Workshop:

L'altro/a: incontro, confronto, relazione, comunicazione. Sguardo simbolico

 

 

Quesiti introduttivi e qualche nota personale

di Marina Sbisà

 

La differenza sessuale è una questione di alterità. Ci sono motivi per ritenerla un caso di alterità particolarmente cruciale. Tuttavia l'alterità ha molti altri modi di manifestazione, come momento centrale di ogni incontro, relazione e comunicazione. Ed è sempre difficile da riconoscere e accettare. Più che mai nel nuovo secolo e millennio, dopo il regno dell'Identità nelle versioni illuminista e romantica e la sua crisi, la difficoltà a accettare il carattere fondamentale della Relazionalità e quindi dell'Alterità viene messa a rischio da tipi di pensiero che privilegiano l'elemento fusionale, per cui lo stesso riconoscimento delle differenze diventa strumento per categorizzare esperienze o entità individuali appiattendole in insiemi omogenei: l'Alterità viene così convertita in Identità Collettiva. Ma non è in questo senso che interessa le donne.

 

Ci interessa, invece, capire meglio l'Alterità al fine di non lasciarci travolgere dalla sua mala gestione. Ci interessa capire come gioca di fatto e come dovrebbe al meglio giocare il fattore Alterità nelle relazioni umane, nell'incontro, nel confronto, nella (cosiddetta) comunicazione. Ci interessa elaborare modelli dell'incontro e della comunicazione che sfuggano al consueto dilemma: assimilare l'altro a sè oppure mancare di riconoscerne la soggettività? Per quanto riguarda la comunicazione: è necessario elaborare modelli della comunicazione che superino quello informazionale della trasmissione di contenuti, comprendendo come la comunicazione sia interazione fra soggetti che presuppone il reciproco riconoscimento dell'altro/altra come soggetto e costituisce e realizza spazi intersoggettivi.

 

Ci interessa vedere come rispondono a tutto ciò le donne coinvolte in attività di narrazione e scrittura.

 

Infine, ci interessa anche capire qual è il ruolo dell'alterità manifestata nella differenza sessuale nei confronti della comprensione e gestione dell'Alterità nelle sue multiformi manifestazioni: un caso prototipico? un modello influente le cui interpretazioni determinano gli atteggiamenti nei confronti di altre manifestazioni dell'Alterità? un caso fra gli altri che viene a dipendere dall'atteggiamento generale nei confronti di Identità, Alterità, Relazionalità? una chiave di lettura o punto di forza dalla cui esperienza vivente partire per elaborare i problemi del nostro tempo?

 

Aggiungo qualche nota personale esplicativa a proposito dei presupposti e osservazioni che mi hanno condotto a formulare le ipotesi e i quesiti qui sopra esposti.

 

Percorsi d’identità dopo la crisi

 

Nel pensiero del Novecento l’Identità è stata in vari modi messa in crisi - si è parlato per esempio, in decenni recenti, di crisi del soggetto o di soggetto debole o frammentato. Di fronte a un tale soggetto in crisi o volutamente indebolito, stava la crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione intersoggettiva e relazionale, della presenza di un “altro” talora empirico e con la minuscola, talora misterioso, potente, inesorabile, con la Maiuscola. La società occidentale non sembra aver retto bene a questo confronto: l’Alterità (e con ciò la Relazionalità) è stata esorcizzata: semplicemente rimuovendola, oppure mitizzandola, oppure con tentativi di annientamento fisico (pulizia etnica) ovvero di regimentazione in una forzata Identità (manovre di classificazione e ghettizzazione). E’ in quest’ultima operazione che io ravviso una collusione pericolosa degli atteggiamenti difensivi dell’Identità con la fusionalità tradizionalmente attribuita al Femminile e tradizionalmente nemica dell’individuazione. All’altro che chiede riconoscimento, si permette di esistere solo in quanto membro di un gruppo, tipo, classe, o genere, al patto cioè della propria autoidentificazione secondo un discorso prefissato. Ma questo non può che andare di pari passo - la bilancia dell’intersoggettività è ineludibile! - con la perdita d’identità di chi misconosce l’altro in tal modo, riassorbito a sua volta nel gruppo, tipo, classe, genere della sua supposta appartenenza.     

 

Alterità e comunicazione

 

Sono stati fatti timidi passi avanti verso l’elaborazione di modelli della comunicazione che, superando quello informazionale della trasmissione di contenuti, ci permettano di vederla come interazione fra soggetti e di apprezzare quindi il necessario ruolo del reciproco riconoscimento di soggettività. Riconoscimento di soggettività che è tale solo se è anche riconoscimento di Alterità: infatti due soggetti possono esistere uno in faccia all’altro solo a prezzo di una concessione di autonomia. Autonomia che può essere simbolica, puramente teorica, ma che è una realtà esistenziale, forse dura ma insieme infinitamente affascinante - purtroppo stoltamente denegata da tutti coloro che su modelli derivanti dalla vulgata romantica ripropongono la fusione come must dell’incontro (e in particolare dell’incontro d’amore). Dicono studi di psicologia cognitiva che fino ai 4 anni i bambini non riescono ad attribuire agli altri credenze che loro stessi non giudicano vere. Il bambino piccolo, già parlante, non sa ancora cosa vuol dire credere! E’ come se la capacità d’attribuire all’altro un punto di vista e con ciò un’autonomia di giudizio (e con ciò il diritto di dissenso, e il rischio dell’errore) facesse parte di un cammino dell’individuo umano verso una piena Relazionalità e con ciò soggettività.

 

Tuttavia c’è molta strada ancora da fare. Larghi strati di cultura anche d’alto livello continuano a vedere la comunicazione come accesso di due menti ai medesimi contenuti o tutt’al più a contenuti simili. O altrimenti la comprensione si sfilaccia in sequenze di interpretazioni che si allontano arbitrariamente dal luogo originario, ricacciato nel mito. Non viene visto,  nè dagli uni nè dagli altri, il valore dell’intersoggettività come campo di tensioni necessario al sorgere della stessa soggettività, nè l’importanza dell’obiettivo solo apparentemente superficiale del coordinarsi - come nella danza, in cui la mossa di uno corrisponde a quella dell’altro in modo non casuale, anche senza obbligo di rispecchiamento nè d’altra simmetria.  

 

Donne

 

Non abbiamo mai saputo chi siamo e abbiamo cercato, almeno alcune fra noi della mia generazione, di raccontarcelo in serate entusiastiche di “autocoscienza”. Credevamo poi forse di sapere chi eravamo, ma anche, scoprivamo continuamente e a volte con delusione o tristezza le altre diverse da come noi stesse ci eravamo scoperte. Abbiamo visto per tempo che il riconoscimento dell’altra comportava quasi più problemi di quello dell’altro, un altro che ci faceva e ci fa comunque il servizio di autodefinirsi con alquanta decisione (benché non sempre con veridicità). Forse però il riconoscimento di noi da parte di quest’altro è rimasto negli anni difficile, difettoso, e siamo rimaste deboli nel desiderarlo nel richiederlo nel perseguirlo: troppe le poste in gioco? troppo poche? l’opera è troppo difficile (lavar la testa all’asino, ovvero nella canzonetta triestina, mòlighe el fil che’l svoli...)? è impossibile? o ci sta bene così?

 

Intanto, l’altro in questione continua a scompaginare (indirettamente) le nostre file poiché le nostre soluzioni per esistere o credere di esistere, in faccia a lui o in barba a lui, sono troppo diverse le une dalle altre e continuano a metterci a volte in conflitto: conflitto fra donne che non sappiamo gestire perché la solita nemica, la fusionalità notata in microsociologia (cioè anche senza bisogno d’indagine a livello profondo) come egualitarismo e ricerca dell’uniformità caratteristiche della relazionalità femminile, impedisce fra le appartenenti a un gruppo quella Relazionalità dia-logica che imporrebbe anzitutto riconoscimento di Alterità. Eppure l’autocoscienza avrebbe dovuto insegnare che ci si può ascoltare e prendere sul serio pur discordando; che il contrasto, e persino il conflitto, non sono necessariamente disconoscimento; che solo con l’accettare che vi siano discordanze si fonda la propria, oltre che l’altrui, autonomia.

 

Della quale abbiamo, cum grano salis, grande bisogno.

 

Scrittura

 

In tutto ciò non ho detto nulla della scrittura. Su questo tema vorrei però dare un suggerimento. Certamente la scrittura si caratterizza in generale per il distacco del discorso dal soggetto (e viceversa) e ciò assume una rilevanza particolare per la scrittura femminile. Tuttavia, anche nell’oralità l’aderire del testo al soggetto è largamente illusione. E anche nella scrittura si costruisce un sè, l’autore/autrice, o una pluralità di sè, e si avanzano proposte di relazione. Suggerisco perciò di non separare troppo la questione scrittura dalla questione comunicazione: esse si illuminano l’una con l’altra.

 

 

Alcune riflessioni

di Manuela Fraire

 

“Ci interessa elaborare modelli dell’incontro e della comunicazione che sfuggano al consueto dilemma. Assimilare l’altro a sé oppure mancare di riconoscerne la soggettività.

Così scrive marina e da queste parole sono partite questi miei pensieri.

 

Vorrei partire dalle  separazioni imperfette  con esse intendendo il processo continuo di identificazione e disidentificazione che costituisce il lavoro dell’io. Lavoro che è al cuore della  teoria e della clinica della psicoanalisi.

Il punto cruciale di questa pratica di separazione è il riconoscimento di doversi innanzitutto separare dal “discorso materno” che ci ha definite prima di avere l’uso della parola. Mi riferisco al pensiero di una psicoanalista- Piera Aulagnier-che ha molto lavorato sulle “separazioni fallite”, ben diverse da quelle imperfette.

 

Infatti quelle “fallite” ci obbligano- anzi ci costringono malinconicamente- non a parlare la lingua dell’altro- che altra lingua possiamo parlare se non quella che la madre ci ha trasmesso?- bensì ad essere significati solo dal suo discorso .

Poiché è precisamente il discorso della madre con i suoi enunciati che anticipano l’infans ancora prima della nascita, che fonda il senso del legame tra due e poi tra sé e sé. 

Ma cosa sono le separazioni imperfette se non gli sconfinamenti necessari perché si instauri il discorso “comune”?  Ma quando queste “violazioni” dei confini sono deprecabili ?

Quando diviene intollerabile la “violenza” necessaria che la madre fa al bambino imponendogli il proprio discorso affinchè egli possa “nutrirsi” psichicamente della realtà che lo circonda già trasformata in linguaggio, unico alimento digeribile dalla psiche.

Il modo come l’Io nascente del bambino rimodella il “materiale” materno costituisce la prima “intuizione” della propria esistenza, il nucleo attorno a cui si articola la soggettività del singolo. In altri termini questo apprendimento è una creazione soggettiva nella misura in cui  si nutre non solo del discorso ap-preso dell’altro bensì attinge continuamente  anche al serbatoio di immagini che costituisce l’intelligenza del nostro rapporto singolare e separato con il mondo.

 

Scrivere è l’esperienza di mettere l’altro in quell’altrove di cui la scrittura è il segno e la cicatrice.

 

E’ l’altro di noi stessi che  spinge alcuni a scrivere ( segno visivo), altri a parlare (suono). Scrittura e psicoanalisi sono due pratiche separative la cui “imperfezione” spinge i primi- gli scrittori- a non trovare mai la parola che concluda il loro discorso.

Non possiamo che essere abitati dal discorso dell’altro che ha permesso la nascita del nostro io e allo stesso tempo esso, - l’io- si costruisce nel lavoro continuo di erosione di un discorso che non è il suo.

In altro modo lo psicoanalista non troverà mai la parola ultima e ultimativa che sciolga il legame che il discorso ha stabilito tra lui e il paziente.

Il tentativo di ex-ludere l’altro  prende talvolta la via della  scrittura , luogo in cui si manifesta nello splendore  e nel dolore al pari che nel  successo e nel fallimento l’aspirazione dell’io a stabilizzarsi sull’amore di sé.

 

Questo convegno riunisce donne coinvolte a qualche titolo in attività di narrazione e scrittura.

Il contributo che come donna e psicoanalista propongo entrando nel territorio della letteratura,  riguarda l’esplorazione della soglia- talvolta tanto sottile da scomparire- tra parola e corpo, tra percezione e rappresentazione, tra me e non-me. Tutti modi di parlare dell’impossibilità di separare perfettamente e definitivamente il senso dal sensibile, il pensiero dagli affetti- siano essi anche di segno opposto-  senza tuttavia rinunciare a trovare il segno sonoro- la voce- e visivo- la scrittura che permettono di uscire dalla “bolla”- come la chiama Winnicott- che ci trattiene nell’autismo originario.

Certo l’io non ama i suoi legami con l’oscurità,sebbene gli siano necessari.

Ogni sconfinamento ripropone la nostalgia per quell’epoca della vita in cui si è sperimentata la spensieratezza di essere muti.

Epoca in cui eravamo abitati dalle immagini  senza il discrimine buono\cattivo che l’enunciazione materna instaura.

 

Ombra parlata

 

Io credo che lo stare tra donne, il pensare ad alta voce in presenza delle altre,- questa è la narrazione prodotta dall’autocoscienza-  non solo costruisce comunicazione ma instaura innanzitutto un rapporto forte, affettivo, attento, personale con le parole che furono prima dell’altra e che abbiamo fatte nostre.

La comunicazione nei gruppi di autocoscienza è avvenuta attraverso una lingua “esitante”, che ha permesso a molte un mutuo riconoscimento- in seguito autoriconoscimento, la scrittura ne è un segno forte- in un periodo della storia femminile in cui ognuna ha chiesto di essere innanzitutto creduta prima che interpretata.

Il discorso che preesiste al soggetto e che lo riguarda costituisce una sorta  “ombra parlata”- così la definisce Aulagnier- che si proietta sul corpo dell’infans che così diviene “colui” a cui si rivolge il discorso dell’altro.

Suggerisco di leggere in questa chiave l’evoluzione del discorso femminile. La donna da oggetto del discorso è divenuta il destinatario del discorso delle altre, che ha così trovato una direzione e un senso che ha permesso il rimodellamento innanzitutto del rapporto con la madre e con il suo discorso prima rappresentante dell’Altro con cui il nostro io  deve dialogare sia che lo riconosca come altro-di-sé, sia che( disgraziatamente) lo rigetti come totalmente altro-da-sé.

Al centro dell’immaginario si colloca dunque il discorso materno- femminile e simbolico ad un tempo- che cerca dalla madre una liberatoria.

Questo vuol dire in altri termini leggere il discorso nato nell’autocoscienza innanzitutto come una replica del discorso materno   avvenuta dinnanzi ad un nuovo oggetto- il gruppo di sole donne- e per questo attivante il processo di disidentificazione.

Non è forse la disidentificazione necessaria alla soggettività il frutto del riconoscimento-perturbante- della “necessaria violenza” da cui è caratterizzato il discorso materno e a cui il nostro io- nel suo autocostruirsi- cerca di sottrarsi?