Marina Sbisà - Abstracts
Fare a meno delle proposizioni
relazione al convegno "Proposizioni: aspetti semantici e ontologici", Padova 29-30 aprile 2004
Perché si può voler "fare a meno" delle proposizioni? Vorrei esporre le mie ragioni per questa presa di posizione che non è tuttavia completamente elaborata, ma parte di un progetto di lavoro. Sono perciò ragioni che dipendono da alcuni obiettivi che ho scelto di perseguire, fra i quali, in filosofia del linguaggio, il progetto di considerare il linguaggio come azione e, più in generale, lo sviluppo di una concezione della condizione umana come inevitabilmente situata.
1. Nell'ambito della teoria degli atti linguistici, l'immissione del "contenuto proposizionale" oscura l'azione.
Vorrei mostrare come l'immissione da parte di Searle, nella teoria degli atti linguistici, della nozione di contenuto proposizionale, oltre a banalizzare la tesi di Austin che le asserzioni sono azioni, apre la strada alla rilettura post-griciana e cognitivista dell'atto linguistico in cui questo è caratterizzato dal produrre l'effetto cognitivo del riconoscimento (inferenziale) dell'intenzione comunicativa del parlante.
2. In generale, le proposizioni sono entità context-free e un ostacolo importante se non principale alla radicalizzazione del contestualismo.
Mi sembra insito nella nozione di proposizione che la proposizione è ciò che è fisso o che permane uguale attraverso occorrenze diverse o traduzioni dello stesso enunciato (non indicale), ovvero opportune riformulazioni di un enunciato indicale. Inoltre la proposizione ha un valore di verità - lo determina, e questo una volta per tutte. In un tipo molto diffuso di contestualismo, che chiamerò contestualismo proposizionale, questi aspetti della proposizione sono preservati. Il peso della variazione contestuale nel valore di verità di un enunciato è portato dalla relazione fra enunciato e proposizione espressa. Quest'ultima determina un valore di verità in modo context-free. I meccanismi per ricongiungere l'enunciato alla proposizione contestualmente espressa sono complessi e la loro stessa complessità risulta problematica. E comunque, il richiamo al contesto funge da espediente tecnico e non gioca alcun ruolo nelle concezioni filosofiche di fondo.
Se poi ci rivolgiamo altre domande: quando, quanto fare a meno delle proposizioni? come? posso dare le seguenti risposte schematiche e provvisorie:
La mia esigenza di fare a meno delle proposizioni non riguarda solo la loro reificazione in entità: è perciò radicale. Tuttavia non posso aderire alle semantiche dell'uso, per il loro carattere epistemico che mi sembra presupporre proprio le proposizioni.
Non farei eccezioni nè per i supposti referenti delle that-clauses nelle attribuzioni di atteggiamento proposizionale, nè per i supposti referenti di frasi nominalizzate che riprendono enunciati usati altrove nel medesimo testo. Ammettere le proposizioni in qualità di oggetti fittizi non mi sembra risolvere il presente problema, e così pure ammettere le proposizioni in qualità di oggetti istituzionali (che esistono in virtù dell'accordo intersoggettivo dei partecipanti a una situazione).
Infine, quanto al come si possa fare a meno della proposizione:
- sviluppando un "contestualismo della valutazione" in cui ciò che varia a seconda del contesto è la valutazione dell'enunciato (in quanto usato in un contesto "oggettivo")
- risolvendo le attribuzioni di atteggiamenti proposizionali come interventi di enunciatori subordinati e i sintagmi definiti anaforici a ciò che si è detto come comunicanti presupposizioni (enunciati che nel contesto dato devono contare come veri)
- forse, avvalendosi di insiemi a contorni sfumati di parafrasi accettabili e motivate
- sviluppando una logica basata sul permanere dell'asseribilità-in-contesto (intesa in senso oggettivo vs epistemico), impresa complessa che ritengo sia fattibile, ma che esula dal mio ambito di ricerca.
Il contesto fra dimensione
cognitiva e oggettività
In P.Parrini (a cura di), Conoscenza e cognizione, Milano, Guerini e Associati, 2002, pp.243-256.
Il saggio prende in considerazione tre campi di studio filosofico-linguistici (e molto brevemente un quarto), tutti tradizionalmente considerati di competenza della pragmatica anche o soprattutto per il loro forte legame con la nozione di contesto: gli atti linguistici, la presupposizione, la deissi e le inferenze pragmatiche (implicature, esplicature, impliciture). Per ciascuno di essi, sostiene che ha bisogno non solo o non tanto di una concezione cognitiva del contesto (come insieme di assunti del parlante ovvero condivisi da parlante e interlocutore), ma anche o proprio di una concezione oggettiva. Il contesto oggettivo è determinato dalla situazione di fatto in cui un enunciato viene proferito (o un atto linguistico viene eseguito) e non dalle credenze o conoscenze o altri atteggiamenti dei partecipanti alla comunicazione; è, comunque, delimitato, in quanto è comunque il contesto di una certa particolare conversazione.
Nelle conclusioni si accenna alle conseguenze che il riconoscimento dell'oggettività del contesto potrebbe avere sulla distinzione fra semantica e pragmatica e sul problema della naturalizzabilità dell'intenzionalità.
Illocutionary force and degrees of strength in
language use
Journal of Pragmatics
33 (2001) 1791-1814
In questo articolo propongo di trattare i fenomeni di mitigazione e rafforzamento in termini di gradi di intensità degli atti linguistici e in particolare della loro forza illocutoria. Alcuni aspetti della nozione più largamente accettata di atto linguistico non consentono variazioni di grado nella forza illocutoria e perciò sarebbe inappropriato trattare mitigazione e rafforzamento con gli strumenti offerti dalla teoria degli atti linguistici tradizionale. Ma una concezione riveduta dell'atto linguistico come introduzione di un cambiamento nella relazione interpersonale fra gli interlocutori potrebbe essere compatibile con i risultati della ricerca su mitigazione e rafforzamento e persino contribuite a una miglior comprensione di questi fenomeni. In questa prospettiva, mitigazione e rafforzamento si mostrano essere, non fenomeni stilistici che si aggiungono dall'esterno all'atto linguistico, ma operazioni di aggiustamento o calibratura dell'effetto illocutorio stesso.
Per mostrare come mitigazione e rafforzamento possano essere ricondotti ad aspetti dell'atto illocutorio e essere descritti usando gli stessi strumenti con cui possono essere descritti gli effetti illocutori, discuto esempi di mitigazione e rafforzamento da conversazioni registrate in italiano.
Convegno Internazionale "Donne e Segni", Urbino 12-14 luglio 2001
Ai tempi delle nostre nonne si diceva “vive la diffèrence”, ed era un modo per tenere le donne da parte; poi è venuta l’emancipazione, operazione ambigua se non paradossale, e si è temuta l’omologazione.
Allora abbiamo affermato la differenza.
Nel mio intervento vorrei riflettere su qual era il senso dell’affermare la differenza nel movimento delle donne degli anni settanta. E su quale forma hanno preso i discorsi sulla differenza a livello culturale da un lato, e nella recezione sociale più vasta e massmediatica dall’altro.
La differenza è stata intesa come assenza; come simbolico materno; come insieme di qualità essenziali alle donne, o caratteristiche della loro cultura; come differenza di genere costruita. La circolazione dell’idea di differenza dall’una all’altra di queste posizioni non ha dato però risultati felici. Anzi. Nessuna di questa posizioni ha sfidato veramente a fondo il modo tradizionale di gestire la differenza sessuale. Insoddisfacenti ciascuna per motivi diversi, hanno creato una sorta di confusione sul piano culturale, tale da disorientare e favorire sul piano sociale risposte paradossali: fughe nel passato, opzioni franche per l’omologazione.
Anche il discorso dei media ha a modo suo cavalcato l’esigenza di differenza, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’esibizione di segni di femminilità non è la stessa cosa della ricerca di uno stile personale che comprenda l’essere donna. Ma come esempio specifico vorrei prendere brevemente in considerazione i confusi discorsi che hanno circolato negli scorsi anni sulla riproduzione assistita: che definizioni di donna implicano, in base a cosa si rivendicano alle donne dei diritti in materia e quali diritti? nelle posizioni più permissive possiamo trovare incastonate ora la subordinazione tradizionale, ora la completa omologazione.
Per finire vorrei porre con forza una volta di più la questione filosofica e semiotica, ma insieme assolutamente quotidiana, del punto di vista. L’esperienza, almeno in alcune circostanze della vita, di punti di vista non reversibili costituisce una differenza data e di carattere qualitativo, anche se non essenziale. L’ottundere la percezione di questa non reversibilità è certamente operazione conservatrice, che avviene non da ieri, su vasta scala e in molti modi.
Intentions from the other side
Relazione al Convegno Paul Grice's Heritage,
S. Marino, 22-24 maggio 1998. In: Giovanna Cosenza (ed.), Paul Grice's
Heritage, Turnhout: Brepols, 2001, pp.185-206.
Questo intervento vuole proporre una lettura della filosofia del linguaggio di Grice che mette in questione la centralita', in essa, delle intenzioni del parlante, ammessa invece dalla lettura piu' diffusa. Secondo quest'ultima, la filosofia del linguaggio di Grice conferisce un ruolo centrale alle intenzioni del parlante nel determinare il significato non naturale di cio' che il parlante dice o fa (e la stessa presenza o meno di un significato non naturale), e inoltre nel determinare la presenza di implicature conversazionali. Il significato non naturale e' esso stesso un'intenzione (complessa) del parlante, e cosi' pure l'implicatura e' qualcosa che il parlante intende comunicare implicitamente. Nella prospettiva qui proposta si sottolinea invece che e' possibile applicare alla filosofia del linguaggio di Grice un'inversione di prospettiva, guardando significato non naturale, principio di cooperazione e implicature non dal punto di vista del parlante ma da quello del ricevente. La nuova lettura permette di ridimensionare alcune tradizionali critiche alla nozione di significato non naturale e al principio di cooperazione, di ottimizzare l'uso di riferimenti al principio di cooperazione nell'analisi del discorso, e di reinterpretare la coerenza interna del pensiero di Grice.
Ideology
and the persuasive use of presupposition
Comunicazione alla 6th International Pragmatics Conference Language and Ideology, Reims, 19-24 luglio 1998
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L'uso informativo delle presupposizioni è noto da tempo (Stalnaker, Lewis). Ma quando ciò che viene presupposto ha a che fare con valori, o con prospettive sui fatti proprie di un singolo agente sociale, le presuppositioni informative acquistano una funzione persuasiva. L'intervento sostiene che la tradizionale definizione delle presupposizioni pragmatiche some assunti condivisi dagli interlocutori non può rendere conto degli usi informativo e persuasivo della presupposizione e propone una definizione alternativa, secondo la quale le presupposizioni sono assunti che devono essere condivisi. Usando esempi dalla stampa italiana e sulla base della descrizione del funzionamento comunicativo delle presupposizioni che viene proposta, si sostiene che la presupposizione è adatta a trasmettere un tipo di contenuti che si può dire appartengano all'"ideologia", in un senso distinto sia da quello in cui può essere considerato ideologia il senso comune che da quello in cui è tale la falsa coscienza (si vedano le definizioni proposte da Rossi-Landi), ma rilevante per le scelte politiche e sociali e l'adesione a modi di vita. Si sostiene inoltre che una pratica dell'esplicitazione delle presupposizioni guidata dalla conoscenza degli attivatori presupposizionali linguistici può essere utile alla critica dell'ideologia.
Filosofia e saperi nella fenomenologia
linguistica di Austin
Comunicazione al Convegno della Società Italiana di Filosofia Analitica Scienza, filosofia, senso comune, Bologna 23-26 settembre 1998
In questo intervento esplorerò, con particolare riferimento a J.L. Austin, il modo in cui la filosofia del linguaggio ordinario ha riflettuto e/o suggerisce di riflettere sulla relazione fra filosofia, saperi scientifici e saperi quotidiani. La filosofia analitica del linguaggio ordinario è stata intesa soprattutto come attività di chiarificazione, risultando allineata con Wittgenstein nel postulare una netta frattura fra scienza e filosofia. Facili le accuse di aver dato troppo spazio al senso comune riproducendone i pregiudizi; facile anche il giudizio di completa inattualità, a confronto con la presente esigenza, che tutti abbiamo sotto gli occhi, di capire le continuità esistenti, perlomeno in alcune aree, fra discorso filosofico e discorso scientifico.
Tuttavia la filosofia del linguaggio ordinario, non solo non è stata un fenomeno omogeneo, ma anche, per parecchi aspetti, è stata superata e dimenticata prima o senza di un approfondimento sufficiente delle sue ragioni, dei suoi presupposti, delle sue conseguenze. Attende perciò ancora una valutazione che vada al di là dei facili entusiasmi, delle descrizioni folkloristiche, delle ripulse indignate, e non è ozioso riconsiderare almeno alcune delle sue proposte. In particolare, tentare una rilettura di alcuni aspetti del pensiero di Austin può essere interessante per andare oltre alle immagini stereotipate, e forse anche per raccogliere spunti tuttora suggestivi.
Austin non teorizza la sua filosofia come attività di chiarificazione (per quanto la sua pratica possa essere descritta in questo modo), ma come "fenomenologia linguistica". Che cosa vuol dire? La possibilità di un parallelo con la fenomenologia di matrice husserliana non è stata in genere presa sul serio. Qui sosterrò che ha senso intendere l'espressione alla lettera. E' in gioco una riduzione fenomenologica non mirante a isolare la coscienza, ma il linguaggio. Si tratta di guardare ai concetti attraverso il modo in cui ci si presentano nel linguaggio, un po' come un fenomenologo guarda alle cose attraverso il modo in cui esse ci si presentano nella percezione. Di considerare cioè il senso - articolato - come punto di partenza della riflessione filosofica.
Discuterò quest'interpretazione delle idee di Austin sul metodo della filosofia considerando sia le sue note dichiarazioni programmatiche (in "A Plea for Excuses"), alcune delle quali sono decisamente ambigue, sia altri luoghi dove il suo discorso tocca il ruolo del linguaggio nell'indagine filosofica (ad esempio l'avvertimento di carattere nettamente fenomenologico che premette a "How to Talk", saggio sul rapporto fra mondo e linguaggio). Inoltre, mentre è un luogo comune che Austin non abbia applicato la sua "fenomenologia linguistica" alla filosofia del linguaggio, si può sostenere che proprio un atteggiamento di riduzione fenomenologica al linguaggio spiega le caratteristiche metodologiche e teoriche principali, spesso non capite, di How to Do Things with Words.
La fenomenologia linguistica si pone necessariamente come alleata del senso comune? In linea di principio, vi è una distinzione fra credenze del senso comune e strutture concettuali del linguaggio ordinario, che una fenomenologia linguistica è tenuta a sostenere, poiché se non riesce a tracciarla, non ha nulla d'interessante da dire nè da mostrare. Non a caso, lo sviluppo della linea filosofica Quine-Davidson, con lo stretto rapporto che ha instaurato fra significato e credenza e la crisi della nozione di sistema linguistico (insieme a quella di schema concettuale), corrisponde specularmente al declino e all'oblio della filosofia del linguaggio ordinario. Senza il presupposto della lingua come sistema questa non può esistere. E ammettere una lingua come sistema equivale ad ammettere una differenza fra ciò che è implicito nell'esistenza di determinate strutture linguistiche e concettuali, e ciò che viene detto dagli enunciati in cui le usiamo. Non tenterò qui una difesa a tutto campo della nozione di lingua come sistema; ma vorrei mostrare che almeno alcune tesi di Austin riguardano strutture concettuali del linguaggio ordinario e non credenze espresse mediante enunciati ordinariamente accettati, e che almeno alcune altre sue tesi riguardano modi di funzionare del linguaggio (anch'essi indagati al di qua dell'epoché fenomenologico-linguistica). In questi casi si può sostenere che la fenomenologia linguistica non è semplice esplicitazione del senso comune.
Naturalmente ci si potrebbe interrogare sulle ragioni per scegliere una fenomenologia linguistica come approccio alla filosofia. Per Austin si è probabilmente trattato di una scelta di radicale empirismo: la ricerca di un punto di partenza di cui non si possa dire che non è un "dato". Una scelta che poteva apparire ragionevole dando per scontata la svolta linguistica freghiana (intesa al modo in cui l'ha successivamente interpretata Dummett). E Austin era un freghiano, benché eretico (perché nominalista). Ma in questa sede intendo discutere, non validità e limiti della svolta linguistica, bensì quale rapporto tra filosofia e saperi si possa delineare nell'ambito dell'approccio fenomenologico linguistico. Per rispondere a questa domanda considererò 1) l'epistemologia cui Austin perviene, e 2) un'ipotesi, formulata dallo stesso Austin, di continuità parziale fra discorso filosofico e discorsi scientifici.
1) Che cosa possiamo sapere? Nella percezione, che cosa conosciamo? Quando Austin si è occupato di questi problemi non ha certo detto che possiamo conoscere solo il linguaggio. La riduzione fenomenologica al linguaggio serve come punto di partenza per la filosofia (e con ciò fra l'altro per un discorso su che cosa conti, per gli umani, come conoscenza), non come limite a ciò che conta, per gli umani, come conoscenza. Su questo punto anzi l'approccio fenomenologico linguistico è alquanto liberale. Così ad esempio in Sense and Sensibilia Austin sostiene che noi percepiamo non dati sensoriali, ma proprio le cose. E in "Other Minds" sostiene la conoscibilità degli stati interiori altrui.
2) Un atteggiamento fenomenologico non può non caratterizzare la filosofia come separata dalle scienze (se c'e' epoché, si tratta di filosofia, non di una scienza, che ci parlerebbe del mondo con atteggiamento ingenuo); ma non ne fa un'attivita' totalmente non informativa, semplice parafrasi, assenso, a ciò che è detto in altra sede. Su questa base si apre la possibilità di una continuità almeno parziale fra discorso filosofico e discorsi scientifici. Austin accenna a ciò con un paragone (in "Ifs and Cans"): la filosofia è come il sole, le scienze come pianeti, freddi e ben regolati; ogni tanto dal sole si stacca un nuovo pianeta; ma di filosofia, non preoccupiamoci, ce ne sarà sempre a sufficienza. Il suggerimento è quello di considerare la filosofia come un'indagine che può fungere da momento creativo, aurorale, per le metodologie scientifiche. Potremmo dire che come osservazione storico-culturale questa è banalmente vera e non merita di essere ulteriormente discussa. Tuttavia, può valer la pena di considerare il rapporto che intercorre, nell'ambito dei saperi contemporanei, tra filosofia e metodologia delle scienze umane. Capita, e quando, che la filosofia si converta in metodologia? L'atteggiamento fenomenologico-linguistico può avere un ruolo in queste operazioni? Vorrei in particolare considerare due casi che coinvolgono, anche se in modi diversi, aspetti del pensiero di Austin.
(a) Fenomenologia linguistica e fenomenologia sperimentale. L'impostazione fenomenologico-linguistica di Austin, per i suoi risultati riguardanti la percezione, presenta interessanti convergenze con la psicologia della percezione gestaltista di Kanizsa e Bozzi. E' possibile affermare che ci troviamo davanti a due discorsi di contenuto affine, l'uno sul versante filosofico, l'altro su quello scientifico. Si può sostenere che quelli che nell'uno sono tesi sostenute, nell'altro sono aspetti metodologici.
(b) Filosofia del linguaggio e metodologia dell'analisi del discorso. Potremmo considerare il rapporto fra filosofia del linguaggio e metodologia dell'analisi del discorso come un caso particolare del rapporto fra filosofia e metodologia delle scienze umane. Non che l'analisi del discorso costituisca una vera e propria attività scientifica, tuttavia è un'attività che: effettua chiarificazioni non a scopo filosofico, ma a scopo empirico; ha bisogno di concetti e criteri metodologici che rendano i suoi risultati argomentabili e le sue procedure ripetibili. Un approccio fenomenologico-linguistico che propone di partire dal senso come un dato è la giustificazione implicita di una tale attività (come, in generale, della semiotica del testo). E i concetti elaborati da una filosofia del linguaggio che abbia le sue basi in quest'approccio sono lo strumento metodologico naturale di quell'esplicitazione argomentabile del senso in cui l'analisi del discorso consiste.
Il suggerimento che ricavo da tutto questo è che una filosofia non metafisica si dimostra tale proprio in quanto può almeno in parte convertirsi in metodologia. La fenomenologia linguistica di Austin è stata un modo di fare filosofia, rilevante a questo fine, che potrebbe ancora essere fonte d'ispirazione.
Marina Sbisà e Patrizia Vascotto (Trieste)
Comunicazione a Parallela VIII, Ottavo incontro italo-austriaco dei linguisti Lingue di confine, confini di fenomeni linguistici, Trento, 8-10 ottobre 1998
I dati presentati e discussi in questa comunicazione si inquadrano in una ricerca volta a studiare le immagini del territorio della provincia di Trieste in ragazzi italiani e sloveni di scuola media inferiore e superiore, che ha avuto inizio nel 1994-95 nell'ambito di un seminario coordinato da Marina Sbisà, facente capo a un programma dell'IRRSAE Friuli Venezia Giulia su "Multi e interculturalità nella scuola degli anni '90", ed è successivamente stata portata a termine da Marina Sbisà e Patrizia Vascotto.
Sono stati raccolti un centinaio di elaborati di studenti di scuola media inferiore e superiore italiani, e un centinaio di elaborati di studenti sloveni, sul tema "Descrivi la provincia di Trieste a qualcuno che non la conosca". I risultati hanno riguardato fra l'altro il modo in cui i ragazzi collocavano Trieste nel contesto geografico-politico, le immagini che venivano date del mare e del Carso, gli aspetti della storia della città che venivano direttamente o indirettamente ricordati. La metodologia dell'analisi comportava una schedatura di contenuti sia esplicitamente formulati, sia comunicati implicitamente (secondo i modelli della presupposizione o dell'implicatura). Sono emerse alcune somiglianze fra immagini del territorio espresse dagli italiani e immagini del territorio espresse dagli sloveni, ma anche alcune divergenze abbastanza inquietanti. Italiani e sloveni di Trieste sembrano sentire il territorio a pari titolo come proprio, ma le immagini che ne hanno non collimano.
E' emersa come dato ricorrente, anche se con una frequenza che non si può definire alta, la consapevolezza della natura composita della popolazione. Questo è l'aspetto dei risultati della ricerca che intendiamo discutere in questa comunicazione.
Un primo dato interessante è la diversa frequenza con cui la consapevolezza di differenze (linguistiche o d'altro tipo) si è manifestata nei due diversi gruppi linguistici: 19 temi su 89 per il gruppo italiano, 45 temi su 93 per il gruppo sloveno. L'essere minoranza sembra cioè acuire la sensibilità alle questioni d'identità. Inoltre, mentre la minoranza ha consapevolezza di sè, spesso anche se non sempre prende in considerazione l'identità maggioritaria a cui si contrappone, ed è a volte menzionata dagli appartenenti al gruppo maggioritario, l'identità di quest'ultimo sembra essere trasparente a se stessa.
La differenza di fatto più rilevante sul territorio, quella fra maggioranza italiana e minoranza slovena, è quella più spesso presa in considerazione, ma non è l'unica, nè è considerata da tutti quelli che mostrano consapevolezza di differenze.
Le differenze prese in considerazione o comunque messe in scena negli elaborati possono presentarsi in varie forme: come differenze di nazionalità o "etnia", come differenze di lingua, come differenze di religione; per gli italiani si tratta più spesso di differenze di nazionalità (il fattore specificamente linguistico rimane sostanzialmente in ombra), mentre negli elaborati sloveni compare più spesso esplicitamente o implicitamente la consapevolezza delle differenze di lingua.
La comunicazione si soffermerà in particolare sull'immagine del rapporto fra lingua slovena e lingua italiana che emerge dai 27 temi sloveni che incentrano sulle differenze di lingua la loro espressione di differenze. Si prenderanno in considerazione:
- la messa in scena di dialoghi che utilizzano la lingua slovena, quella italiana, o altre lingue, ed i presupposti che appaiono reggere la scelta del codice linguistico usato;
- la presenza e la funzione di commutazioni di codice dallo sloveno in italiano;
- il rapporto affettivo con la lingua, indicato dall'uso della deissi di persona;
- le riflessioni riguardanti il bilinguismo e il timore della "italianizzazione";
- le immagini dell'atteggiamento degli appartenenti alla maggioranza italiana nei confronti della lingua slovena.
Spazi di negoziazione nell’atto linguistico di
scusarsi
Comunicazione a Grammatica e Pragmatica, Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, 14-16 ottobre 1999
La sociologia e la pragmatica linguistica offrono numerose analisi dell’atto linguistico della scusa, insieme a descrizioni dei mezzi linguistici mediante i quali esso viene compiuto. Ma la concettualizzazione della scusa e la descrizione dei processi interazionali mediante i quali ci si riesce a scusare sono tuttora insoddisfacenti. Questo intervento intende affrontare questi problemi in riferimento ai modi in cui ci si scusa in italiano. Ciò pone, fra l’altro, anche nuovi problemi, poiché in italiano (analogamente a quanto accade in francese) quelle che in inglese sono chiamate rispettivamente "apologies" ed "excuses" sono coperte dall’etichetta comune di "scuse". La caratterizzazione della procedura dello scusarsi deve tener conto di ciò, e inoltre è il caso di chiedersi che cosa permetta a "apologies" ed "excuses" di convivere sotto una stessa denominazione.
Tenendo conto, come punti di riferimento, delle distinzioni concettuali fra diversi componenti o aspetti della procedura di scusarsi tracciate a proposito di quelle che in inglese sono chiamate "apologies" e "excuses", e a proposito del "s’excuser" francese, si è proceduto a una caratterizzazione delle mosse linguistiche e interazionali che possono far sì che un atto linguistico conti come "scusa", sulla base di dati raccolti mediante un test di completamento ispirato al testo usato da Blum Kulka e collaboratori e confrontabile con esso.
Le risposte al test sono state classificate sia con gli stessi criteri di Blum Kulka e collaboratori, sia in base a una nuova griglia, che distingue le risposte ottenute in scuse vere e proprie, riparazioni, giustificazioni, e non-riparazioni. Si è formulata l’ipotesi che solo le scuse vere e proprie vengano accettate come tali dall’interlocutore senza negoziazione, mentre le riparazioni e le giustificazioni, che esibiscono tratti meno centrali per l’atto di scusarsi, sono accettate come scuse soltanto da ascoltatori che hanno un atteggiamento favorevole. Si è cercato di controllare quest’ipotesi per mezzo di un questionario, sottoponendo a soggetti che non avevano compilato il primo questionario alcune delle risposte ottenute, e chiedendo loro di dire se il parlante che le avesse pronunciate si sarebbe scusato o no. Abbiamo chiesto inoltre una valutazione della cortesia delle risposte in questione. I risultati del questionario hanno sostanzialmente confermato l’ipotesi: il tasso di risposte riconosciute come scuse era più alto per il gruppo delle scuse vere e proprie, via via più basso per le riparazioni, le giustificazioni e le non-riparazioni.
Alla luce di una prospettiva dialogica, o interazionale, sull’esecuzione di atti linguistici, si può concludere che nel riuscito compimento dell’atto di scusarsi gioca un ruolo importante l’implicita negoziazione fra parlante e ricevente, che la discrezionalità di questa negoziazione è maggiore negli atti linguistici che non si presentano nettamente come scuse e si spinge fino al poter accettare come scuse giustificazioni e non-riparazioni, e che il grado di cortesia dell’atto linguistico influenza non tanto il grado in cui esso si presenta come scusa, quanto la probabilità che sia accettato come scusa.
Le scuse (nel senso di "excuses") appaiono essere funzionali alla procedura di scusarsi (nel senso delle "apologies") in quanto presuppongono la disapprovazione da parte del parlante del proprio comporamento, rendono più facile per la persona offesa accettare il riequilibrio interazionale attenuando la colpa del parlante e perciò l’entità del suo debito, e promuovono la solidarietà tra l’interlocutore e la parte "buona" del sè del parlante dissociando il comportamento intenzionale di questi dall’atto offensivo.
Relazione al convegno "Il bambino frammentato. Il disagio del bambino fra interventi e messaggi frammentati", Varese 16/11/1999
Mi pongo due obiettivi: identificare gli strumenti culturali adatti a comprendere e interpretare correttamente la situazione del "bambino frammentato" che il convegno si propone di discutere; vedere se e quali soluzioni tali strumenti possono contribuire a prospettare per i problemi che questa situazione solleva.
Il "bambino frammentato" va inserito nel quadro contemporaneo della frammentazione del soggetto. Dopo che la filosofia moderna ha sviluppato e spesso in diversi modi enfatizzato la nozione di soggetto (ora come soggetto empirico, ora come soggetto trascendentale), nel ventesimo secolo tale nozione è andata in crisi. Non sembra più proponibile un discorso filosofico che dia per scontata la soggettività come principio unificatore dell’esperienza e centro progettuale dell’azione. Spinte importanti in questo senso sono venute dalla psicoanalisi, dallo strutturalismo, e più recentemente dalle scienze cognitive. La crisi e la frammentazione del soggetto sono chiaramente presenti nell’analisi della costruzione del sè proposta dal sociologo Erving Goffman. Nella sociologia dell’interazione goffmaniana, le soggettività dei partecipanti sono espresse e costruite da vari aspetti dei loro comportamenti, sono mutevoli e plurime, e la stessa nozione di soggetto parlante si sfalda in diverse funzioni che possono anche competere a individui diversi. Ma dalla sociologia dell’interazione può anche venire un suggerimento positivo per una nuova comprensione della soggettività. Radicalizzando i suoi suggerimenti possiamo giungere a parlare di una priorità dell’interazione sull’individuo nella costituzione del soggetto, e di quest’ultima come di un processo interazionale.
Alla crisi del soggetto corrispondono sul piano sociale effetti indubbiamente negativi: spaesamenti e crisi d’identità non si contano ed è pure presente la tendenza a soluzioni pericolose mediante il riassorbimento dell’individuo in una comunità. Ma nascondersi la nostra presente realtà storico-culturale tentando di risuscitare una nozione forte di soggetto non può essere una mossa vincente. La mia proposta è di accettare la crisi del soggetto e in particolare i suoi esiti dotati di maggior potere esplicativo, che suggeriscono la costituzione interazionale della soggettività. E a partire da questo, riscoprire la nozione di persona come nozione etica, effetto e non causa di un riconoscimento intersoggettivo che non è necessitato cognitivamente ma è essenzialmente, esso stesso, compito etico.
Alla luce di questi concetti è possibile discutere alcune situazioni di cura e di educazione in cui si vengono a trovare oggi i bambini d’età 0-6. Una certa frammentazione del soggetto è indubbiamente correlativa alle diverse occasioni d’interazione sociale, che oggi tendono a moltiplicarsi. Ma è certamente diverso che in queste interazioni il bambino si veda riconosciuta una soggettività piena (anche se diversamente caratterizzata da contesto a contesto), o che sia invece di volta in volta ridotto a caratteristica fisica, prestazione, funzione. La consapevolezza della funzione costitutiva che l’intersoggettività ha per la soggettività dovrebbe ispirare di volta in volta, in ciascun contesto particolare, maggiore responsabilità e impegno etico nei confronti del riconoscimento intersoggettivo.