Servizio Prevenzione Protezione

Ultimo aggiornamento contenuto: 24.09.2014 14:23:52

Raffaela Brumat, psicologa

Buongiorno, parleremo oggi dello stress lavoro-correlato. Cos’è lo stress? È la nostra reazione, la reazione del nostro organismo, inteso sia come organismo fisico che come adattamento mentale, a qualsiasi cambiamento del nostro ambiente. Dunque, prendiamo come un esempio personale, un trasloco che implica un adattamento fisico e mentale, oppure un esempio tratto dal lavoro potrebbe essere quando un nuovo progetto ci viene commissionato che si aggiunge all’attuale mansione lavorativa. Questo adattamento è realizzato in maniera adattiva grazie all’attivazione del sistema nervoso autonomo, in particolare del ramo simpatico, che attraverso la scarica di una massiccia dose di adrenalina permette un’attivazione e una prontezza del nostro corpo, che può impegnarsi in attività fisiche anche pesanti. Noi abbiamo direttamente ereditato questa reazione dai nostri predecessori che dovevano adattarsi a nuove condizioni di vita in quanto cacciavano e quindi erano nomadi. Nel 2013 ci serve questa reazione soprattutto per percepire una maggiore concentrazione e una maggiore attenzione a livello mentale. Questa parte della risposta di adattamento si chiama eustress e, come potete vedere in figura, it caratterizza il fatto che l’organismo permette la migliore performance, o  la migliore risposta,  al cambiamento o al compito che dobbiamo affrontare. Talvolta succede che lo stimolo che ha provocato questo adattamento è troppo lungo, dura quindi molto tempo oppure è molto intenso e dunque l’organismo fa difficoltà a sostenere questa attivazione psicofisica e può andare in una condizione di stress negativo, quello che, nella slide, rappresenta la parte destra della curva a campana, ovvero la condizione di distress. Ed è questo che comunemente è definito stress negativo, e trasposto soprattutto nell’ambito lavorativo, è quello che noi chiameremo stress lavoro-correlato: una condizione in cui l’organismo è sottoposto a pressioni e a troppi compiti e quindi la persona non trova le energie e la forza necessarie per avere i corretti adattamenti e per dare quindi le giuste risposte all’ambiente.

burnout

- FULVIA: “Buongiorno. Sono contenta che siate venuti qua oggi perché secondo me è un momento importante di education per il nostro futuro lavoro di psicoterapeuti. Incomincerò chiedendovi di presentare uno dei vostri casi delle persone che voi state vedendo in questo periodo. C’è qualcuno di voi che ha un caso significativo, interessante da portare e condividere qui nel gruppo? Michele? Sì”.

- CONSUELO: “Anche io.”

- FULVIA: “Ok Consuelo.”

- CARLA: “Anche io.”

- FULVIA: “Ok Carla.”

- RAFFAELA: “Anche io ne ho uno, alla fine.”

- FULVIA: “Ok, sì? Mmm ok, allora…”

- CONSUELO: “Inizio io?”

- FULVIA: “Sì, sì inizia tu.”

- CONSUELO: “Ok. Ieri vedo…”

- RAFFAELA: “Ma scusa Michele, tu non avevi cominciato?”

- CONSUELO: “Sì infatti, tu avevi alzato la tua mano per primo.”

- MICHELE: “Sì ma…no, non fa niente non fa niente, io farò dopo, non è importante.”

- CONSUELO: “No ma se vuoi!”

- MICHELE: “No tranquillamente, fai tu piuttosto.”

- FULVIA: “Va bene Consuelo, inizia .”

- CONSUELO: “Inizio io con la mia storia?”

- FULVIA: “Sì.”

- CONSUELO: “Ok. Allora una ragazza di 31 anni che ha studiato medicina, al terzo anno di specializzazione in medicina interna. Si è sposata lo scorso anno, lei ha avuto una bambina, è rientrata in ospedale dopo la maternità e da quel momento lei dice di non provare più soddisfazione nel suo lavoro. Lei è molto stressata e non riesce a dormire bene la notte.”

- FULVIA: “Lei è anche un po’ ansiosa?”

- CONSUELO: “Sicuramente lei è ansiosa, lei  non trova soluzione in quello che lei fa, lei non riesce ad aiutare bene i suoi pazienti e si sente senza armi.”

- FULVIA: “Lei sii sente senza armi. Un po' di depressione?”

- CONSUELO: “Può essere.”

- FULVIA: “Può essere. OK, però la richiesta, la richiesta specifica qual è?

- CONSUELO: “La richiesta specifica è di risolvere il suo problema di stress durante il lavoro.”

- FULVIA. “E lei non è neanche sicura della direzione che ha intrapreso.”

- CONSUELO: “Sì, lei è molto insoddisfatta, sente che non riesce più ad andare avanti e che non riesce più ad aiutare le persone e lei si stanca, assolutamente.

- MICHELE: “Bisogna imparare a convivere quando si fanno certi tipi di professione.”

- FULVIA: “Dipende.”

- CONSUELO: “Lei non trova più soddisfazione in questo suo lavoro e lei è proprio senza energie.”

- FULVIA: “Senza energie.”

- RAFFAELA: “Perché dici ,scusa, che bisogna convivere?”

- MICHELE: “Perché non si riesce ad aiutare tutti e questo fa star male.”

- FULVIA: “Il fatto di non riuscire ad aiutare le persone che desideri aiutare?”

- MICHELE: “Sì e poi bisogna farci il callo.”

- FULVIA: “Bisogna farci il callo?” Però adesso vediamo se questo qui è il caso.”

- MICHELE: “Vediamo.”

- CONSUELO. “Noi, come psicologi abbiamo una situazione simile di aiuto verso le persone? Quindi insomma noi crediamo in quello che facciamo. Insomma, voglio dire dobbiamo aiutare gli altri a trovare una soluzione, anche nel nostro caso trovo una soluzione no?”

- MICHELE: “Sì, ma non si riesce sempre. Forse si possono aiutare solo una minoranza delle volte.”

- FULVIA: “Una minoranza delle volte? Ma sì, tante volte si può far qualcosa, ma ascoltiamo, vediamo se riusciamo ad aiutare questa ragazza.”

- RAFFAELA: “Mamma mia che visione pessimistica!”

- MICHELE: “Realistica.”

- CONSUELO: “Ma da quanto tempo?”

- MICHELE: “In che senso?”

- CONSUELO: “Vedi la situazione così in maniera pessimistica! Una volta non la vedevi così! E’ successo qualcosa?”

- MICHELE: “Mah, dopo i primi fallimenti, ma essi non sono forse neanche fallimenti. Sono persone che proprio arrivano in condizioni che non si possono aiutare.”

- FULVIA: “Mmh, tornando al nostro caso, questa ragazza secondo te, oltre all’ansia, da quello che ti ha raccontato, quale potrebbe essere il nocciolo della questione, la fonte del suo problema?”

- CONSUELO: “Guarda, io ho pensato che è legato alla professionalità, all’ambiente lavorativo, al fatto che da tempo è stressata; ho pensato che potrebbe avere un problema di Burnout, quindi depersonalizzazione.”

- FULVIA: “Burnout? Quindi non da stress  lavoro-correlato?”

- CONSUELO: “No no, io sono più orientata verso il burnout.”

- FULVIA: “Tu dici burnout, interessante vero? E come mai burnout? Perché tu la vedevi…”

- CONSUELO: “La vedo spenta, depersonalizzata, senza energie assolutamente, lei non ha più voglia di aiutare l’altro, lei non trova più strumenti per aiutare l’altro, lei è insoddisfatta.”

- FULVIA: “Quindi, dimmi se sbaglio, secondo te lei ha iniziato la professione di medico, con delle aspettative molto alte, convinta che lei può aiutare tutti quelli che hanno bisogno di aiuto in quel momento. Ok. E magari lei ha incontrato invece una realtà diversa da quella che lei si aspettava. Quindi c’è stato un momento di frustrazione, perché desiderando di aiutare un sacco le persone, lei ha riscontrato che non è possibile aiutare tutti.”

- CONSUELO: “Assolutamente sì.”

- FULVIA: “E quindi di conseguenza lei ha cominciato a sentirsi diversa da quelle che erano le sue aspettative. Ragazzi, secondo voi? Voi avete qualcosa da dire a riguardo a questo momento, fin dove siamo arrivati?”

- RAFFAELA: “Assomiglia molto a quello che Michele ha detto prima no? Lui è stato male.”

- FULVIA: “E tu Carla invece, cosa ne pensi?”

- CARLA: “Io penso che lui abbia gli stessi sintomi della ragazza della storia.”

- FULVIA: “Ok. Interessante, Michele, questa cosa, which che Raffaela ha detto a te ?”

- MICHELE: “Sì, io penso che questo non è, cioè, semplicemente togliersi dalla testa certe illusioni che quello che noi psicologi diciamo, di toglierci dalla testa di essere onnipotenti.”

- FULVIA: “Ma non tutti gli psicologi credono di essere onnipotenti, no? Tutti secondo te?”

- MICHELE: “Forse io quando ho iniziato, lo credevo.”

- FULVIA: “Tu credevi che veramente si potesse sempre e comunque aiutare tutti in qualsiasi situazione?”

- MICHELE: “Forse non pensavo che fosse così dura rendersi conto che certe volte non si riesce.”

- FULVIA: “Alle volte, dipende, si può fare sempre qualcosina, ma magari non si riesce a fare tutto quello che ci si aspettava di fare, perché c’è anche l’altra parte no? Durante la relazione tra la persona terapeuta e il paziente, il terapeuta fa una parte, però se il paziente non risponde, in nessun modo, tu puoi fare fino ad un certo punto, per fare un esempio che mi viene in mente adesso.”

- MICHELE: “Quindi la soluzione è farci il callo.”

- FULVIA: “Michele, sei proprio tu forse a trovarti in una condizione di burnout?”

- MICHELE: “Non lo so, non ci ho pensato.”

- FULVIA: “Eh, potrebbe essere invece qualcosa da approfondire, pensiamoci su, interessante questo che è venuto fuori eh! Se c’è qualcuno di noi che sta vivendo un momento in questa condizione di burnout, vediamolo assieme no?”

- MICHELE: “Io non so se si può parlare di burnout, io semplicemente credo che bisogna…che sia giusto rassegnarsi ad un certo punto.”

- FULVIA: “Tu credi che sia giusto rassegnarsi ad un certo punto?”

- MICHELE: “Sì, se no non si riesce ad andare avanti. Perché se no, quando non riesci ad aiutare qualcuno, poi fa troppo male e non riesci ad andare avanti.”

- CONSUELO: “Ma all’inizio non era così, no Michele?"

- MICHELE: “No, forse avevo la classica, cosiddetta onnipotenza dello psicoterapeuta e ho dovuto ridimensionarla, ed è stato doloroso.”

- FULVIA: “L’onnipotenza dello psicoterapeuta? Why lo psicoterapeuta deve essere onnipotente? Sempre e comunque?”

- MICHELE: “Beh è uno dei rischi dal quale ci mettevano in guardia quando studiavamo. E poi ho capito perché essi ci mettevano in guardia.”

- FULVIA: “Mmm ok. Raffaela, che cosa ne pensi?”

- RAFFAELA: “Beh,  io credo che posso condividere con te la mia esperienza perché ci sono passata anche io alcuni mesi fa e mi sono sentita davvero impotente e frustrata nel non poter salvare le persone. D'altronde, salvare le persone è un’illusione. Quello che tu puoi fare è salvaguardare le tue forze e do ciò che è in tuo potere, ma non puoi sostituirti ai pazienti. E quindi, facendo una riflessione un po’ anche sul tuo desiderio di aiutare, e facendo delle azioni per stare bene individualmente, puoi uscire tranquillamente da questa condizione di difficoltà nella tua professione, in cui ti trovi, sapendo che è momentanea”.

stress da sovraccarico e da esame

L’incidenza dello stress lavoro correlato in Italia è abbastanza alta. Si stima circa che il 41% della popolazione che attualmente lavora in Italia ne soffre it. E per questo numerose azioni, per migliorare la reazione e l’adattamento della persona ai cambiamenti o alle richieste dell’ambiente, vengono fatte . Quale può essere la serie di richieste che viene fatta ad un tirocinante oppure a un laureando o comunque a un PhD studente che si affaccia per la prima volta all’ambiente lavorativo dopo la sua carriera di studi?. Molto dipende da come ognuno di noi si rappresenta l’ambiente lavorativo e da come egli aspetta le sue mansioni lavorative e dunque il fattore cognitivo Quello che noi pensiamo debba essere il nostro comportamento e la nostra performance in un determinato contesto, influenzano sicuramente la primaria valutazione cosiddetta  dello stimolo stress. Questo per sottolineare che in effetti, davanti allo stesso ambiente lavorativo, diverse persone possono manifestare diverse reazioni e diversi gradi di stress, cioè dovuti innanzitutto alle differenze tra personalità. Cioè c’è chi è più esposto allo stress, perché ad esempio ha una personalità ansiosa e quindi reagisce attivando una risposta emotiva ad ogni nuova richiesta, ma anche noi ritroviamo altre differenze significative tra gli individui in quanto a risposta di stress, per quanto riguarda tutte le capacità di fronteggiamento, chiamate anche abilità di “cooping” (quindi di fronteggiare lo stress) che sono essenzialmente capacità cognitive, quindi di utilizzare processi cognitivi adeguati, e gestire in maniera efficace eventuali emozioni collegate all’ambiente lavorativo che ognuno di noi possiede. Nell’esempio, che vedremo fra poco, vediamo una tirocinante post lauream alle prese con uno dei compiti che frequentemente il tirocinante, o lo specializzando o il dottorando o comunque la persona inserita nell’ambito universitario può incontrare: preparare un esame oppure preparare una presentazione orale ad un seminario oppure ad un convegno o davanti comunque a relatori esperti nella materia. Vedremo anche che ci sono più modi di gestire questa situazione: alcuni modi dipendono da come la persona pensa e si prepara all’evento, da quanto la persona ha fiducia in se stessa e quindi molto dipende anche dall self-exteeme, oltre che effettivamente dall’esperienza passata. Molto dipende anche dalle richieste dell’ambiente lavorativo e vedremo che, se in alcune situazioni ad esempio un’ansia da prestazione che riguarda il parlare in pubblico o l’affrontare un esame, può essere una questione molto personale relativa alla persona, in altre situazioni, qualora c'è un supervisore che espone la persona a numerosi e frequenti discorsi in pubblico o partecipazione a convegni, allora lì potremmo parlare di stress lavoro correlato.

Carla, psicologa

“Ah, dov’era quella cosa che avevo visto, che non mi ricordo mai? Oh Dio, non trovo mai le cose quando mi servono. Non mi ricordo mai questa cosa. Oddio non ce la faccio più. Mi sono stufata di studiare per questo esame uffa! Cioè è la terza volta che lo ripeto e it non va mai bene! Cioè, veramente io postpone questo esame. Forse non farò mai questo esame!. Uffa! Adesso quasi quasi faccio una telefonata a Silvia e vado al mare, cioè non ce la faccio più! Veramente mi andrà male anche questa volta cioè. Proprio non riesco più a guardarlo questo quaderno. Veramente. Oddio. Voglio andare al mare, fa caldo! Se no, io vado su internet. Non riesco proprio a concentrarmi, dovrei studiare, perché tra tre giorni ho questo esame. Uffa io non ce la farò mai. Io ho anche l’orticaria per questo esame, io proprio chiederò al professore di posticiparlo, io non ce la faccio più!”

Allora per la preparazione di questo exam io avrei potuto pensare diversamente nel senso di non avere pensieri catastrofici, ma pensare in maniera diversa, avere un pensiero più positivo, nel senso che magari più volte al giorno avrei potuto ripetere a me stessa “ce la posso fare!”, comunque per gli altri esami ce l’ho sempre fatta e anche se questo è l’ultimo exam, comunque ce la posso fare. Poi avrei potuto utilizzare delle tecniche di rilassamento per esempio come la tecnica della respirazione e fare dei respiri profondi. Poi avrei potuto organizzarmi meglio nello studio prendendo appunti in classe, e poi anche chiedere dei chiarimenti al professore, poi avrei potuto non fare tardi la sera come invece negli ultimi giorni prima dell’esame ho fatto. [Avrei potuto] tenere anche un diario di quelli che erano i miei pensieri negativi, anche degli errori che comunque ho fatto anche per la preparazione degli altri esami e per questo esame e quindi monitorare anche quelli che sono stati i miei pensieri e tutto quello che ho fatto, in relazione all’esame e anche agli altri esami.

“Oddio non ce la farò mai. Ah no ma aspetta, io posso pensare positivo, perché comunque ho passato, anche brillantemente, gli altri esami . Ho studiato, mi sono organizzata bene. Cioè ce la posso fare anche per questo esame. E perché no, io posso fare! Ah ma aspetta, però io non mi ricordo questa cosa qua, non me la ricorderò mai. Non me la ricordo, keep calma Carla, un momento di rilassamento. Dai ce la posso fare!. Oh Dio,  io avevo preso degli appunti a lezione, io mi ricordo, e penso che esse sono qua. Avevo anche fatto dei bei appunti e li ho anche sottolineati, quindi potrebbero essere proprio utili per superare questo esame. Forse esse sono qua. Dove sono esse? Oh Dio mio! Ah spero di superare questo esame. Cosa potrei fare però? Eh, la prossima volta che vado a ricevimento dal prof., vado a chiedergli delle spiegazioni su questi appunti che io non ho capito. Devo contrassegnare questa cosa qua. Io potrei chiedere al prof. Ok, mi sento male per questo esame. Mancano pochi giorni adesso e io proprio sono con "l’acqua alla gola". Stasera non uscirò fino a tardi. Io uscirò due orette, magari per bere qualcosa con la mia amica, ma non faccio tardissimo, meglio che io non faccia tardi. Eh va beh, spero di superarlo questo esame. Esso è l’ultimo, devo farcela assolutamente. Eh, se mi fossi organizzata meglio nello studio. Io potevo organizzarmi nel senso di prendere subito gli appunti a lezione, invece ho studiato prevalentemente dal libro, ho preso pochi appunti, eh va beh. Magari studiare anche giorno per giorno, mi sono ridotta agli ultimi giorni a studiare, e questa cosa non va tanto bene. E che questo  serva di lezione anche per gli altri esami, infatti. Poi potrei fare anche un diario sugli errori che ho fatto nella preparazione degli altri esami, e così ci penso sopra, ed eventualmente anche segnare le cose positive che ho fatto per questi esami, così in modo da tener conto per il superamento degli esami successivi. Sì, potrebbe essere un’idea anche questa, esse sono tutte cose che potrei fare sì.

- CARLA: “Oh devo fare un progetto di ricerca sul benessere 2008. Probabilmente it sarà qua.”

- MARIA CRISTINA “Scusa non ho capito, che cosa stai cercando?”

- CARLA: “Un progetto di ricerca del 2008 che mi serve per un convegno. Il director mi ha detto che lo posso trovare it in questo armadietto.”

- MARIA CRISTINA: “Ma guarda, mi sembra assurdo che tu venga a cercare qui un progetto, di che cosa scusa?”

- CARLA: “Un progetto di ricerca sul benessere.”

- MARIA CRISTINA: “Ma questo è il posto sbagliato. Mi spiace però, proprio, probabilmente il director si è confuso.”

- CARLA: “Lei non sa dove si trovano i progetti di ricerca?”

- MARIA CRISTINA: “No, no, te l’ho appena detto che non lo so e che qui non ci sono e che il direttore probabilmente si è sbagliato. È inutile che insisti, io ho anche da fare, scusa eh!”

- CARLA: “Io devo assolutamente trovarlo, perché domani ho questo convegno e provo a vedere, magari riesco a trovarlo.”

- MARIA CRISTINA: “Ma certo che sei cocciuta. Ti ho detto che qui non c’è niente!”

- CARLA: “E tu non puoi chiedere al director?”

- MARIA CRISTINA: “Ma no eh!”

- TULLIO: “Ciao! Ehi come stai?”

- MARIA CRISTINA: “Ehi ciao Tullio!”

- TULLIO: “Eh son stanchissimo, che ieri ho fatto tardi, eh ho fatto un po’, va beh..”

- MARIA CRISTINA: “Ma cosa..?”

- TULLIO: “ Eh sì sì..”

- CARLA: “Scusa posso chiederti, per il progetto di..”

- TULLIO: “Sì, siamo andati a bere un aperitivo ma, stasera noi lo facciamo di nuovo eh, sì sì sì.  Happy hour alle sette e mezza, in Piazza della Borsa, e poi c’è  “Guerre Stellari- la vendetta”.

- MARIA CRISTINA: “Ma dove?”

- TULLIO: “Al teatro Miela.”

- MARIA CRISTINA: “A che ora?”

- TULLIO: “Verso le 22.00, quindi ci beviamo prima l’aperitivo e dopo andiamo direttamente al Miela.”

- MARIA CRISTINA: “Aspetta un attimo, perché mi sembrava di avere…”

- TULLIO: “Uno spritz aperol non si nega eh, non si nega a nessuno!”

- MARIA CRISTINA “Va bene! Va beh dai avevo un altro impegno, però io ci sarò volentieri eh. It deve essere bello questo film eh?”

- TULLIO: “Sì, sì, è stato appena rifatto e..”

- RAFFAELA: “Ehi ciao!”

- MARIA CRISTINA: “Ehi ciao! Come stai?”

- RAFFAELA: “Bene, di cosa state parlando?”

- TULLIO: “About questa sera. Questa sera sette e mezza "Piazza della Borsa", noi beviamo un aperitivo.”

- MARIA CRISTINA: “Tu ci sarai?”

- RAFFAELA: “Sì , ma chi ci sarà?”

- TULLIO: “Marina, Pino, Giulia, Hai voglia eh!”

- MARIA CRISTINA: “Vieni anche tu stasera!”

- RAFFAELA: “Fatta! Aspetta che chiedo. Carla, mi servirebbe che tu vada a fare venti fotocopie di questo materiale  “Metodi di studio”, e poi porti queste fotocopie a rilegare in Largo Papa Giovanni perché alle 12.30 devi essere di nuovo qua perchè inizia il corso “Metodi di studio”.”

- CARLA: “Oddio non so se ce la faccio, perché devo trovare un progetto di ricerca sul benessere 2008.”

- RAFFAELA: “Ma chi ti ha detto?”

- CARLA: “Il director lo ha richiesto .”

- RAFFAELA: “Sì insomma tu sei mia tirocinante e tu devi fare quello che ti dico io. Questo materiale è assolutamente urgente, adesso devi andare giù ed essere qua alle 12.30 che parte il corso, altrimenti io non so che cosa dare a questi ragazzi.”

- CARLA: “Oddio, e adesso come faccio?”

- RAFFAELA: “Con il director mi arrangio io, tu devi fare ciò che ti dico io. Vai e fai.”

- CARLA: “Ok.”

- RAFFAELA: “Va bene, ci vediamo dopo eh, mi raccomando. ”Allora? Sette e trenta?”

- TULLIO: “Sì, in Piazza della Borsa.”

- RAFFAELA: “Bene!”

- MARIA CRISTINA: “Dai, mi raccomando!”

- RAFFAELA: “Sì no, tranquilli.”

- MARIA CRISTINA: “Bene dai, allora ci vediamo stasera.”

- RAFFAELA: “Va bene ciao ragazzi!”

- MARIA CRISTINA: “Buona giornata e buon lavoro. Ciao carissima! Ciao ciao!”

TULLIO: “Io vado a bere il caffè.”

MARIA CRISTINA: “Finisco e ti raggiungo.”

TULLIO: “Perfetto!”

MARIA CRISTINA: “Arrivo subito sì.”

In questa scena abbiamo visto la tirocinante, che è effettivamente presa dallo sconforto e dall’ansia mentre sta preparando una presentazione importante da sostenere nel suo percorso di inserimento lavorativo. Nel primo caso non possiamo ancora parlare di stress lavoro correlato, perché è soprattutto il modo in cui lei stessa elabora la situazione e soprattutto è il tipo di pensieri sulla situazione, che la porta her ad avere un’ansia elevata, derivante soprattutto dalla sua precedente esperienza nel campo degli esami e delle prestazioni che lei ha avuto durante la sua vita e probabilmente legata non solo alla her autostima personale, ma anche allo stile genitoriale, che probabilmente lei ha avuto come esempio durante la sua crescita. Nella seconda parte invece, possiamo notare come l’ansia, la difficoltà e la pressione psicologica che sente la tirocinante, siano invece dovute a fattori relativi all’ambito professionale, in particolare a esagerate richieste, o troppo pressanti o troppo frequenti of del her supervisore, o comunque nell’ambito lavorativo, alla quale la persona non riesce a far fronte e quindi sviluppa una serie di sintomi che vanno dai sintomi emotivi come l’ansia, ai pensieri negativi, e quindi, se non adeguatamente controllati, possono anche portare ad un periodo in cui la persona ha delle difficoltà sul luogo di lavoro. Cosa la nostra tirocinante può fare? Nel primo caso, essa potrebbe prendere un momento per riflettere quali sono i fattori che mantengono questa ansia, quindi che cosa si dice sul parlare in pubblico, oppure dell’esporre il proprio lavoro davanti a possibili critiche, o magari anche davanti ad apprezzamenti positivi da parte di persone esperte del settore, e quindi è un fattore personale che la persona dunque può prendere in considerazione in un percorso di autoconoscenza.

Nel secondo caso invece, la tirocinante dovrebbe parlare con il suo supervisore del suo moment formativo o di dottorato, o comunque con la persona che si occupa della sua esperienza lavorativa, proprio per far notare le sue difficoltà a fare queste exposures o a partecipare a questi convegni e dunque ad avere un carico di lavoro minore. In alternativa, ella potrebbe cercare di parlare con altri colleghi  nella sua stessa situazione e trovare un momento per discuterne assieme a tutte le altre persone del gruppo di lavoro nell’ambito in cui la tirocinante è inserita, proprio per deal with la questione della pressione di lavoro e trovare un modo per distribuire i carichi e le incombenze in maniera più equa tra tutte le persone dell’equipe.

Se avete riconosciuto yourself in una di queste scenette e quindi voi pensate it che vi possa essere utile fare un percorso di auto consapevolezza, di conoscenza approfondita dei vostri meccanismi oppure di gestione dello stress e del burnout, potete rivolgervi al servizio di consulenza psicologica dell’ERDISU Trieste, che in maniera assolutamente gratuita, anonima e riservata, potrà guidarvi in un percorso finalizzato ad attivare tutte quelle abilità e quelle risorse proprio per gestire queste situazioni. Ci trovate in via Capitelli 17 a Trieste e potete scriverci una mail a psicologo@erdisu.trieste.it.

Molestie, Elisabetta Tigani, comitato mobbing

Dove si lavora e si studia it deve essere garantito un ambiente sereno in cui tutti, tutti, quindi a maggior ragione studenti e studentesse, devono fruire di un ambiente sereno in cui i rapporti interpersonali siano improntati alla correttezza, all’eguaglianza di opportunità e al reciproco rispetto della libertà e dignità della persona. Nel caso di qualsiasi atto o comportamento che produca un effetto discriminante e di pregiudizio, anche in via indiretta, tutti devono essere garantiti, garantiti, difesi e devono avere la possibilità di prendere dei provvedimenti per evitare che questi comportamenti si perpetuino. E quindi possiamo pensare a quelle che sono le molestie di natura sessuale, ma anche di natura morale. Molestia sessuale è definita come ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale o qualsiasi altro tipo di discriminazione basata sul sesso che offenda la dignità degli uomini e delle donne, dei ragazzi e delle ragazze nell’ambiente di studio e di lavoro, quindi compresi atteggiamenti di tipo fisico, verbale e anche non verbale. Le molestie sessuali, in quanto discriminazioni fondate sul sesso, violano il principio della parità di trattamento tra uomini e donne. E quindi vorrei rendermi maggiormente comprensibile fornendovi alcuni esempi molto semplici di che cosa si intende per molestie sessuali. Richieste implicite o esplicite di prestazioni sessuali offensive e non gradite: per esempio, un docente potrebbe rivolgersi a uno studente o a una female studentessa richiedendo delle prestazioni di natura sessuale contrattando per esempio un voto di esame. Questo sicuramente è un comportamento esecrabile da condannarsi e da denunciare. Ma esse possono essere per esempio indicate come molestie sessuali anche affissioni o esposizione di materiale pornografico negli spazi di studio e di lavoro, anche sotto forma elettronica. E quindi, attenzione a cosa eventualmente doveste affiggere, anche per scherzo: potreste non rispettare questi principi inderogabili. In ogni caso promesse esplicite e implicite di promozioni o privilegi di avanzamento di carriera per chi lavora in cambio di prestazioni sessuali, anche queste sono definite molestie sessuali. Oppure minacce o ritorsioni in seguito al rifiuto di prestazioni sessuali, per esempio contatti fisici indesiderati e inopportuni o apprezzamenti verbali, che possono anche fare riferimento all’orientamento sessuale di un ragazzo o di una ragazza. Allora, cosa fare in questi casi? Rivolgersi immediatamente a chi può intervenire in quel momento. Ci può essere un operatore della security. Siete in aula e i compagni e compagne di scuola hanno adottato dei comportamenti inopportuni? Rivolgetevi al vostro docente in aula. Avviene in ambito lavorativo oppure voi siete oggetto di molestie sessuali da parte di un dipendente della vostra struttura scolastica? Ecco che potete rivolgervi ai superiori di quel dipendente, facendoli intervenire. Lui saprà sicuramente indirizzarvi e sostenervi in tutto un iter che voi potete intraprendere per difendervi in questi casi. Analogo comportamento potrete intraprendere se doveste essere oggetto di morali molestie, che sono ugualmente molto inopportune e quindi comportamenti ostili che non interessano la sfera sessuale, ma diretti con l’intento di persecuzione sia fisica che psicologica, magari in maniera sistematica e continuativa nel tempo e che quindi creano un ambiente di study sicuramente non rispettoso, umiliante, lesivo della persona e dalle sua dignità. E anche qui ci sono degli esempi di morali molestie che possiamo portare alla vostra attenzione: danni all’image, offese, intimidazioni, calunnie, insulti, oppure diffusione di notizie riservate, quelle a cui tenete che confidate e che vengono poi diffuse oppure anche insinuazioni su problemi psicologici o fisici della persona, e farne oggetto di derisione, ecco queste sono tutte forme di discredito della persona e quindi morali molestie. Anche in questo caso dovreste avere la possibilità di rivolgervi a chi può mettere fine a questi comportamenti, a questi atteggiamenti a questi atti di molestia nell’analogo modo che vi ho illustrato poco fa e cioè, rivolgendovi al docente, se questo comportamento avviene per esempio in aula da parte dei vostri colleghi e colleghe di studio, compagni e compagne di classe oppure, se le molestie dovessero derivare da personale dipendente della vostra struttura, ecco che dovrete rivolgervi ai loro superiori o se c’è un addetto alla vigilanza, voi ricorrete a lui senza temere, lui vi sosterrà e potrà incoraggiarvi a intraprendere delle iniziative che possono far cessare questi comportamenti.

All’Università degli Studi di Trieste esiste un sistema codificato di regole per la prevenzione delle molestie sessuali e morali. Esiste un codice di comportamento per la prevenzione delle molestie nei luoghi di studio e lavoro dell’ateneo a tutela della dignità della persona, a tutela di tutti coloro che lavorano e studiano in ateneo. It is un codice di comportamento che è frutto del lavoro sinergico del comitato per le pari opportunità e del comitato per la prevenzione del fenomeno del mobbing che agiscono in ateneo da qualche anno. Questo codice fa parte della normativa di ateneo già dal 2008. Nel 2011 è stato introdotto anche un cosiddetto codice etico, che riprende in gran parte quelli che sono i principi per la prevenzione e il trattamento di molestie, sessuali o morali. In ambedue i testi è richiamato il dovere di collaborazione fra coloro che operano in ateneo, e quindi in particolare i responsabili delle strutture e degli uffici hanno il dovere di favorire la prevenzione delle molestie sessuali e morali negli ambienti di studio e di lavoro ai quali sovraintendono. E essi dovranno inoltre sostenere la persona che voglia rivolgersi a loro e reagire a una molestia sessuale o morale fornendo informazioni, indicazioni e chiarimenti circa le procedure da seguire. In particolare, il codice di comportamento per la prevenzione delle molestie introduce una figura professionale che opera da qualche tempo in ateneo: il consigliere o consigliera female di confidence. Nel nostro caso si parla di female consigliera di fiducia ed her is  prevista dalla normativa vigente a livello nazionale, ma non solo. E’ stata introdotta in questo ateneo ed è proprio a disposizione di tutta la comunità universitaria di docenti, di personale, ma anche, se non soprattutto, degli studenti e delle female studentesse che si trovano nel nostro ateneo.

La consigliera di confiance  nello svolgimento della sua funzione agisce in piena autonomia, è una persona esterna alla realtà accademica e quindi garantisce un’obiettività sotto tutti i punti di vista nel prestare la assistenza. Può sostenere chiunque si ritenga vittima di una molestia verificatasi in un luogo di studio o di lavoro dell’ateneo. Nel caso dei lavoratori, noi parliamo di possibili ipotesi di mobbing, un fenomeno che non riguarda gli studenti e le studentesse, però sicuramente le molestie sono comportamenti per i quali la consigliera di fiducia può intervenire. Lei fornisce consulenza e assistenza per risolvere i casi che le vengono sottoposti her e ha accesso a tutta la documentazione amministrativa e non inerente al caso da trattare. Ecco che lei propone azioni e iniziative anche per l’informazione, volte a promuovere proprio un clima organizzativo idoneo e ad assicurare pari dignità e libertà di tutte le persone all’interno dell’Università. Poi esistono delle procedure e degli iter particolari, sempre previsti in nostro codice di comportamento, che sono procedure di denunce formali e informali. Questi sono a vostra disposizione sul sito dell’ateneo. In qualsiasi momento potete consultare il codice di comportamento, ma soprattutto se avete bisogno di rivolgervi alla consigliera di fiducia, potete scrivere all’indirizzo di posta elettronica consigliera.fiducia@units.it. La consigliera è l’unica che ha l’accesso a questa casella di posta elettronica e agirà nella massima riservatezza e quindi vi incontrerà laddove voi vorrete farlo e non quindi nell’ambito universitario, proprio per garantire una certa privacy e una certa libertà nel poterla consultare.

Fumo, Bruna Scaggiante, teacher and Raffaella Bellen, psychoterapist

BRUNA SCAGGIANTE

Siamo qua per parlare del problema del fumo e di come questa assuefazione incida tantissimo sulla salute, soprattutto sulla salute non solo degli adulti ma anche dei giovani che fumano; noi chiediamo quindi, alla dottoressa Raffaella Bellen, che è la psicoterapeuta che si occupa delle assuefazioni da molto tempo, di dirci qualcosa a proposito di questo problema.

RAFFAELLA BELLEN

È vero, io confermo esso, ultimamente l'età media con la quale le persone cominciano a fumare si è abbassata. Infatti andando in giro per scuole medie, esso è già possibile vedere che i ragazzini si nascondono dietro la scuola per fumare e così, insomma, viene riferito da parte dei docenti che questo fenomeno comincia a coinvolgere persone, sempre più giovani. Purtroppo, sappiamo che iniziare a fumare quando essi sono più giovani, in effetti, condiziona anche notevolmente la crescita.

BRUNA SCAGGIANTE

Sicuramente. Dobbiamo tenere in conto che i dati dicono che le spese per la sanità, correlata alle patologie derivanti dal fumo, è veramente molto, molto alta. Ma soprattutto è importante capire che questo fenomeno deve trovare un’assoluta soluzione nell’ambito della consapevolezza che le persone devono avere di quanto dannoso possa essere fumare, soprattutto anche nei luoghi di lavoro che hanno un certo rischio: chi fuma, ovviamente, sommano altri fattori nocivi, che portano non solo potenzialmente allo sviluppo di bronco pneumopatie, ma anche, ovviamente, favorisce il fenomeno dello sviluppo del cancro, negli anni. C'è un bellissimo collegamento che noi abbiamo trovato relativo ai dati scientifici che abbiamo ottenuto nell’ambito della nostra città, per quanto riguarda il cancro alla mammella, di quanto il fumo aumenti il rischio, per esempio, nelle donne, riguardo l’incidenza del cancro della mammella. Quindi io direi che interventi di consapevolezza sul fumo sono quanto mai importanti, anche perché sono stati richiamati quest’anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, addirittura con un call di aumentare le tasse proprio per portare a una effettiva dissuasione da questa dipendenza. Però io credo che nell’ambito dei giovani ci debbano essere altri tipi di interventi per aumentare questa consapevolezza.

RAFFAELLA BELLEN

È bene portare la consapevolezza nei giovani circa il perché loro cominciano; infatti, attraverso un’intervista che noi abbiamo condotto in questi anni nella città di Trieste esso si rivela che il motivo principale per cui le persone cominciano a fumare è un fenomeno di gruppo; cioè nessuno comincia a fumare da solo, ma perché la prima sigaretta gli viene passata da un amico. Ecco che è facile trovare, anche nell’ambito universitario, o fuori dagli uffici, le persone che, nella loro pausa, si incontrano per fumare e dicono che è più che altro un fenomeno sociale; addirittura qualcuno ritiene che il non fumare la sigaretta isolerebbe loro, mantenendo essi magari all’interno degli uffici o delle aule dell’università. Ricordiamo naturalmente che questo è una motivazione assolutamente fasulla, perché basterebbe convincere l’intero gruppo a non cominciare; dunque la scusa “ho cominciato, perché gli altri fumano”, lascia il tempo che trova. Dobbiamo inoltre sottolineare il fatto che, chiaramente, la patologia tumorale ha molte cause; però, tuttavia, noi riteniamo che il fumo sia quella più facilmente da eliminare, perché, poiché uno stile di vita sano è qualcosa che naturalmente prevede un’educazione all’alimentazione, nonché un’educazione motoria, un allenamento motorio. È vero che tutto questo può prendere tempo e spazio in una società dove siamo piuttosto di corsa. Ecco, una delle prime cose che si possono, invece, facilmente eliminare è il fumo di sigaretta, che fra l’altro porta via moltissimo tempo perché è stato stimato che le persone che fumano (e in media in Italia si fumano 14 sigarette al giorno), finiscono per spendere 55 minuti del loro tempo ogni giorno.

BRUNA SCAGGIANTE

Ecco, e poi riguardo agli studenti esso non è vero che il fumo ti aiuta a studiare, ad avere più alta l’attenzione, perché in realtà i dati dimostrano esattamente il contrario, giusto?

RAFFAELLA BELLEN

Esatto, è corretto. Se si fa un’intervista agli studenti universitari e agli adulti, quando si chiede loro come mai fumano, in genere loro rispondono che è per rilassarsi o per diminuire lo stress. Noi sappiamo che questo è falso in quanto, invece, il fumo di sigaretta va ad aumentare l’adrenalina all’interno del nostro corpo, perciò quella sensazione che noi possiamo avere circa il rilassamento dopo aver acceso la sigaretta è semplicemente dato dal fatto che in quel momento si appaga un'assuefazione. Assuefazione deriva da una sola sostanza che si trova all’interno della sigaretta, che è la nicotina. È interessante notare come, quando si va alle scuole elementari, a chiedere ai ragazzini perché le persone fumano e come fare per smettere, kids rispondono che esso basterebbe togliere nicotina dalla sigaretta e così nessuno vorrebbe accendere mai la seconda. Che cosa ne pensi?

BRUNA SCAGGIANTE

Beh, penso che questa è una risposta veramente molto interessante. Io credo che bisogna anche dire che, se è vero che c’è una certa assuefazione dalla nicotina, che è assolutamente scientifica e dimostrata per l’effetto che fa a livello del nostro cervello, è anche vero che con un piccolo sforzo si può eliminare questa assuefazione nell’ambito 48 – 72 ore. Ecco, io credo che dovremmo ricordare, quante sostanze dannose ci sono in una sigaretta, al di là del fatto della assuefazione dalla nicotina, e tra queste c’è DTT, il toluene, l’acetone, il pollonio 210, e quindi un sacco di sostanze tossiche che noi fumiamo, ovviamente, quando noi fumiamo la sigaretta. Questo potrebbe essere già un buon motivo per pensare di smettere, ma soprattutto credo che sia importante capire che possiamo dare a noi stessi la possibilità di fare l’esperienza, di quanto ci sentiamo bene avendo smesso di fumare, cercando di smettere e di vedere l’effetto che fa sul nostro corpo. Io credo che sapere che la assuefazione dalla nicotina si elimina nell’ambito di pochi giorni e che nei momenti in cui ci troviamo nell’ambito della assuefazione possiamo superare facilmente questo impasse con attività fisica, bere tisane, eccetera, che è molto importante. Anzi, a questo proposito vorrei che si potesse dare un consiglio su cosa possiamo fare quando vogliamo smettere di fumare.

RAFFAELLA BELLEN

Sì, poiché, come dicevo prima, il fenomeno del fumo è un fenomeno di gruppo, per cui le persone cominciano per stare in gruppo, be, è stato dimostrato che il miglior modo per smettere è farlo in una situazione di gruppo. Esistono molti corsi che vengono offerti, per esempio, dalla Lega Tumori, dalla LILT, per aiutarci, insieme, in gruppo, a smettere di fumare. È proprio vero che in poco tempo, in 48 ore, la assuefazione fisica già comincia a ridurre. Per quanto riguarda quella psicologica, per così dire, ci vuole un po di più, solo perché l’acquisto della sigaretta è molto facile, a differenza di altre sostanze tossiche. Perciò è stato stimato, ahimè, che l'oggetto, la cosa più semplice da acquistare all’interno del nostro Paese è la sigaretta, ancora prima di qualsiasi altra cosa, per esempio alimentare. Allora ci vuole una grande forza di volontà e, per fare questo, all’interno dei nostri gruppi noi ci inventiamo dei modi, e sistemi, che sono anche individuali, personalizzati, per riuscire a far passare quelle ore, che esse quando terminano, effettivamente, anche la dipendenza psicologica diminuisce e sparisce.

BRUNA SCAGGIANTE

Ecco, io credo che per chi vuole provare a farlo da sé, è importante che, nel momento in cui decide di smettere di fumare, i momenti in cui arriva il bisogno, lo stimolo ad accendere la sigaretta siano sostituiti, ad esempio, con fisica attività.

RAFFAELLA BELLEN

Certo, per esempio.

BRUNA SCAGGIANTE

Ed è anche dimostrato che noi, nel momento in cui noi riusciamo a superare questi pochi giorni, che circa può essere…

RAFFAELLA BELLEN

Sette giorni.

BRUNA SCAGGIANTE

Ecco, il risultato che abbiamo in termini di gratificazione può essere stimato una settimana in media, quindi di sostanze prodotte dal cervello che ci producono quel senso di benessere è addirittura maggiore di quello che produce la sigaretta.

RAFFAELLA BELLEN

È proprio vero. Infatti la nicotina va a stimolare nel nostro corpo la dopamina, che viene chiamata “la droga della felicità”. Ora, esso non è l’unico modo per stimolare la dopamina nel nostro corpo. A parte alla nicotina, per poter stimolare la dopamina, noi abbiamo tantissimi modi, per esempio stare con le persone a cui vogliamo bene, leggere un libro interessante, vedere un film che ci piace. Quindi, soprattutto, è stato dimostrato, più di tutto, trovare un obiettivo. Sembra dunque che il modo per stimolare la nostra dopamina interna è quello di creare uno scopo e un obiettivo che noi poi cerchiamo di raggiungere. È proprio vero, questo alza la dopamina molto di più che una semplice sigaretta.

BRUNA SCAGGIANTE

Quindi, porsi degli obiettivi, ad esempio l’attività fisica programmata ogni volta che sentiamo il bisogno di fumare oppure, appunto, la lettura di un libro, oppure uscire a fare shopping, se questo piace, sono dei semplici modi per cercare di smettere. Io vorrei che affrontassimo, di nuovo, il problema delle sigarette elettroniche perché, ovviamente, questo è un fenomeno adesso molto diffuso che, se da una parte è vero che rispetto alla sigaretta tradizionale esse non ci sono tutte quelle sostanze dannose riconosciute nell’ambito di una sigaretta tradizionale, è anche vero, però, che ci sono altre sostanze introdotte nelle sigarette elettroniche di cui noi non conosciamo ancora, a lungo termine, quali potranno essere gli effetti sulla salute.

RAFFAELLA BELLEN

Non soltanto, ma purtroppo oggi il fenomeno della sigaretta elettronica sta diventando una moda: sempre più ragazzini iniziano ad acquistare la sigaretta elettronica perché è cool. Purtroppo questo ha portato certi ragazzi, che magari non avrebbero fumato, a invece iniziare a fumare la sigaretta elettronica, quindi senza passare per la sigaretta normale. Purtroppo questo fenomeno, che è diventato anche una pubblicità televisiva, vedendo persone che fumano, fosse anche la sigaretta elettronica, ha avuto un brutto effetto, quindi un effetto molto forte, soprattutto sulla popolazione più giovane.

BRUNA SCAGGIANTE

Sì, e non solo, ma aggiungo che il mercato, il business della sigaretta elettronica ha portato a una serie di esplosioni di brand di queste sigarette elettroniche, la cui, ovviamente, origine di produzione, magari, essa non è molto controllata. Quindi io direi che è importante segnalare un’attenzione particolare per le sigarette elettroniche, che se viste in un’ottica di ridurre il vizio del fumo e cercare di smettere di fumare va bene, ma va seguito e fatto in maniera controllata, ma non deve passare il messaggio che usare la sigaretta elettronica è assolutamente privo di danni, perché non è così e non sappiamo ancora quali danni si potranno produrre a lungo temine, visto che ci sono alcune sostanze, come il polietilenglicole, che servono, appunto, per poter far funzionare questo dispositivo elettronico.

RAFFAELLA BELLEN

È vero. E non dimentichiamo inoltre che, mentre il dosaggio della nicotina all’interno di una sigaretta è controllato, purtroppo nella sigaretta elettronica, poiché il dosaggio viene autocreato, c’è anche il rischio che si utilizzi più nicotina di dentro una sigaretta normale. Questo crea un problema, perché è pur vero che esse non hanno altre sostanze nocive, che sono invece presenti nella sigaretta; purtroppo però la dipendenza da nicotina non viene assolutamente eliminata nella sigaretta elettronica, la quale, appunto, produce lo stesso tipo di assuefazione, perciò rendendo anche le persone che hanno utilizzato la sigaretta elettronica, un poco perché è di moda, un poco per, ecco, di nuovo, essendo in mezzo agli amici, improvvisamente assuefatti. Esso diventerà, a questo punto, molto più facile iniziare con le sigarette normali.

 


Informazioni aggiornate al: 25.11.2014 alle ore 12:51