre fare da solo, altrimenti sarebbe un’enciclopedia vivente; in certi casi valuta da solo, se la sua casa editrice è specializzata in un certo settore corrispondente alla cultura e le competenze dell’editore; letterati si sono fatti editori e hanno evidentemente esercitato una complessa opera di valutazione artistica delle opere che venivano loro sottoposte (caso di Valentino Bompiani o di Roberto Calasso per Adelphi); ma perlopiù gli editori si avvalgono della consulenza di esperti, ai quali affidano la gestione di collane e ai quali chiedono pareri in merito alla pubblicabilità di un’opera. In questo caso siamo di fronte ad un particolare segmento di una procedura di valutazione molto complessa e strutturata in fasi distinte (o spesso, e non per il meglio, sovrapposte), sulle quali vale la pena soffermarsi, perché questo ci consente di entrare nel merito del problema affrontato in queste lezioni. Pensiamo allo scritto che può scaturire dal lavoro un giovane ricercatore: che sia un neo-laureato, un candidato di dottorato, un ricercatore più maturo, un collaboratore, un ricercatore o uno scienziato già affermato. Volontà e interesse del ricercatore sono che lo scritto sia pubblicato per conseguire tutti o almeno i principali di questi scopi: contribuire all’evoluzione del sapere, produrre un risultato da mettere a bilancio di un progetto di ricerca, avere un titolo da mettere in curriculum, in certi (limitatissimi e quasi inesistenti) casi ottenere un guadagno diretto (la vendita della pubblicazione) o prospettivo (mediante un brevetto o un’esclusiva) farsi conoscere, far piacere al proprio professore, farsi bello agli occhi dei suoi giovani colleghi (spesso rivali), conquistare la stima dei superiori, l’invidia dei pari grado, possibilmente l’ammirazione delle giovani colleghe o dei giovani colleghi e magari suscitarne l’interesse personale, far vedere alla moglie o al marito che non passa le giornate con le mani in mano. Ma la decisione di pubblicare quello scritto, quel contributo in genere non dipende solo dalla volontà dell’autore; o meglio, non dovrebbe dipenderne, anche se talvolta dipende proprio da lui. O magari dal cosiddetto maestro e indipendentemente da criteri scientifici.

· Ma veniamo alle risorse telematiche. Non siamo più all’anno zero. Certo, sono passati pochi anni, 6-7, dal decollo del Web. Viene fatto di pensare (o di sperare) che siano già abbastanza perché sia possibile non solo pensare, descrivere, analizzare, concettualizzare certi problemi, ma anche per cominciarne a vedere la soluzione. In verità 6 o 7 ani in termini di effetti di una grande innovazione tecnologica sono pulviscolo, niente, un soffio. Perciò non c’è proprio da stupirsi se in materia di valutazione siamo, in questo campo specifico, ancora ai blocchi di partenza o quasi. Insomma, la cautela, se non proprio il pessimismo sono d’obbligo. C’è da fare ancora molta strada perché si impongano standard qualitativi. Intanto non si può fare altro che andare avanti con la formulazione dei problemi, cercare di diffondere quanto più possibile una sensibilità critica diffusa, curare personalmente la qualità.
Eppure elementi di pessimismo non mancano. Provo a indicarne due.
Il primo: si pensava che col passare degli anni la separazione del grano dal loglio sarebbe avvenuta in modo quasi naturale, come per un processo di selezione naturale. Il buono sarebbe sopravvissuto perché le sue qualità sarebbero state riconosciute e le risorse operative e le competenze sarebbero state destinate a sviluppare il buono, a scapito del meno buono, meno valido, destinato a soccombere o a modificarsi. Ma così non è stato.
Il secondo: si pensava che, anche per effetto del meccanismo di selezione appena descritto, il grado di consapevolezza critica si sarebbe innalzato per una specie di crescita virtuosa e così si sarebbe accresciuta la capacità di uso consapevole e quindi di valutazione delle risorse. Anche in questo caso, insomma, si è confidato in un processo di crescita lineare e cumulativa delle abilità e quindi delle possibilità di maggiore diffusione della conoscenza, degli strumenti di informazione , della capacità di sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla tecnologia telematica.
Tipiche illusioni illuministiche nella forza della verità e della razionalità di imporsi alla superstizione, al pregiudizio, alla tradizione, all’immobilismo, alla superficialità. Si è trattato di aspettative erronee in entrambi i casi e spiegare perché costituisce una delle imprese più interessanti per chi si interessi di analisi della comunicazione. Va precisato che non solo si è trattato di aspettative erronee, ma addirittura vi sono stati effetti, diciamo, di analfabetismo critico di ritorno. Effetti clamorosi, degni di attenta riflessione. Voglio fare solo un paio di esempi, perché toccano indirettamente la nostra attività di docenti o quanto meno di potenziali docenti delle Siss o delle scuole medie. Forse la maggior parte di voi non ricorda per motivi anagrafici la tipica reazione dei destinatari dei primi messaggi televisivi negli anni ’50 e nei primi anni ’60, ossia agli albori dell’èra televisiva nel nostro paese. La credibilità degli oggetti pubblicizzati, nell’opinione dei più, risultava accresciuta non per la sperimentazione della bontà del prodotto, ma grazie all’effetto alone provocato dal mezzo di comunicazione: si diceva di un prodotto per raccomandarlo a un amico “gli fanno pubblicità alla televisione”, come a dire: se ne parla questo ente sovrannaturale, questa specie di autorità sopra le parti che è la televisione (pubblica: ma allora non si poteva concepire altro che un servizio pubblico in campo televisivo) significa che ha pregi indiscussi. Insomma, l’attendibilità del messaggio derivava dal prestigio del mezzo, non dal suo oggettivo valore sperimentato. Naturalmente questo succedeva anche per due ragioni: l’abbondanza e la novità dell’offerta merceologica creava disorientamento, il pubblico non era preparato ad accogliere la strabiliante gamma dei nuovi prodotti che inondavano i mercati, dagli elettrodomestici ai prodotti per l’igiene a quelli alimentari: non dimentichiamo che l’Italia usciva dal periodo buio della guerra e stava solo allora avviandosi verso un modello di consumi di massa.
Oggi, col web, con la quantità di informazione sul web siamo in una situazione analoga. Siamo inondati, bersagliati, aggrediti da comunicazioni verbali e iconografiche e multimediali e viviamo – molti ancora vivono – sotto lo stordimento provocato dagli stupefacenti effetti delle nuove tecnologie. Il mezzo di comunicazione, in altre parole, prevarica i contenuti, li assoggetta a sé, li trasforma in una valanga addobbata e irriconoscibile e approfitta della propria capacità di impatto per imporsi al destinatario del messaggio. Lo vuole convincere sia della propria bontà e superiorità e qualità e della bontà, superiorità e qualità di ciò che comunica. L’effetto è ancora una volta simile a quello che accadeva all’ignaro pubblico televisivo italiano degli anni ’50: disorientamento, sottomissione, subordinazione, assoggettamento, che peraltro ancora non sono finiti.
Proviamo a chiederci, per esempio, chi sarebbe in grado di dire con esattezza quale sia il contenuto dei quotidiani online. Il panorama dell’offerta è talmente vario quanto a forme, modi, contenuti, e talmente mutevole nel tempo che sarebbe necessario un aggiornamento continuo. E quello dei giornali costituisce un esempio appropriato di una delle caratteristiche tipiche delle risorse di rete. Il fatto cioè che sono mutevoli, non hanno la fissità della stampa tipografica su carta, cambiano i propri contenuti nel tempo. Questa caratteristica trova spesso espressione nella famosa icona con avvertenza: “lavori in corso” oppure “sito in allestimento” oppure “pagina in costruzione”. Dunque non si dà una valutazione una volta per tutte. La valutazione deve essere ripetitiva, dinamica, iterata. E nella valutazione deve entrare un parametro che rispecchi questa caratteristica, o, meglio, due parametri: l’aggiornamento e la capacità di mantenere promesse, aspettative, impegni col pubblico.
Fin qui, però, abbiamo svolto considerazioni di carattere generale, buone più o meno per qualsiasi tipo di risorsa telematica, che sia a contenuto informativo-culturale, commerciale-affaristico, giornalistico, personale (una classificazione molto generale e schematica che però è diventata di uso comune).


ESEMPI DI SITI PER LA VALUTAZIONE DI INTERESSE GENERALE

Widener University: valutazione delle risorse web

LA VALUTAZIONE DELLE RISORSE STORICHE

· Problemi diversi e specifici si pongono però per ogni singola categoria di risorse e quello che a noi interessa sarebbe cercare di vedere cosa possiamo suggerire di specificamente valido per la valutazione delle risorse di contenuto storico. Prima di entrare nel merito, due parole sul perché è necessario saper valutare


· Millanterie, cialtronerie, fregature, frodi, bufale, patacche, sole: vado raccogliendo espressioni regionali e dialettali per designare questo genere di cose. Esattamente da queste, che sono purtroppo abbastanza frequenti, la valutazione dovrebbe servire a difenderci. Meglio non nominarle esplicitamente: i loro autori sono i più suscettibili e sono disposti a rischiare pur di ottenere un riconoscimento che avrebbero in caso di vittoria in una causa per calunnia. Semplicemente ignoriamoli. Non si possono e non si debbono censurare: ci mancherebbe. Certo, danno fastidio perché spesso i loro autori sono vocianti, sono apertamente millantatori, sono venditori di fumo. Ma la loro esistenza in fondo è necessaria, serve, ci vuole, perché permette di far risaltare meglio la qualità là dove questa esiste. Del resto, la mia rubrica di patacche e pataccari si è fermata a una quindicina di casi, quelli più rumorosi e appariscenti, da cui guardarsi assolutamente. Poi ho smesso di annotarli. Anche se varrebbe la pena farne un piccolo inventario ragionato. Cosa non facile, dato che una delle caratteristiche della patacche, specie quelle più grossolane, è la loro volatilità. Nascono per l’improvvisa ispirazione di un oscuro soggetto che si inventa una competenza storica. Poi l’ispirazione lascia il posto a una nuova e non meno inventata competenza, che so, la cucina o l’astrologia. E il sito o le pagine scompaiono. Oggi ci sono domani no. Senza lasciare fortunatamente traccia. È il caso di improvvisati “saggi” su temi di grande originalità, come il revisionismo, la shoa, il fascismo, il sacro Graal e i cavalieri della Tavola Rotonda, i segreti dei Templari. In fondo questi sono i più innocui. Non resistono. Evaporano. Non invadono. I peggiori invece sono quelli che scelgono il megafono, che scimmiottano il mondo della ricerca professionale, che si autoattribuiscono titoli, onori, riconoscimenti, targhe e medaglie e che, soprattutto, si propongono obbiettivi impensabili e compiti drammatici come coordinamenti centrali, centri di riferimento e consultazione, primati, esclusive, autorità di accreditamento, con annessi rilasci di autorizzazioni, aperture all’esterno.

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