Marina Sbisà

Università di Trieste

 

SEMANTOLOGIA: UN NOME PER UN FASCINO AMBIGUO

Intervento alla Giornata di studio in ricordo di Guido Morpurgo-Tagliabue, Trieste, SISSA (Laboratorio Interdisciplinare Linguaggi Umanistici e Linguaggi Scientifici), 12 giugno 1998

 

 

1. Premessa

In quest'intervento mi propongo di esaminare alcune idee di Guido Morpurgo-Tagliabue sul tema del significato. Passati trent'anni dal tempo in cui seguivo i suoi corsi di Filosofia Teoretica1, mi sembra oggi di riscontrare che, nel presente stato dell'arte della semiotica e in particolare della semiotica italiana, sono venuti al pettine alcuni nodi di cui ero stata allora da lui preavvertita. In questo momento guardo dunque con grande interesse alle idee di Morpurgo in merito alla semantica. Dico alla "semantica", e non alla "semiotica", perché questa era la terminologia da Morpurgo stesso usata: egli considerava la semantica un ambito tematico più vasto di quello della semiotica, parlava cioè di semantica in un'accezione paragonabile a quella di Benveniste (anche se non direttamente riconducibile ad essa)2. Questa possibilità sta essendo riscoperta attualmente anche all'interno del campo di coloro che hanno prevalentemente e ufficialmente coltivato la "semiotica"3: sta emergendo cioè un'esigenza di dare un respiro più vasto alle ricerche sul significare, al di là delle definizioni e metodologie specifiche derivanti dalle nozioni di segno elaborate dalle varie teorie semiotiche.

Trovo che certe idee di Morpurgo sulla semantica potrebbero risultare centrali per alcuni dibattiti attualmente in corso, più ancora di quanto lo fossero rispetto ai dibattiti di trent'anni fa. Vorrei citare due casi. Uno è il recente libro di Umberto Eco Kant e l'ornitorinco4. Alcuni problemi che turbano Eco, indubbiamente scabrosi all'interno del quadro semiotico sostanzialmente peirceano adottato, secondo la concezione di Morpurgo potrebbero risultare pseudoproblemi. Un altro caso riguarda la tendenza della pragmatica linguistica, che questa condivide con molte ricerche di scienze cognitive, a considerare il funzionamento della mente umana soltanto sotto l'aspetto inferenziale5. La mente umana essenzialmente viene ridotta a un meccanismo che produce inferenze, che passa da questo a quello, da quello a quell'altro, in un'enorme rete di rimandi. Ora, Morpurgo ha dedicato grande attenzione alle caratteristiche inferenziali del nostro pensiero, tanto da dare un nome apposito al settore della semantica che le riguarda e chiamarlo "semantologia". Ha ritenuto che grandi fossero le potenzialità, il raggio d'azione, delle operazioni inferenziali - ossia, nei suoi termini, dei significati semantologici. Però non voleva che questo campo di rimandi, di inferenze, fosse per troppo entusiasmo dei teorici esteso a colonizzare i campi degli altri modi del significare. Invece quel che accade in certa pragmatica linguistica, e più in generale in certe ricerche di scienze cognitive, è proprio questo: il modello inferenziale a mo' di concetto-ombrello viene a coprire quasi tutto dall'attività percettiva alla comprensione del linguaggio. La polemica di Morpurgo contro tali semplificazioni nell'ambito del problema dei modi di significare sarebbe oggi un interessante antidoto contro queste tendenze. Tornerò più avanti più dettagliatamente sul tema della possibile attualità del pensiero di Morpurgo sulla semantica nell'ambito dei dibattiti semiotici e filosofico-linguistici contemporanei.

Passerò ora a considerare, anzitutto, il quadro che Morpurgo ha tracciato della "semantica" in alcune sue opere: in particolare, le dispense (non pubblicate) del corso di Filosofia Teoretica dell'anno accademico 1968-69 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste, intitolate appunto La semantica, e un articolo pubblicato una decina d'anni dopo, "Semantica, semantologia, semiosi"6. Successivamente, prenderò in considerazione gli aspetti polemici delle sue idee in proposito e quelli che egli individuava come gli obiettivi principali delle sue critiche. Ritornerò infine agli spunti di attualità che riscontro in questi suoi contributi di pensiero e al ruolo, importante ma ben delimitato, che egli voleva assegnare alla "semantologia".

 

2. Semantica, semantologia, semiosi

Morpurgo ha distinto, nell'ambito della semantica, tre aree o forse meglio tre tipi di fenomeni che a suo avviso non devono essere confusi. Questa triplice distinzione va intesa a mio avviso come una distinzione fra diversi modi del significare, ossia dell'avere significato: modi in cui le cose (di qualsivoglia genere) hanno o possono avere significato. Potremmo anche dire che si tratta di modi in cui noi conferiamo significato alle cose: ma questa espressione avrebbe l'implicazione, un po' fuorviante, che il nostro ruolo di soggetti nei confronti dell'emergere di significati è sempre un ruolo attivo; e Morpurgo obietterebbe, io credo, che invece vi è anche, dal punto di vista fenomenologico, l'emergere di significati che si danno alla nostra attenzione come se fossero belli e pronti. I tre principali modi del significare distinti da Morpurgo possono essere sintetizzati come segue:

 

(1) presentazione

(2) rimando

(3) sostituzione.

 

Ciò vuol dire che per Morpurgo esistono anzitutto significati presentativi, significati che si presentano a noi nelle cose, o forse meglio, con cui le cose ci si presentano. Questi significati sono l'oggetto per eccellenza della semantica considerata in senso stretto (come un settore della semantica in senso lato, che ricopre tutti i modi del significare).

Che cosa sia un significato presentativo, sembra assai semplice, ma non a caso è difficile da enunciare linguisticamente (e con ciò filosoficamente). Vedere, o altrimenti venire a contatto, con una cosa piuttosto che un'altra è diverso, ne risulta per noi una diversa esperienza, che, fra l'altro, anche valorizziamo diversamente. Così, una cosa che percepiamo si presenta a noi come essa stessa dotata di significato, un significato che è contemporaneamente valore (nel vissuto del significato presentativo, per Morpurgo, sta l'ineliminabilità del valore dal significato). Secondo Morpurgo questo livello presentativo del significato è prelinguistico. Se cioè noi vediamo un bel tramonto o un ciliegio in fiore, lo consideriamo anzitutto per come ci si presenta indipendentemente dal fatto che possediamo o non possediamo strutture di carattere linguistico adatte a formulare la nostra esperienza, a comunicare il nostro vissuto. Ovviamente, se abbiamo bisogno di parlare di significati presentativi nell'ambito del discorso filosofico sulla semantica dovremo far simboleggiare questi vissuti da enunciati; Morpurgo usa addirittura, con citazione a mio avviso poco appropriata, la nozione neopositivista di "enunciato protocollare". Ma questi enunciati, come che decidiamo di formularli, non possono far altro che fare da segnaposto per le esperienze di significato presentativo, esperienze di per sè di carattere prelinguistico, o, per usare un termine che viene dalla fenomenologia, antepredicativo. Per i significati presentativi, sostiene Morpurgo, non si può individuare una distinzione segno-significato: sono significati per così dire liberi, allo stato puro. Egli parla a questo proposito di "inerenza" del significato alla cosa, al percetto, e tutt'al più di fenomeni di "integrazione semantica" nel caso, peraltro molto frequente, dei significati presentativi articolati. Noi effettivamente vediamo sempre le cose sotto determinati aspetti e da determinati punti di vista; di qualsiasi l'oggetto tridimensionale, ad esempio, a rigore ci appare un aspetto, la parte che abbiamo davanti; ma quest'aspetto viene integrato e l'oggetto ci si presenta appunto nell'interezza della sua tridimensionalità, con un fenomeno, notissimo agli psicologi che si occupano di percezione, ma notato fra gli altri anche da Husserl, che come ricorda Morpurgo ne ha trattato in modo interessante e controverso già nelle Ricerche logiche (testo su cui peraltro Morpurgo aveva acute osservazioni critiche su cui più avanti tornerò). E Morpurgo riprende questa tematica introducendo la nozione di integrazione. A suo avviso, quando noi vediamo l'orma della lepre - sempreché abbiamo sufficiente familiarità con l'orma di lepre da non doverci soffermare a pensare - la vediamo orma-di-lepre, non vediamo un segno misterioso rispetto al quale ci interroghiamo risalendo la catena causale che ci porta all'animale che passando ha potuto lasciare quel segno. Questa sarebbe un'inferenza. Ma l'orma di lepre può benissimo far parte a proprio titolo del nostro mondo di vita, in modo tale che abbiamo la possibilità di passare, per integrazione semantica e non per inferenza, dall'orma all'animale. Si esprime questo quando in montagna davanti a una distesa di neve calpestata in quel modo particolare da gruppetti di zampe, diciamo "Guarda, lepri". L'orma si integra nel passaggio della lepre, ma senza che questo costituisca più che un semplice vissuto presentativo; non ha luogo ancora un vero e proprio rimando inferenziale.

In secondo luogo, appunto, vi è il fenomeno del rimando. E' interessante vedere come, soprattutto nelle dispense 1968-1969, si delinea il rimando inferenziale: nel momento in cui un'integrazione non è più un fatto immediato, un vissuto appartenente a proprio titolo al nostro mondo di vita, di presentazione di qualcosa alla nostra coscienza, sorge la necessità di fare un salto, di compiere un passaggio da un significato ad un altro. Questo avviene ad esempio quando non conosciamo bene quel tipo di orma, quando non siamo pratici del fatto che gli animali passando sulla neve o sul terreno fangoso lasciano impronte, insomma quando ci dobbiamo pensare. Sembra una banalità: ma porre in questi termini lo stacco fra integrazione semantica e rimando è per Morpurgo un modo per indicare nel rimando una forma aurorale di pensiero. Difatti Morpurgo era sostenitore del carattere anche non linguistico del pensiero, della possibilità di distinguere fra pensiero linguistico e pensiero non linguistico; era contrario, come vedremo più avanti, alla riduzione di tutto il pensiero a linguaggio, nonché all'applicazione di modelli riguardanti l'un tipo di pensiero all'altro. La dimensione del rimando ci introduce a suo avviso nel mondo del pensiero, ma non è ancora linguistica.

Nel rimando non abbiamo a che fare con un'unica unità sia pure internamente articolata, bensì con due unità diverse che vengono connesse fra loro. Possiamo perciò parlare di un'inferenza, in cui la relazione fra due vissuti, fra due significati di cui l'uno è dato presentativamente e l'altro no (ma potrebbe anche questo essere dato in tal modo) - l'orma, la lepre che corre - costituisce uno dei due come segno dell'altro. E' appunto per indicare che il rimando coinvolge e trasforma significati presentativi e potenzialmente tali, connettendoli in un'operazione logica, che Morpurgo chiama quella dimensione della semantica cui pertiene il rimando "semanto-logia".

Il rimando - l'orma che rimanda all'animale, il fumo che rimanda al fuoco; ma anche la nuvola che rimanda al temporale a venire, anche le varie forme di presagio, divinazione, previsione, interpretazione che vanno dai contesti magici a quelli psicoanalitici sono tutti casi di rimando inferenziale. Ma non basta: Morpurgo in modo interessante ricollega alla nozione di inferenza anche quella di motivazione; il segno motivato è un segno fondamentalmente inferenziale. Ciò ha a che fare con la transizione non più fra semantica vera e propria e semantologia, ma fra la semantologia e la terza area dei fenomeni semantici, quella della semiosi.

Secondo Morpurgo, dal significare semantologico si passa al significare per sostituzione, caratteristico della semiosi propriamente intesa. Il rapporto di rimando semantologico, standardizzandosi e quasi automatizzandosi, può creare delle situazioni in cui risulta possibile usare uno dei suo termini per sostituire l'altro; e quindi al posto di un rimando ci troviamo di fronte a un rapporto di sostituzione, di "stare per", dove il termine che sostituisce l'altro perde ogni spessore di significato autonomo per diventare mero rappresentante di un altro significato. Questo passaggio, per Morpurgo, è graduale: ricorrono infatti nei suoi scritti metafore che presentano la semantologia come tale da "portare in grembo" la semiosi. Sostanzialmente il discorso è che la semiosi come fenomeno astratto, arbitrario, eterogeneo (eterogeneità fra il significante e il significato che questo sostituisce), nasce da uno specializzarsi di zone del nostro pensiero semantologico. E' una bella ipotesi, interessante, ricca, perché non negando le differenze fra i due tipi di rapporto segnico - il segno per rimando e quello per sostituzione - cerca di mostrare la loro connessione e viene così incontro a un dibattito che vede sulla scena la tradizione dell'arbitrarietà del segno saussuriana, l'interesse per i fenomeni di motivazione del segno da parte di Jakobson, e il susseguente e perdurante dibattito intorno agli aspetti del segno linguistico che possono essere considerati come non arbitrari, ma motivati. Che i segni linguistici siano in parte motivati, o che la motivazione divenuta altrove irrilevante possa riemergere nel loro uso poetico, non costituisce dal punto di vista di Morpurgo un problema particolarmente inquietante, perchè la stessa semiosi, con la sua arbitrarietà, è vista come qualcosa che deriva, per specializzazione, da una base di pensiero che è di carattere motivato. Comunque, per Morpurgo c'è una frattura, qui come nel caso del passaggio fra semantica e semantologia: la presentazione non è (ancora) rimando, il rimando non è (ancora) sostituzione. E solo la sostituzione permette la rappresentanza, lo stare per, dando luogo alla strumentalità caratteristica dei linguaggi verbali, ma anche matematici, algoritmici. Morpurgo insisteva (e in particolare ha insistito nelle lezioni del 1968-69) sul carattere strumentale del segno semiosico. La semiosi è uno strumento potente per gli umani, per il loro pensiero, e se perde qualcosa rispetto al livello semantologico, guadagna qualcosa perché ricrea possibilità di operazioni inferenziali a un altro livello, interno al linguaggio.

Su questa breve esposizione delle distinzioni sostenute da Morpurgo nell'ambito dei modi del significare, vorrei ora innestare qualche commento.

 

3. Una polemica e la sua ragion d'essere

La tripartizione della semantica in semantica in senso stretto, semantologia e semiosi conduce Morpurgo ad essere polemico, anche violentamente, contro larga parte del pensiero semiotico a lui contemporaneo e contro i suoi grandi ispiratori, quali Peirce e Husserl. Ma prima di vedere in dettaglio quali sono le critiche rivolte da Morpurgo alle altre impostazioni della questione semantica, può essere interessante soffermarsi sulla ragion d'essere tanto della sua distinzione tripartita, quanto della vis polemica con cui egli la difende. Si tratta di una ragion d'essere di carattere eminentemente metodologico.

Vorrei citare un passo dall'articolo di Morpurgo "I paralogismi della pansemiotica" del 1976, che mi sembra particolarmente illuminante a questo proposito.

 

Molte complicazioni nascono spesso dalla volontà di semplificare. Dove il senso comune vede due cose, il professore analista fa acrobazie per vederne una sola, dato che uno è più semplice di due, ed entia non sunt multiplicanda (in cambio introdurrà forme e specie e sottospecie di quell'uno). Sembrerebbe trattarsi di trovare un minimo comun denominatore come in aritmetica, o una legge come nelle scienze. Ma il filosofo non lo chiama così perché sa benissimo che si tratta di una semplice analogia. Nessuno ignora l'efficacia dell'unificazione riduttiva nelle matematiche e nelle scienze; meno incontrastabile e più pericolosa quell'estrapolazione nella metafisica (dove la sua necessità diventa tanto problematica da rendere problematica la metafisica); del tutto precaria e arbitraria infine in un'analisi fenomenologica. L'applicazione del rasoio di Occam qui elimina, al limite, le classi, ma moltiplica le sottoclassi, e conclude in un entia multiplicanda (come mostra la selva ossessiva di distinzioni di Peirce).7

 

Questo passo chiarisce lo spirito in cui Morpurgo tracciava le sue distinzioni. Appare evidente, anzitutto, il rifiuto dell'ipersemplificazione filosofica: un tema, fra l'altro, che a me personalmente è assai caro (e lo era già prima che seguissi le lezioni di Morpurgo); un tema che è stato centrale per un filosofo del novecento di cui a lungo mi sono occupata, e cui anche Morpurgo ha dedicato uno scritto8, J.L. Austin. Morpurgo affronta questo tema a modo suo e con la sua particolare ironia. Non nega la serietà del bisogno di semplificazione umano, ma ne caratterizza i diversi usi, appropriati e inappropriati. La serietà con cui l'esigenza di minimi comuni denominatori viene considerata risulta chiara dall'accenno, di sapore kantiano, al rapporto fra metafisica e ricerca di semplificazione. Quando commentava la Dialettica trascendentale di Kant, Morpurgo insisteva nel sottolineare il carattere regolativo delle idee della ragione, che si trasformano in massime che guidano il nostro pensiero: non condizioni della conoscenza del mondo, ma linee guida della nostra vita di pensiero, più pratiche che teoriche. Dunque l'esigenza dell'unificazione anche a livello metafisico è una cosa serissima. Ma mette in crisi la metafisica, perché se non è ben chiaro qual è il suo statuto (appunto, regolativo), può farla diventare cattiva filosofia. La serietà del bisogno di semplificare si scontra però frontalmente con l'esigenza del rispetto della varietà dei vissuti che è essenziale quando dal pensiero scientifico o da quello metafisico si passa ad un approccio fenomenologico. Il modo obliquo in cui Morpurgo introduce qui un riferimento a tale tipo di approccio, connettendo ad esso la necessità di resistere all'esigenza di unificazione, ci chiarisce una volta per tutte - direi - che con le sue distinzioni egli intendeva fare una fenomenologia dei modi di avere significato. E' per questo che non si può chiudere un occhio sulla ipersemplificazione che trascura punti di svolta, fratture, nella nostra esperienza del significare: l'essenza, lo scopo centrale di quella che è un'analisi fenomenologica ne sarebbe distorta o vanificata.

Date le distinzioni proposte da Morpurgo, le confusioni possibili sono tre, o forse quattro. Può accadere che la semiosi venga ridotta a semantologia; un peccato veniale, come vedremo più avanti, perché se non altro essa ne deriva. Ma può accadere che la semantologia venga ridotta a semiosi; e qui abbiamo la perdita della dimensione di significato propria di quello che è il segno semantologico, lo sparire della relazione inferenziale in quella più automatica di sostituzione, la riduzione di tutto il pensare a pensare linguistico. Può inoltre accadere che la semantica venga ridotta a semantologia: che cioè la dimensione dei significati presentativi non venga riconosciuta nella sua autonomia, ma che fin nell'analisi della percezione si voglia inserire un rapporto segno-significato, mediato dal rimando inferenziale. E infine può aver luogo quello che per Morpurgo è il disastro dei disastri: unendo i due scalini, la confusione fra semantica e semantologia e la riduzione della semantologia a semiosi, arriviamo a un'unificazione forzata che è confusione totale, in cui vanno perdute tanto la dimensione semantica, di un significare non comunicativo e non inferenziale, quanto quella semantologica, di un pensare non ridotto a comunicazione linguistica.

Morpurgo rimprovera appunto alla semiotica in espansione degli anni '60 (di cui cita fra gli altri Barthes e Adam Schaff) di aver voluto estendere il modello della semiosi a fenomeni riguardanti gli altri due modi del significare: l'aver considerato ogni significato come significato di un segno sostitutivo, eterogeneo, per rappresentazione; l'aver ridotto ogni rapporto semantologico a codice, e quindi a rapporto di rappresentanza sostitutiva, riducendo contemporaneamente tutto il pensare a pensiero linguistico. Ciò snatura le relazioni semantologiche di rimando e, al di là di esse, minaccia di grave fraintendimento il livello del significare presentativo.

Maggior interesse teoretico ma analoghi rischi di ipersemplificazione vengono riscontrati nel pensiero di Charles Sanders Peirce: nel quale Morpurgo evidenzia la commistione fra definizione del segno come funzione sostitutiva (di carattere semiosico) e come fatto semantologico (relazione illativa, rinvio, inferenza), e il tentativo di risolvere la tensione che ne risulta con la teoria dell'interpretante, che pone "non un segno ma due"9, representamen e interpretant; ma quest'ultima teoria ha comunque il difetto ulteriore di delegare la definizione del significare a fatti di ordine comunicativo, quale appunto è l'interpretante, laddove se si comunica, certamente anche si significa, ma non è necessariamente vero l'inverso. E' chiaro che, dal punto di vista di Morpurgo, l'influenza di Peirce sullo sviluppo della semiotica non poteva che rafforzare la tendenza a unificare semantica, semantologia e semiosi sotto un unico modello del segno, e insieme a risolvere ogni significato nella comunicazione, cosa che per Morpurgo è legittima soltanto per l'ambito della semiosi. Nel momento in cui la teoria degli interpretanti, che è essenzialmente di carattere semantologico, viene usata per rendere conto di tutto, dalla percezione all'uso dei segni linguistici, tanto la semantica che la semiosi si confondono con la semantologia, e si presenta il rischio di una riduzione del tutto a semiosi.

Un ulteriore obiettivo polemico di Morpurgo è infine Husserl, da cui pure traevano ampia ispirazione i suoi richiami alla fenomenologia: in particolare, lo Husserl delle Ricerche logiche. A Husserl viene rimproverato soprattutto di aver sostenuto che la nostra percezione, considerata come fenomeno intenzionale (nel senso che vi è in-teso un oggetto) comprende sia intenzioni intuitive che vengono riempite percettivamente che intenzioni signitive che non vengono riempite percettivamente. Morpurgo protestava soprattutto contro l'uso della qualifica "signitive", accusando Husserl di aver con essa non solo ridotto la semantica a semantologia inserendo un rimando tra intenzione significante e aspetti dell'oggetto non dati intuitivamente, e facendo così diventare il percetto un inferito, ma anche di aver aperto la strada alla riduzione della semantologia a semiosi. Egli ipotizzava che il pensiero di Husserl, non lo Husserl maturo delle Idee ma quello delle Ricerche, abbia direttamente o indirettamente influenzato lo sviluppo del pensiero filosofico-linguistico e semiotico contemporaneo, ponendo le basi per il collasso di tutto il significato sulla semiosi che doveva poi apparire come compiuto negli anni del boom culturale della semiotica.

Ora, si potrebbe dire, il rischio di un appiattimento di tutta la semantica sulla semiosi attualmente appare scongiurato: i semiologi non tendono più a ridurre tutto a codice, a rappresentanza sostitutiva e arbitraria. Ma non trovo che le proposte teoriche di Morpurgo sui modi del significare risultino perciò meno interessanti. Vi sono ancora confusioni da denunciare, la mania dell'entia non sunt multiplicanda prevale ancora spesso sull'esigenza di dare ad ogni modo di significare fenomenologicamente individuabile il proprio ruolo. Anzi, proprio il fatto che almeno in alcuni casi la semiotica si sia fatta vicina alla fenomenologia o abbia rivolto l'attenzione al rapporto fra i segni e i vissuti che esperiamo può essere un motivo d'attualità per l'idea, sostenuta da Morpurgo, che un approccio fenomenologico al significare porti con sè l'esigenza di tracciare distinzioni prima ancora che quella di cercare minimi comuni denominatori. In un momento in cui la semiotica è risalita dal livello linguistico a quello cognitivo, le precisazioni proposte da Morpurgo potrebbero essere prese come specificazioni costruttive invece che come critiche radicalmente negative. E ciò soprattutto se si intende rivalutare la natura fondamentalmente filosofica del pensiero semiotico, vedere il semiologo non come qualcuno che ha trovato una nuova scienza che attraverso lo studio dei sistemi di segni promette di decodificare tutto l'universo umano, ma come qualcuno che riflette su basi essenzialmente fenomenologiche, e magari senza perdere di vista la messa a punto di metodologie d'analisi, sui diversi modi del significare.

In questo quadro, la stessa nozione di significato presentativo potrebbe andare incontro a nuovi usi. Ad esempio, in semiotica dell'arte sembra esservi una dimensione di carattere percettivo e quindi presentativo che è in qualche modo anteriore alle analisi di carattere inferenziale o addirittura basate su codici. Ma anche nello studio dei processi di comprensione linguistica può risultare rilevante prendere in considerazione, al di là del fatto che si tratta pur sempre di segni semiosici, sostitutivi, la fisionomia di un turno conversazionale come fatto presentativo, ad esempio in tutti i casi in cui non dobbiamo analizzare tanto fenomeni di carattere discreto, quanto fenomeni graduali quali variazioni di intensità di quanto viene espresso o del modo in cui lo si esprime.

 

4. Il fascino ambiguo della semantologia

Mi soffermerò ora su alcuni aspetti del ruolo della semantologia all'interno delle distinzioni tracciate da Morpurgo. Anzitutto, vorrei sottolineare l'enfasi da lui posta nello stigmatizzare l'errore consistente nel ridurre a semantologia la semantica. Sembra che egli consideri quest'errore una sorta di peccato d'origine della semiotica contemporanea, condiviso da Peirce e da Husserl, una tentazione a cui - sembra - nessun teorico della semiotica è in grado di resistere. A mio avviso quest'idea è particolarmente appropriata al contesto della teoria semiotica della percezione.

Si riduce la semantica a semantologia tutte le volte che si ritiene che la percezione, o comunque la nostra apprensione di vissuti, siano un fatto inferenziale anzichè un fatto di tipo presentativo. Larga parte della filosofia contemporanea e anche ampi settori della psicologia condividono un concetto inferenziale della percezione: fra le rare eccezioni, il già citato filosofo del linguaggio ordinario John L. Austin10, che rifiutava l'inferenzialismo in teoria della percezione e anzi sosteneva che il nostro stesso modo di parlare di ciò che percepiamo lo confuta; oppure, in psicologia, la fenomenologia sperimentale di Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi11, che rifiuta l'applicazione indiscriminata dell'inferenzialismo ai fatti percettivi in base ad osservazioni di carattere sperimentale. Si tratta nel complesso di eccezioni rare, sparse qua e là: non c'è un movimento organico, non si profila nessuna sommossa anti-inferenzialista che si proponga di contrastare gli aspetti più fuorvianti della generalizzazione del paradigma inferenziale (ovvero, per Morpurgo, semantologico). Largamente rappresentativo dell'orientamento dominante mi sembra - come ho già accennato - il recente volume di Umberto Eco Kant e l'ornitorinco: Eco sembra mettere la questione in termini alquanto drammatici, chiedendoci come facciamo a sapere che l'animale che vediamo è un ornitorinco se non abbiamo ancora lo schema dell'ornitorinco perché non abbiamo ancora classificato l'animale, che in effetti è difficile da classificare; come facciamo a passare dai qualia, dati sensoriali qualitativi intesi atomisticamente, all'animale e poi dalle caratteristiche dell'animale alla sua classificazione? In un'ottica basata essenzialmente su Peirce, che rende necessario ipotizzare tutti questi passaggi, ciascuno di essi può apparire come un ostacolo insormontabile, per cui veramente il problema di come facciamo a vedere, e riconoscere come tale, un ornitorinco si fa drammatico. Ma non è evidente che l'unità gestaltica dell'animale, e anche il suo essere vivo e il suo muoversi e il suo eventuale accudire quegli strani cuccioli che ha (questione strettamente legata al problema della sua classificazione) sono cose che noi possiamo percepire presentativamente prima di ogni classificazione linguistica, e persino prima di ogni pensiero di carattere semantologico? Vedere un ornitorinco è qualcosa in cui potremmo facilmente, sulle orme di Morpurgo, distinguere un aspetto presentativo (non semplicemente qualitativo e atomistico, ma già gestalticamente organizzato), un aspetto inferenziale e uno specificamente linguistico, ottenendo di riformulare il problema con minore drammaticità, maggiore chiarezza, e - a mio avviso - maggiore aderenza al vissuto fenomenologico.

Ma un errore, se di errore si tratta, per essere diffuso fra tanti pensatori deve essere veramente attraente - un errore per commettere il quale ci devono essere dei motivi, se non buoni, perlomeno interessanti. Ora, è merito di Morpurgo non soltanto denunciare l'errore, ma anche tentare una diagnosi delle sue cause, tanto più interessante quanto più l'errore si ramifica in contesti teorici diversi, non solo in teoria della percezione ma anche (come si è accennato sopra) nel campo della teoria della comunicazione linguistica e della comprensione o interpretazione testuale. Il fatto è che la dimensione semantologica è portatrice di valori altamente interessanti e può dar l'impressione che sia un guadagno applicarla anche al di fuori del suo contesto appropriato.

La semantologia ha infatti per Morpurgo:

 

(1) un ruolo fondazionale nei confronti sia del pensiero in generale, che della semiosi e quindi del pensiero linguistico: è infatti il momento in cui, connettendo significati non più per integrazione ma per rimando, si passa dal mero vissuto a una primitiva, aurorale articolazione logica, e si creano quindi le condizioni per la successiva "scoperta" del codice, che dell'articolazione logica diventerà strumento privilegiato;

(2) un ruolo che si potrebbe definire di giustificazione o di motivazione razionale nei confronti di connessioni che altrimenti potrebbero essere descritte in termini di codice: è la semantologia infatti che rende i procedimenti ermeneutici attendibili, mentre una loro lettura in termini codificati, non esibendo le connessioni di pensiero loro sottostanti ma solo il loro risultato superficiale, tende all'irrazionalità12;

(3) la proprietà di ricomparire a livello dell'uso di segni che di per sè hanno già carattere semiosico, nel fatto che questi servono a costruire inferenze logico-linguistiche, e parallelamente, nel fatto che si prestano alla formazione di figure retoriche in cui, se pure il materiale è semiosico, l'impalcatura ricalca connessioni semantologiche.

 

E’ dunque il ruolo positivo giocato dalla semantologia in una teoria dei modi del significare a aprire la strada al suo ruolo negativo: la sua stessa importanza, utilità, ricreabilità a diversi livelli si convertono in pervasività e quindi in potenziale confusione. Ricordiamo a questo punto che persino Morpurgo fa una lieve concessione in questa direzione, che ora risulta pienamente comprensibile: come abbiamo già avuto occasione di accennare, ricondurre la semiosi a semantologia è nella sua prospettiva un peccato veniale, perdonabile. Può equivalere infatti a vedere nei segni arbitrari, eterogenei, di carattere sostitutivo un elemento di motivazione; a ricondurre un rapporto standardizzato e automatizzato di rappresentanza a un rapporto di inferenza, di pensiero non sclerotizzato, congelato, bensì vivente. Anche se ciò non è corretto in tutti i contesti, in molti contesti si tratta di un'operazione interpretativa che ha una sua ragion d'essere. Forse, potremmo aggiungere, tanto più quanto più è un'operazione consapevole.

In conclusione, potremmo affermare che perché l'importanza della semantologia sia correttamente riconosciuta, bisogna che essa rinunci a tingere del suo colore, a mo' di frutto proibito, le esperienze di significato che non sono strutturate secondo il suo schema. In particolare, il ruolo della dimensione semantologica in una teoria dei modi del significare potrà essere pienamente apprezzato solo se essa non negherà la dimensione della presentazione semantica da cui proviene e dipende, ma ne permetterà una rivalutazione.

 

Note

1 Devo moltissimo a Guido Morpurgo-Tagliabue, di cui ho seguito i corsi durante i miei studi universitari, e con cui ho discusso la tesi di laurea. Ma non mi soffermerò su questo. Il fatto che sto cercando di mettere a fuoco alcuni aspetti della sua opera, che mi hanno particolarmente influenzato e che forse mi influenzeranno ancora più in futuro, valga al posto di ogni altro tipo di considerazione di carattere personale.

2 Emile Benveniste, "Sémiologie de la langue", in Problèmes de linguistique générale II, Paris: Gallimard, 1974, trad. it. Milano: Il Saggiatore, 1984, pp. 59-82. Benveniste attribuisce la dimensione semantica al discorso (testo anziché segno), ma anche a fatti non linguistici come le espressioni artistiche: di fatto ciò che egli chiama "semantico" è una dimensione legata all'apprensione di senso, più vasta di quella semiotica in cui si muove il linguaggio come sistema di segni.

3 Paolo Fabbri (comunicazione personale) ritiene che sia opportuno rivalutare la concezione benvenistiana della semantica.

4 Umberto Eco, Kant e l'ornitorinco, Milano: Bompiani, 1997.

5 Caso emblematico è la relevance theory, teoria della comunicazione linguistica esposta in Dan Sperber e Deirdre Wilson, Relevance, Oxford: Blackwell, 1986, trad. it. Milano: Anabasi, 1993.

6 Guido Morpurgo-Tagliabue, "Semantica, semantologia, semiosi", Teoria 1, 1981, pp. 71-92.

7 Guido Morpurgo-Tagliabue, "I paralogismi della pansemiotica (e Ch. S. Peirce, e J. Locke)", Giornale Critico della Filosofia Italiana 55, 1976, pp. 396-415, v. pp. 409-10.

8 Guido Morpurgo-Tagliabue, "J.L. Austin fra logica e linguistica", Rivista critica di storia della filosofia, 1972, pp. 409-34 e 1973, pp. 55-81.

9 Guido Morpurgo-Tagliabue, "I paralogismi..." cit., p. 405.

10 John L. Austin, Sense and Sensibilia, Oxford: Oxford University Press, 1962.

11 Gaetano Kanizsa, Vedere e pensare, Bologna: Il Mulino, 1991; Paolo Bozzi, Fenomenologia sperimentale, Bologna: Il Mulino, 1989. In particolare Kanizsa sostiene che in certi casi, per esempio di fronte a un triangolo, possiamo sia riconoscere le peculiarità di questa figura, sia dire che si tratta di un triangolo, mentre in altri casi, per esempio di fronte a una macchia dai contorni irregolari, abbiamo presente un vissuto ben definito anche se non siamo in grado di applicarvi una classificazione linguistica che ci metta in grado di spiegare a qualcun altro come disegnare una figura che abbia quelle stesse peculiarità. E' vero che per Kanizsa soltanto nei casi del tipo di quello del triangolo possiamo dire che la figura ha per noi "significato", segno questo che Kanizsa usa una nozione di significato legata al linguaggio, che per Morpurgo sarebbe di livello semiosico e non presentativo. Ma è interessante che venga riconosciuto il fatto che sul piano percettivo, dove Morpurgo appunto situa quello che per lui è il significato presentativo, per inerenza, i due fenomeni - vedere il triangolo e vedere la macchia - sono ugualmente precisi e indipendenti dalle successive classificazioni linguistiche. In altri casi le differenze fra il discorso di Kanizsa (che comunque rimane orientato in modo critico nei confronti dell'inferenzialismo) e quello di Morpurgo si fanno più sensibili; Kanizsa distingue fra ciò che riconosciamo perché è una forma che ci è nota (la prua di una gondola che sporge dalla banchina) e ciò che vediamo (un oggetto verticale che si continua dietro a un altro orizzontale) anche senza avere conoscenze specifiche precedenti. Morpurgo porrebbe la distinzione in un punto diverso da quello pertinente per lo psicologo: interessato non ai meccanismi psichici ma ai vissuti fenomenologici, insiste che la differenza fra semantica e semantologia dipende essenzialmente dal fatto che un certo oggetto è vissuto come qualcosa che si presenta immediatamente, o invece come qualcosa che deve essere inferito; se la familiarità con le gondole è tale da far vedere immediatamente l'oggetto parzialmente nascosto come una gondola, quest'apprensione sarà quindi per Morpurgo di ordine presentativo, e risulterà semantologica soltanto nel caso che il soggetto debba, per scarsa familiarità con le gondole e in generale con le barche, pensarci.

12 Guido Morpurgo-Tagliabue, "L'ermeneutica come procedimento semantologico", Teoria 1, 1981, pp. 43-53.